centrale idroelettrica comunale Terni

Un referendum decide: a Terni l’elettricità la produce il Comune

Il 20 gennaio 1907, gli elettori di Terni furono chiamati a pronunciarsi: volevano che il “business” dell’elettricità rimanesse in mani private o erano favorevoli ad una gestione diretta da parte del Comune? Non era proprio un referendum questo procedimento, ma nei fatti lo fu perché la richiesta sulla scheda elettorale era di rispondere con un sì o con un no all’approvazione di una delibera comunale che revocava la convenzione con al società “Valnerina” e diventava “imprenditore”. E gli elettori di Terni dissero sì.
La legge sulla municipalizzazione dei servizi pubblici era stata approvata dalla Camera dei Deputati quattro anni prima, nel marzo del 1903. L’esigenza era quella di porre un freno ad una pratica che, ormai, stava assumendo tratti non favorevoli, dal punto di vista economico, per la collettività. I servizi in questione, all’epoca, erano principalmente quelli legati alla gestione di acquedotti, trasporti, e, soprattutto, la produzione e distribuzione di energia elettrica sia per la pubblica illuminazione che per gli altri usi civili ed industriali. I consumi stavano crescendo in maniera esponenziale e la prassi in uso, che era quella di affidare il servizio elettrico a soggetti privati sulla base di convenzioni, stava diventando punitiva per le amministrazioni pubbliche, mentre cominciava a rimpianguare le casse delle società private.
Era accaduto infatti che il contenzioso era sempre più aspro tra il Comune e la società “Valnerina”, capitanata da Cassian Bon, la quale produceva elettricità nella centrale di Cervara. A suggerire l’affidamento del sistema produzione-distribuzione ai privati fu, all’inizio (parliamo del 1887) l’onerosità dell’investimento iniziale oltreché la disponibilità di informazioni tecniche.

Centrale Cervara Macchinari -f
La centrale di Cervara

La convenzione del 1887 affidava l’esclusiva alla società Valnerina che si impegnava a realizzare gli impianti. La spesa per gli utenti variava secondo l’uso – civile o industriale – e secondo il numero e il tipo di lampade richieste. Il Comune, per trecento lampade dell’illuminazione pubblica, pagava quasi ventiduemila lire l’anno. In sostanza, il Comune di Terni si rese conto che non era un buon affare, vista l’accresciuta domanda di elettricità specie da parte delle industrie e delle officine e considerato che l’utilizzo delle acque del fiume Nera avveniva su concessione comunale.
La convenzione del 1887 aveva la durata di vent’anni e si considerava tacitamente rinnovabile, Ma nel 1907, la giunta comunale – sindaco era Vittorio Faustini – decide di utilizzare la scappatoia fornita dalla legge del 1903 e decise non solo di non rinnovare la convenzione, ma di diventare produttore e distributore dell’energia elettrica. La deliberazione del consiglio comunale in tal senso andava però – appunto, per legge – sottoposta al giudizio degli elettori. Terni aveva circa trentamila abitanti, ma il diritto al voto era ancora piuttosto limitato, tanto è vero che i votanti furono 1920, solo una ventina dissero no.
Era fatta. Il Comune promosse la costruzione della propria centrale idroelettrica a Collestatte Piano, a due passi dalla cascata delle Marmore all’epoca scelta come area industriale.

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