Lusso e lussuria nella Terni del '400

Alla metà del 1400 Terni aveva tra i sei e i settemila abitanti. Ed era una città ricca grazie ad un capitalismo che stava nascendo sulla spinta di fiorenti commerci e di una crescente attività manifatturiera. Di pari passo era cresciuta, fino a diventare consistente, una borghesia che non nascondeva la propria ricchezza, ma anzi la ostentava in ogni occasione, senza curarsi troppo neanche dei limiti imposti da un minimo di moralità. Senza contare che Terni non disdegnava di entrare in conflitto col governo pontificio, né con i centri confinanti, Spoleto, Narni, Todi, prime fra tutti.
L’insieme di tali faccende provocò, almeno ufficialmente, la reazione del papa. In realtà, però, pesarono molto nella decisione del papa le sollecitazioni da parte dell’aristocrazia ternana, la quale cominciava a constatare che nella scala del potere cittadino contava ogni giorno di più la disponibilità economica della borghesia invece che il censo. Nominò, il papa, un governatore cui s’ordinò di imporre una riforma che correggesse l’andazzo. Prima di tutto si fissarono i confini territoriali di Terni, ad evitare conflitti con le città confinanti. Quindi si dette mano alla moralizzazione dei costumi, fissando rigide regole in materia di lussi, gioco d’azzardo, prostituzione, bestemmie e, non ultimo, usura. L’attività mercantile e manifatturiera di Terni s’era, infatti, sviluppata anche grazie a una consistente disponibilità di credito, assicurata da una comunità ebrea numerosa e danarosa. Accadeva, però, che qualcuno, esagerando nelle spese e nell’esibizione, compisse il passo più lungo della gamba, finendo nelle mani di altri “finanziatori”.
Un bel giro di vite che trovò la fiera, ma quasi vana, opposizione del governo comunale. Ci si adeguò, quindi, a norme che non tralasciavano alcun aspetto della vita quotidiana, arrivando a regolare perfino specifici e particolari aspetti. Fu dichiarata guerra al lusso, a cominciare dall’abbigliamento femminile, e continuando con avvenimenti familiari come nozze e funerali, occasioni in cui i ternani ostentavano senza ritegno il proprio livello di benessere come mezzo per affermare ognuno la propria superiorità economica. Senza badare a spese, e anzi a volte andando oltre le possibilità. Non a caso si sostenne che quel giro di vite servisse non solo a ristabilire un minimo di moralità, ma ad evitare che si dilapidassero fortune o interi patrimoni in spese superflue.
Ed ecco allora stabilito che le donne non dovevano indossare abiti di tessuto pregiato: al massimo potevano foderare le maniche con la seta, mentre il velluto era limitato ai manicotti; indicazioni precise si dettavano pe la profondità delle scollature e per l’altezza dei tacchi. profilo-rinascimento 1Severamente vietati abiti dalla foggia “ammiccante”. Gioielli e acconciature non potevano costare o valere più di tre ducati, le coroncine da porre tra i capelli non potevano essere d’oro o d’argento, nemmeno in occasione del matrimonio. Che doveva essere “contenuto”. Al banchetto nuziale, ad esempio, potevano partecipare non più di otto persone, cui potevano aggiungersi due e solo due, tra i parenti degli sposi.
I funerali? Inutile parlarne: niente pompposità, né marce funebri, E abiti dimessi, ovvio.
Regole ferree e, come spesso accade, proprio per questo non rispettate: trent’anni dopo fu necessario rimetterci le mani,e richiamare tutti all’ordine. Il papa non poteva sopportare che, come accadde nel 1488, il consiglio comunale fosse costretto a intervenire con fermezza e far finire la storia dei continui incontri galanti nei conventi di clausura. Però vent’anni prima, s’era proceduto all’abbellimento dei locali che ospitavano le meretrici, previo aumento del canone di affitto che esse versavano al proprietario di quelle stanze le quali – guarda un po’?- erano negli scantinati del palazzo del governatore.

