Adolfo Leoni, la gioia di vincere a Rieti

Decisiva fu la salita delle Marmore. In testa al gruppo rimasero in tre: Macchi, Generati e Leoni. Martano che era in fuga con loro, si staccò sui pochi tornanti che salivano da Terni, verso il lago di Piediluco. Il giro d’Italia, il 14 maggio 1938, arrivava a Rieti e Adolfo Leoni, corridore reatino (era nato a Gualdo Tadino ma suo padre ferroviere fu trasferito quando lui era in tenerissima età), non voleva perdere l’occasione di vincere davanti al pubblico dei suoi amici. E così fu: in volata, lui, aveva pochi rivali. Era un velocista molto quotato non a caso proprio allo sprint aveva vinto due anni prima il titolo mondiale di dilettanti.
Vinse pure quel giorno, a Rieti e fu per lui un’occasione di grande felicità e di orgoglio. Ma non fu gioco facile, perché Macchi che aveva fatto il diavolo a quattro per tutta quella tappa, lo contrastò validamente fino all’ultimo centimetro. Il terzo componente del gruppetto in fuga, Generati, della volata fu solo spettatore, ma a lui, quel giorno, bastava la soddisfazione di avanzare di ben dieci posizioni in classifica generale: dal diciassettesimo al settimo posto. I fuggitivi erano arrivati a Rieti con più di sette minuti di vantaggio, accumulati con una lunga fuga iniziata subito dopo Baschi, quando mancavano circa novanta chilometri alla conclusione della Chianciano-Rieti, ottava tappa del Giro d’Italia del 1938.
Ad Amelia il vantaggio era ormai stabilizzato 2 minuti e 25 secondi. A Terni era già salito a 3 e 45. Gli inseguitori ormai avevano mollato. La vittoria di tappa era andata. In classifica i fuggitivi avevano un ritardo consistente e quindi non erano pericolosi: Generati aveva 15 minuti, Leoni più di mezz’ora, Martano un’ora e Mezza mentre Macchi era ancora più indietro.
Il vantaggio salì proprio sulla salita delle Marmore che i fuggitivi percorsero quasi a tutta. Una volta scollinati, Rieti era ad un tiro di schioppo e la strada da percorrere era tutta in pianura. Leoni lo vedeva già, lì davanti a lui lo striscione d’arrivo, doveva solo stare attento a non perdere la concentrazione e a non darla vinta alla stanchezza dovuta a quella salita che gli aveva appesantito le gambe. Lui, sprinter di razza ma non sempre fortunato tanto che era soprannominato “l’eterno secondo”, stavolta doveva essere primo.

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Nella foto: Giro d'Italia 1938, Leoni a Rieti batte in volata Macchi e Generati


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