Preti a spasso con l’archibugio in spalla

preIl 12 aprile 1822

Carlo Benigni, vescovo di Terni da più di venticinque anni, morì. Era chiamato il “vescovo del sacrificio”, perché fu lui a sopportare l’urto dell’arrivo a Terni delle truppe di Napoleone. E non era un urto da poco per un prete. Carlo Benigni, nel 1810, dovette prendere la strada di casa. Un decreto dell’imperatore stabiliva che chiese, conventi, casa religiose erano soppresse. Preti, frati e monache  dovevano tornare a casa loro.
Don Carlo Benigni apparteneva alla famiglia dei marchesi di Fabriano e, secondo la norma napoleonica doveva tornare nelle Marche. A Terni rientrò quattro anni dopo, una volta passata la buriana, cioè quando, finita l’avventura di Napoleone, iniziò il periodo della restaurazione. Il primo problema fu quello di rientrare in possesso dei beni delle curia. Il governo imperiale aveva venduto tutto all’asta e chi aveva una certa disponibilità economica s’era fatto avanti. Ovvio che, come scrisse monsignor Carlo Benigni al papa, quei beni “immensi tanto in case che in terre” i compratori intendevano tenerseli e per il vescovo ciò era semplicemente inaudito: “I laici vogliono conservare le loro refurtive”. Fu un lungo e difficile braccio di ferro, e comunque molte delle suppellettili preziose contenute nella “case religiose” non furono mai restituire.
C’era poi da affrontare una difficile situazione “sociale”,  di decadimento dei costumi, secondo il vescovo che descrive – sempre al papa – la situazione al suo rientro a Terni: “Mi sentii accorato da pena inenarrabile, perché la disonestà, le bestemmie, le usure inondavano la città e la Diocesi: i luoghi pii e le chiese erano rispettivamente guasti, abbandonate e profanate alcune delle prime e taluni dei secondi dissipati, o traviati con riunioni arbitrarie”. Dovette affrontare la situazione a suon di ordinanze con cui si ristabiliva la validità delle leggi canoniche contro i bestemmiatori e gli inosservanti delle feste, perché c’era gente che si ostinava a lavorare anche nei giorni di festa. Una delle ordinanze riguardava però anche i preti: faceva loro divieto di andare in giro per la città armati di archibugio.
D’altra parte il vescovo Benigni era stato più volte alle prese con l’indisciplina dei religiosi ternani. Già nel 1802 infatti, sempre in aprile, aveva emesso un editto con cui richiamava il clero alla disciplina e metteva una multa di tre scudi per i preti che disertavano le messe solenni episcopali. Il vescovo dettagliò, in quella occasione, con rigidità le regole per i sacerdoti stabilendo come dovevano vestirsi, come assolvere le funzioni rituali e confessionali, e ordinò il ritiro dagli incarichi presso i nobili, una pratica che assicurava a chi la prestava buone prebende.

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