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Motogiro d'Italia: da Venturi a Bonanomi

Motogiro d'Italia 2015
Marco Bonanomi sulla MV 175 del 1955

Proprio uguale uguale non è, ma la motocicletta con cui Marco Bonanomi ha vinto l’edizione 2015 della rievocazione storica del Motogiro d’Italia, è comunque una MV 175, una strettissima parente di quella con cui Remo venturi vinse nel 1957 l’ultima edizione di una delle più affascinanti gare motoristiche del mondo. La MV di Venturi, infatti, aveva un “qualcosa” in più, non solo perché quello di Bonanomi è un modello del 1955, ma anche perché la casa di Cascina Costa, pur non partecipando ufficialmente alla gara, nel 1957 aveva affidato si suoi piloti ufficiali (Venturi e Gilberto Milani) quella che in pratica era una moto da gran premio, limitata per rispettare il regolamento: via la carenatura, rimaneva però il motore bialbero molto potente nonostante la limitazione dovuta alla strozzatura del condotto d’immissione che era di diametro limitato, sempre per rientrare nei termini del regolamento. Per il resto Venturi ci mise del suo, sfruttando le doti di guida che ne facevano probabilmente il più esperto dei piloti stradisti del momento.

Motogiro d'Italia
Venturi e Milani, primo e secondo nel 1957 col patron Mv, conte Agusta

Ecco:  la moto di Bonanomi era una MV simile a quella, molto più stradale e ormai certo molto più anziana essendo ormai arrivata alla sessantina. Ma d’altra parte, il motogiro di oggi non è una gara di velocità, bensì di abilità e di resistenza. Per vincere è necessario essere in possesso di un mezzo e di un fisico che nonostante gli acciacchi – anche i piloti, almeno quelli più esperti, hanno un’età “matura”, mica solo le motociclette – reggano ad una kermesse che quest’anno, tanto per esempio, si è svolta in sei tappe su un percorso di 1700 chilometri, per la metà sotto la pioggia: complessivamente più di quaranta ore in moto, su quelle motociclette che non possono certo assicurare il confort di viaggio e di guida di certi mezzi di oggi.
Eppure anche quest’anno erano 102 gli iscritti, e pure quest’anno provenienti da ogni parte del mondo. La parte del leone l’hanno fatta gli italiani, che hanno fatto incetta di vittorie. Bonanomi primo nella gara classica, quella riservata alle moto di 175 cc costruite fra il 1953 e il 1957, ovvero gli anni in cui si è corso il Motogiro agonistico, prima dell’abolizione di tutte le corse su strade aperte al traffico in seguito alla tragedia di De Portago nella Mille Miglia. Nelle altre tre categorie si sono imposti il tedesco Michael Cassel (Moto Morini 3 1/2 VS) nella Classic, il bolognese Silvano Fabbri (Morini Sbarazzino 98) nella Vintage e il marchigiano Marino Lino (LML Star 4T) nella Motogiro turismo. Tutta gente esperta che col cronometro e i decimi di secondo va a nozze. La gara consiste, infatti, in una serie di controlli a tempo e, soprattutto, in prove speciali, tratti brevissimi, da percorrere in tempi imposti che sono di solito di alcuni secondi e decimi di secondo, il tutto “aggravato” da slalom, fermate, ripartenze e quando di più “fantasioso” sappiano arzigogolare coloro che allestiscono quelle prove.
Si è conclusa, così, la XXIV edizione della rievocazione storica – organizzata dal Moto club Terni “Liberati Pileri”- di una gara che, specialmente in quelle cinque edizioni degli anni Cinquanta del secolo scorso, ha catalizzato l’attenzione dell’Italia sportiva. Organizzata per promuovere, così come accadeva con la Mille Miglia per le auto, l’uso della moto, e quindi sostenerne le vendite. Una gara che vide schierarsi al via tutte le principali case costruttrici, che vide impegnati piloti di tutto rispetto e molti fuoriclasse. Non a caso tra i vincitori figura gente come Tarquinio Provini, Emilio Mendogni, e lo stesso Remo Venturi, che con la MV corse anche nel campionato mondiale della classe 500 quale coéquipier di John Surtees, vincendo un entusiasmante gran premio d’Olanda ad Assen. E lo steso Venturi, ormai avanti con gli anni ma sempre determinato e appassionato si è schierato al via in quasi tutte le edizioni della rievocazione storica, raccogliendo applausi nelle diverse parti d’Italia dove si ricordano ancora le sue performance al Motogiro e la vittoria della Milano – Taranto, un’altra gara che fece epoca.

