Domestica accusata di furto: per la vergogna si dà fuoco

“Non sono stata io”

Desdemona alla fine della guerra aveva 20 anni. Abitava in campagna, nei dintorni di Terni: un piccolo appezzamento di terreno che il padre e la madre mandavano avanti. Ne ricavavano giusto quello che serviva in casa. Nel 1946 la povertà era diffusa e Desdemona, una bella ragazza mora, prese il coraggio a quattro mani: preparò un borsa con quella poca roba che aveva e andò a lavorare a Roma. Donna di servizio. In casa di un medico.
Due anni sereni, per quanto possibile, erano passati quando la vita della ragazza fu sconvolta. Le rovesciarono addosso un’accusa infamante: furto, La signora Adriana, la padrona di casa, non ritrovò un anello con un brillante, “un caro ricordo”, disse ai carabinieri della stazione di San Lorenzo in Lucina. L’ipotesi di un banale smarrimento non fu considerata. Neppure il dubbio si fecero venire. La signora Adriana in verità lo fece presente che Desdemona era una  brava ragazza e che non aveva mai dato adito a sospetti. Ma i carabinieri appuntarono la loro attenzione sulla giovane domestica.
Quando la convocarono per interrogarla lei si presentò fiduciosa: s’era messa il vestito della domenica, una completino celeste con la gonna a campana, così come suggeriva la moda del tempo. Fidanzata? No, non era fidanzata. “Sì è uscita con qualche ragazzo, ma è durata sempre pochissimo perché diceva – raccontò la portinaia – che è meglio non fidarsi troppo degli uomini e se non hanno intenzioni serie bisogna lasciarli subito”. D’altra parte lei non è che non attirase le attenzioni dei giovanotti: ormai aveva 22 anni, era donna fatta; una cascata di capelli neri fin sulle spalle, il colorito della pelle delicato.
I carabinieri non si fecero intenerire: “Sì – disse lei – mercoledì quando la signora non ha trovato più l’anello, io ero rimasta sola in casa, ma di quel gioiello non so proprio niente”. L’interrogatorio durò a lungo, un verbale di sei pagine. Lei lo  firmò pensando di tornare a casa. “A casa!?” le dissero i carabinieri. No, no: doveva rimanere lì, in caserma, per la perquisizione e almeno per una notte “per ulteriori accertamenti”. La perquisirono, ma non trovarono niente. Poi le tolsero la borsetta e la chiusero in cella. Lei pianse a lungo rivendicando la propria innocenza. Nessuno stava a sentirla, poi stanca si addormentò. Al mattino nuovo interrogatorio, stringente. Domande su domnande , brusche, insistenti. Pretendevano una confessione, e continuavano a dirglielo: “Confessa che ti conviene”. “Basta – sbottò lei- Glielo ricompro io l’anello alla signora, però facciamola finita. Mandatemi a casa, troverò un altro posto per lavorare, mi farò prestare i soldi, metterò da parte ogni mese una parte della paga. Ma basta, non ne posso più. Che vergogna. Che vergogna”, ripeteva incessantemente.
Secondo i carabinieri quella frase “glielo ricmpro io l’anello alla signora” fu un’ammissione di colpa. E tornarono a fare domande: “L’hai preso tu. Dove l’hai nascosto? A chi l’hai dato?”. Desdemona continuava a piangere, a ripetere “Che vergogna, che vergogna…”. Fu riportata in cella, prostrata e sconvolta: “Vedrai che un po’ di giorni qua dentro ti aiuteranno a ricordare tutto e a confessare” le dissero. E chiusero la porta.
Desdemona non resse. Le avevano tolo la borsetta e con essa le sigarette. Ma nella tasca le erano rimasti due fiammiferi. Si è tolta i vestiti, li ha ammucchiati al centro sul pavimento della camera di sicurezza e ha appiccato il fuoco: poi si è gettata sopra le fiamme. La portarono all’ospedale Santo Spirito. La curarono in qualche modo, ma forse sottovalutarono la situazione dichiarandolòa guaribile in quaranta giorni. Ma le ustioni erano troppo gravi.
L’agonia di Desdemona fu lunga. E al prete che le dava l’ultimo conforto ripetè fino alla fine: “Non sono stata io…”.

©Riproduzione riservata

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