Chi è in sciopero paghi in contanti

29 aprile 1907
Era passato già quasi tutto il mese di aprile del 1907 e non si vedeva la possibilità di una soluzione. Per quel mese i circa 3.500 operai delle acciaierie non avrebbero percepito stipendio. Era in atto il braccio di ferro che portò a quella che nella storia cittadina è ricordata come “la grande serrata”. A rendere più teso il clima cittadino, arrivò alla fine di aprile, una presa di posizione dei commercianti i quali annunciarono che avrebbero venduto la loro merce solo per contanti, negando ogni possibilità di fido. Una difficoltà in più per gli operai, cui non poteva bastare, per mandare avanti la famiglia, il sussidio del Comitato di Agitazione.
La vertenza era iniziata il 2 aprile quando la “Terni” decise di applicare un nuovo regolamento redatto unilateralmente dalla direzione e che gli operai respinsero. Alla base c’erano i punti di un accordo preliminare raggiunto l’anno prima dopo un lungo sciopero con cui si chiedevano adeguamenti salariali e garanzie di sicurezza, ma la “Terni” assunse una posizione da prendere o lasciare, concedendo agli operai una settimana di tempo per dichiararsi d’accordo. Chi non avesse sottoscritto sarebbe stato licenziato.
Giuseppe Orlando, vicepresidente della società (il presidente Ferruccio Prina era stato da poco defenestrato), aprì lo scontro a muso duro con gli operai. Iniziarono quel giorno tre mesi difficili per l’intera città di Terni, la cui economia rimaneva paralizzata. I “serrati” ternani trovarono la solidarietà degli operai di tutta Italia, ma la situazione era davvero difficile.
Quando i commercianti resero nota la loro presa di posizione, la preoccupazione crebbe nelle organizzazioni operaie, non solo per le difficoltà di ordine pratico e di sopravvivenza dignitosa dei lavoratori, ma perché essa era il segnale di un malcontento che provocava l’incrinarsi del fronte cittadino della solidarietà. Anche se in seno alla Società dei Commercianti sembra che una parte consistente non fosse d’accordo.
La mattina del 29 aprile comparvero così numerosi manifesti con cui gli esercenti enumeravano le iniziative prese da loro perché si arrivasse a un accordo e si ponesse fine alla vertenza. Ma, giacché tutte si erano rivelate inutili, rivolgevano un invito agli operai affinché tornassero al lavoro, dicendosi sicuri che “la Società delle Acciaierie non sarà contraria a questo desiderio”. Contraria, probabilmente no, ma rimaneva comunque ferma, la società Terni, nel subordinare la riapertura dei cancelli all’accettazione del nuovo regolamento.
La “Terni”, che aveva annunciato lo spegnimento dei grandi forni Martin, stava ritardando, in segreto, l’operazione. Anche in caso di ripresa del lavoro, lo spegnimento completo dei forni Martin si sarebbe persa parte della produzione, poiché le operazioni tecniche per il riavvio dei forni sarebbero durate almeno quaranta giorni. La Società delle acciaierie, in sostanza, era fiduciosa di piegare la volontà degli operai, e la tirava per le lunghe.
Per questo, però, la presa di posizione dei commercianti ternani fu interpretata come un tentativo di forzare la mano, compiuto in accordo con la “Terni”. Ragion per cui, quando la mattina del 29 aprile, comparvero i manifesti sui muri della città, il risentimento dei lavoratori fu forte e la reazione piuttosto decisa. I manifesti furono strappati. Alcuni operai furono incarcerati.
La presa di posizione dei commercianti, comunque, non ottenne risultati. La lotta continuò. Fino ai primi di luglio 1907.

©Riproduzione riservata

Annunci