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Vedi anche: Gli anni eroici del Motogiro

 

Brugnami, da Corciano allo Stelvio

Giro d’Italia del 1961, un’edizione speciale che celebrava i cent’anni dall’Unità d’Italia. L’ultima tappa, come spesso accade nei grandi giri, si concluse con un volatone finale e la vittoria di Miguel Poblet, velocista spagnolo. Il Giro del Centenario fu vinto da un corridore italiano, Arnaldo Pambianco. Nono nella classifica generale fu un giovanotto con la maglia bianca e azzurra della Torpado: Carlo Brugnami, classe 1938, di Corciano. Continua a leggere Brugnami, da Corciano allo Stelvio

Pio VII benedice i ternani dal balcone dei Gazzoli

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Il cardinale Luigi Gazzoli (Dalla Raccolta d’arte della Fondazione Carit)

Fu una serata speciale quella del 22 maggio 1814. I ternani affollarono la piazzetta antistante Palazzo Gazzoli, perché, si era fermato per la sosta di una notte, il Papa. Pio VII, affacciatosi, “faceva amorevolmente mostra di sua S. Persona dal ben addobbato balcone, e con anima commossa benediva la popolazione Interamnate anelante, stipata a riverente tripudio”.
Pio VII due giorni dopo, il 24 maggio, avrebbe fatto il proprio ingresso a Roma. Era passata la buriana napoleonica, quella che aveva visto il papa protagonista di un braccio di ferro estenuante con l’imperatore. Pio VII da Roma mancava ormai da cinque anni, dal luglio 1809, da quando cioè fu arrestato dai francesi e dopo che Napoleone aveva dichiarato finito il potere temporale dei papi. Nello stesso tempo, Terni e l’Umbria, erano stati annessi al Regno d’Italia il quale, successivamente, fu a sua volta dichiarato parte del territorio dell’Impero di Francia. Se l’era passata grigia, in sostanza, il papa nonostante fosse stato proprio lui, Pio VII, a posare sul capo di Napoleone la corona di imperatore.
Nell’aprile 1814 Napoleone, sconfitto, fu costretto all’abdicazione. Il papa, il mese prima era stato liberato e poteva ritornare a Roma. Se la prese comoda, però: messosi in viaggio  a marzo, da Savona dove aveva passato l’ultimo periodo da recluso, si recò prima in Piemonte, ad Acqui e Alessandria, poi a Bologna, Cesena – la sua città di origine – e Loreto. Da qui in viaggio per Roma con soste a Foligno e, appunto, Terni. Nel palazzo dei Gazzoli, famiglia facoltosa che si era arricchita con i commerci e successivamente con la gestione della ferriera pontificia in società coi marchesi Sciamanna. I Gazzoli non erano nobili, ma in famiglia avevano avuto un cardinale, Luigi Gazzoli, che era diventato porporato proprio a nomina dello stesso Pio VII. I rapporti tra il papa e la famiglia Gazzoli, in sostanza, erano piuttosto stretti.  Il Palazzo, nel 1814, era nuovissimo dato che la sua realizzazione era stata promossa nemmeno dieci anni prima dallo stesso Luigi, non ancora cardinale ma al tempo governatore pontificio ad Ancona. S’era utilizzata una vasta e consistente proprietà fondiaria della famiglia, vicino l’attuale via Roma, procedendo ad una profonda risistemazione di una serie di costruzioni esistenti.

