Assegni a vuoto: otto mesi al parroco

Lui si giustificò affermando che aveva, in pratica, fatto un’opera di bene, prestando dei soldi ad una coppia che si trovava in difficoltà e gli aveva chiesto aiuto. Il fatto è che il lui in questione era don Francesco, il parroco di San Giovannino a Terni, e che per aiutare quei due, aveva emesso una serie di assegni a vuoto o, come recitava il capo di accusa “senza che esistessero i fondi sufficienti alla loro copertura”. Il 17 febbraio 1965  fece scalpore la notizia del rinvio a giudizio del parroco di una chiesa che s’affaccia sulla piazza principale della città per emissione continuata di assegni a vuoto, fece scalpore. Anche perché la cifra era abbastanza consistente. Ventun milioni di lire.

piazza europa chiesa san Giovannino
La chiesa in cui era parroco don Francesco

Don Francesco, per la verita in quella chiesa non c’era più da qualche settimana. Era già stato trasferito perché aveva già inciampato qualche mese prima nei rigori della giustizia ed era stato condannato per un singolo assegno, sempre a vuoto ovviamente, dal Pretore di Terni. Quell’assegno era solo il primo di una lunga serie tanto è vero che il sacerdote, 47 anni, nato a Napoli, aveva procedimenti penali aperti davanti alle preture di Roma, Milano, Imperia e Genova. Unificati tutti i procedimenti, il papier fu inviato al Pretore di Terni, dove era stato emesso l’ultimo assegno della serie.
L’istruttoria aveva accertato che tutti gli assegni erano stati emessi a favore della coppia che don Francesco, comunque, chiamò in causa. Sei assegni per un valore complessivo – per la precisione –  di venti milioni e 950 mila lire che i due coniugi s’erano impegnati – riferì l’accusato al giudice che lo interrogò – ad onorare, aggiungendovi una cifra di compenso che egli avrebbe devoluto alla parrocchia. In totale però gli erano srate restituite solo seicentomila lire, per cui, in un certo senso, lui era la vittima. C’era però il “piccolo” particolare che aveva firmato quegli assegni senza preoccuparsi troppo del fatto in banca i sodli non c’erano. Inevitabile la condanna: otto mesi di reclusione e duecentomila lire di multa. Don Francesco al processo, celebrato il 4 marzo 1965, non si fece vedere.

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