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Peppe Scappa, il "pacifista" Corazziere

Peppe Scappa Corazziere
Giuseppe Marini in divisa da Corazziere

Tutti la conoscono, dalle parti tra Arrone e Piediluco, la storia di “Peppe Scappa”. O meglio, sono convinti di conoscerla e come spesso accade quando le storie si tramandano attraverso i racconti, c’è sempre chi aggiunge un particolare, oppure lo modifica.
La storia di “Peppe Scappa”, quella vera e così come la tramandano i suoi familiari, ebbe inizio alla fine del 1860, quando l’Umbria fu annessa al Regno d’Italia. La presenza dei piemontesi portò alcune novità, tra le quali la coscrizione obbligatoria. Vale a dire che volentieri o no tutti i giovanotti in età erano obbligati a prestare il servizio militare. A qualcuno il sacrificio sembrava esagerato. Che era quella novità? Col Papa, a fare il soldato di leva non ci si andava mica. E poi: questi piemontesi quanto potevano durare? Non erano pochi coloro che pensavano presto il Papa sarebbe di nuovo tornato a cavallo. Insomma: ma quale militare di leva?
Giuseppe Marini, aveva 22 anni, abitava a Castiglioni, frazione di Arrone, ai piedi delle montagne della Forca di Arrone ed all’inizio della strada che dalla Valnerina porta fino al lago di Piediluco. Faceva il contadino. Aveva da pensare al suo campo, al lavoro all’aria aperta, alle occupazioni che cambiavano in contemporanea con le stagioni. Altro che perder tempo a vestirsi di blu e mettersi, magari, uno di quei cappelli col pennacchio: ore e ore impalato a fare la guardia col fucile in ispalla e la baionetta inastata.
Così quando venne il suo turno, Giuseppe, fece orecchie da mercante. Mica staranno ad aspettare a me!, deve aver pensato. E invece sembrò proprio così. Quelli dell’esercito dei Savoia erano testardi e non lasciarono mica correre! Visto che non s’era presentato alla leva andarono a prenderlo. Ma Peppe era uno alto e robusto come una quercia e quando quelli lo afferrarono per le braccia per condurlo con loro, con uno strattone li mise a sedere per terra e scappò, infilandosi nella macchia poco lontana.
Ogni tanto i carabinieri si ripresentavano a casa sua, ma Peppe s’era costruita una capanna in mezzo al bosco ed abitava lì, ormai. A dargli una mano c’erano i paesani di Castiglioni: appena i carabinieri imboccavano la strada da Arrone per Castiglioni, si davano la voce da un campo all’altro fino a che non arrivava al destinatario: “Peppeeee… Scappa!”. E Peppe spariva nella macchia. Fu così che Giuseppe Marini divenne per tutti PeppeScappa, un soprannome diventato eredità della famiglia.
Scappa oggi, scappa domani, ‘sti benedetti piemontesi non sloggiavano mai. Anzi. Diventavano sempre più fissi e sicuri. PeppeScappa non poteva andare avanti a vita a fare il latitante, Così così si decise di fare quelle poche centinaia di metri e passò il confine, avvaindosi verso Roma. Lì governava il Papa, ancora, e non c’era la leva obbligatoria. Però poi – guarda tu com’è la vita! – lui che non voleva fare il militare si ritrovò in divisa, arruolato volontario tra le guardie del Papa. E che divisa! Dato che era alto si ritrovò corazziere.
A Roma, appena arrivato, era diventato uomo di fiducia e curatore delle scuderie di un principe che forniva, secondo l’uso in vigore, un manipolo di guardie al Papa. Fu il principe a convincere Peppe ad offrirsi come volontario.
Quando anche Roma diventò “piemontese”, Peppe era incastrato. Non poteva più scappare, ma per la verità non ce n’era nemmeno bisogno perché per i fuoriusciti, il Regno d’Italia, decise un’amnistia. Giuseppe Marini, però, dovette comparire ugualmente davanti ad un Tribunale, quello di Spoleto, che applicando la legge gli ricordò che l’amnistia poteva essere concessa a patto che lui partisse militare. Che fai? Fu obbligatorio adeguarsi. Lo arruolarono nel battaglione San Marco. Poi, pagato il suo debito con l’esercito, tornò a Castiglioni. POi la sua famiglia, aprì un’osteria e cucina sul valico della Forca di Arrone. C’è ancora. A gestirla c’è un pronipote. E sulla parete, in fondo, c’è il quadro con la foto di PeppeScappa in divisa da corazziere e, scritta in bella calligrafia, la sua storia di “pacifista” mancato.
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Peppe Scappa, il “pacifista” Corazziere

Toscolano, schioppettate ai rapitori

Un riscatto di 1.500 lire

Un piccolo possidente, ma per i “malandrini” era comunque un ricco. E così gli abitanti di Toscolano, passarono una giornata “diversa” e movimentata, grazie alla quale ebbero da raccontare per parecchio tempo. Perché a Toscolano, tranquilla frazione oggi di Avigliano Umbro, si verificò il brutto fatto che quell’uomo considerato ricco sfondato fosse rapito a scopo di riscatto. E finì sulle prime pagine dei giornali, Toscolano, allora “ridente frazione di Monte Castrilli in provincia di Perugia”. Così era a quei tempi, perché il fatto avvenne alle 8 del mattino del 17 marzo del 1871, quasi un secolo e mezzo fa. Rapimento a scopo di riscatto, ovviamente: trentamila lire volevano i rapitori per liberare l’ostaggio, ma tira e molla, alla fine, si accontentarono di 1500 lire. Una bella sommetta, per quei tempi, ma non certo l’occasione di cambiare vita anche perché quelli coinvolti nel rapimento erano sicuramente almeno più di tre. Il calcolo è reso possibile dal seguito della storia, perché una volta intsacati i soldi non è che la vicenda finì. Il fatto è che allora, a Toscolano, c’era un medico condotto coraggioso e risoluto, che non appena si diffuse la notizia del pagamento del riscatto organizzò la gente del posto: tutti, armati, si misero in cerca dei “malandrini” in mezzo ai castagneti che, fitti, ricoprono – ancor oggi – la montagna di Toscolano. La ricerca dette i frutti sperati, e, nel caso in questione anche “sparati” perché, individuati i rapinatori, il medico organizzò un’imboscata: seguì il classico conflitto a fuoco nel corso del quale “uno dei malfattori, colpito all’occhio destro, rimase sul terreno, e gli altri, due dei quali feriti, si salvarono fuggendo”. Il giornale dell’epoca (“L’Opinione”) non riferisce altri particolari se non il nome del rapito, un “certo Capaldina”. Non si sa quindi chi fosse l’ardimentoso medico condotto, che non perse tempo ad avvisare le forze dell’ordine la cui caserma si sarebbe dovuta raggiungere a piedi con grande perdita di tempo, né riferisce se le 1500 lire del riscatto furono recuperate.
Toscolano, per riscuotere lo stesso interessamento dalle cronache nazionali, dovette aspettare più di un secolo, fino a quando cioè, Federico Zeri non individuò proprio lì un dipinto che consentì di risolvere un mistero della storia dell’arte individuano in Piermatteo d’Amelia, il grande artista fino a quel momento conosciuto come il “Maestro dell’Annunciazione Gardner”. Beh, fu tutta un’altra soddisfazione.

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Frate insonne sventa un furto a San Pietro

Adesso, perché uno è un frate, non può soffrire d’insonnia? Certo che può, anzi in certi casi è una fortuna che ci sia chi non riesce a dormire come si deve. E’ il caso di quel frate benedettino che proprio perché insonne ha sventato un furto d’opere d’arte nella basilica di San Pietro a Perugia. I ladri erano entrati, ovviamente di notte, nella basilica ricca di opere di artisti come Caravaggio, Raffaello, Pietro Vannucci… Avevano saputo raggirare i sistemi di allarme ed avevano staccato da un altare alcune statuette di bronzo del XVII secolo, raffiguranti angeli e putti. Però non avevano considerato che Padre Pietro (stesso nome del santo cui è dedicata la basilica) non riusciva a chiudere occhio, quella notte di metà maggio 1985. Il frate percepì qualche rumore e, senza stare a porsi tanti interrogativi, telefonò ai carabinieri.
Chissà come e perché i ladri riuscirono svignarsela, ma dovettero abbandonare la borsa in cui avevano riposto 24 preziose statuette, che essendo di bronzo costituivano un peso che certo non favoriva una fuga precipitosa,

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Frate insonne sventa un furto a San Pietro

Borzacchini, un ternano alla Mille Miglia

Baconin Borzacchini
Mario Umberto Borzacchini
il percorso della Miglia 1932
Mille Miglia 1932, il percorso

L’Umbria, che nel tracciato della gara era uno dei tratti “classici”, non è nemmeno sfiorata dalla rievocazione storica della Mille Miglia 2015, che passerà invece per l’Abruzzo toccando poi Rieti e Viterbo. E pensare che Terni può vantare un vincitore della Mille Miglia, una delle corse automobilistiche più dure ed affascinanti. E’ Mario Umberto Borzacchini che fu primo a Brescia nel 1932. E pensare che a metà gara Baconin, a Terni lo chiamavano tutti col nome con cui era stato registrato all’anagrafe, era staccato quasi di un quarto d’ora.
La rimonta cominciò, nemmeno a farlo apposta, nel tratto che da Narni portava verso Terni. Una decina di chilometri rispetto all’intero percorso di una “Mille Miglia” sono un niente, eppure Borzacchini in quel breve tratto guadagnò un minuto e mezzo a tutti gli avversari. Quel pezzo di strada Flaminia lui, ovviamente, lo conosceva a menadito: ogni curva, ogni piccolo saliscendi, ogni buca persino. Era o non era ternano! E alla fine la vinse quella “Mille Miglia” del 1932: per Baconin – ribattezzato in Mario Umberto – fu la vittoria più importante della carriera di campione automobilistico che si sarebbe conclusa tragicamente un anno e mezzo dopo, nel terribile incidente di Monza dove trovò la morte insieme al suo “rivale” Campari.
Quell’anno “pochi andammo a dormire prima della fine della corsa – ha raccontato nel libro “Borzacchini, l’uomo, il pilota, il suo tempo” Remo Tomassini, il primo “sponsor” di Baconin – e quando, per telefono, ci venne confermata la vittoria, fu come se Terni avesse conquistata la serie A”. Quando l’Alfa Romeo numero 106 tagliò il traguardo di Brescia erano esattamente le 2 e 22 della notte tra il 9 e il 10 aprile 1932.
Qualche ora prima, appena scesa la sera, i suoi concittadini lo avevano visto passare, con la sua Alfa Romeo 2300: una freccia rossa che aveva attraversato, perché quello era il percorso della strada Flaminia allora, l’intero centro cittadino.

La Mille Miglia sfortunata del ’29

Anche nel 1929, in occasione della sua prima partecipazione alla corsa automobilistica più popolare e famosa grandi erano le speranze dei suoi tifosi, ma, racconta ancora Remo Tomassini, “I ternani lo hanno aspettato invano a Terni rinunciando alla cena”. Fu una delusione: Borzacchini, che quell’anno correva con una Maserati 1700, era arrivato in testa a Roma alle 19 e 28. Ma dopo trenta chilometri il motore si “impannò”. “Le pizzerie e i fornai – continua il racconto di Tomassini – avevano provveduto a distribuire pizze ai tifosi che aspettavano nella piazza Vittorio Emanuele… Una simpaticissima e caratteristica figura di ternano “verace, Metelli ex bersagliere, noleggiatore “di piazza” con la sua motocarrozzetta, con la sua tromba d’ordinanza s’era piazzato in posizione strategica presso la torre Barbarasa, in stretta collaborazione con un fiasco di buon vino di Stroncone, con acuti squilli di tromba avvertiva del prossimo passaggio di un concorrente”. Metelli, Orneore Metelli oggi famoso nel mondo dell’arte per le sue opere di pittore naif.
Tra quei bolidi che s’infilavano a tutta birra in via Roma per sbucare rombanti in piazza Vittorio Emanuele (piazza della Repubblica) gremita di gente, la Maserati rossa di Borzacchini non ci fu, qundi. Ma nel 1932 quando egli transitò da Terni era, appunto all’inseguimento dei primi e figurarsi l’entusiasmo dei tifosi! A Roma per primo era passato il tedesco Rudy Caracciola, seguito da Siena e Campari. Borzacchini era quarto, ma con 12 minuti di distacco, che era rimasto praticamente inalterato a Narni. La rimonta cominciò lì: il ritardo diventò di 10 minuti e mezzo a Terni e di 6 a Perugia. A Macerata transitò in testa Campari seguito da Borzacchini a 1 minuto e mezzo, mentre Caracciola che accusava noie ai freni aveva accumulato un ritardo di otto minuti. Ad Ancona Baconin era primo, avendo superato Campari a pochi chilometri dal capoluogo marchigiano. Campari non aveva intenzione di mollare, tanto è vero che passò a  soli 25 secondi.
Ormai, allo scendere della notte, la vittoria era circoscritta a quattro concorrenti: Borzacchini, Campari, Siena che era staccato di poco più di un minuto, e Caracciola che inseguiva a 5 minuti. Il quinto era ormai oltre il quarto d’ora. A Bologna le posizioni erano meglio delineate: Borzacchini primo con Caracciola secondo ma a 10 minuti e mezzo. Per tagliare il traguardo di Brescia restavano da percorrere ancora 400 chilometri: bisognava raggiungere Treviso e le Dolomiti e da qui picchiare sul capoluogo lombardo, sede di partenza e arrivo della “Milla Miglia”. Solo un incidente meccanico poteva togliere la coppa del vincitore dalle mani del campione ternano il quale poteva anche permettersi, a quel punto, di avere un occhio di riguardo per la vettura. Borzacchini non aveva dimenticato quel che gli era accaduto nel 1929, quando era partito a razzo ed aveva chiesto il massimo alla sua Maserati battendo record ad ogni passaggio cronometrato fino a Roma, ma poi il motore, sollecitato all’inverosimile ad un certo punto s’era ammutolito. L’esperienza gli servì e nel 1932 seppe metterla a frutto. A Brescia arrivò comunque con circa un’ora di anticipo rispetto al previsto. La Mille Miglia era sua.

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Per saperne di più:
Remo Tomassini, "Borzacchini, l'uomo, il pilota, il suo tempo".
Ed. Aci Terni e Cestres, 1983.
Giuseppe Prisco, "Mario Umberto Borzacchini. Cavaliere del rischio",
ed. Historic Borzacchini e Comune di Terni, 1997

Somma, sotto i rovi l'Arma di Papa Gregorio

Nel percorrere l’antico tracciato della via Flaminia in Umbria, lungo il diverticolo orientale, non appena oltrepassato il valico della Somma, discendendo verso Spoleto si traversa un ponticello sulla spalletta del quale è ancora presente un’Arma. E’ l’Arma Papale di Gregorio XIII. Un’altra, ce n’era, di Arma papale, lungo quel tratto di strada tra Terni e Spoleto: era l’arma di Urbano VIII, posta in prossimità della frazione spoletina di Strettura, in coincidenza del bivio da cui si diparte la strada per Montefranco, che poi conduce sulla Valnerina. Quell’Arma (lo stemma papale inciso su marmo) è andata distrutta in seguito allo sbandare di un camion che, finito fuori strada nel percorrere la Statale piombò sul piccolo monumento mandandolo in mille pezzi.
L’Arma di Urbano VIII era stata posta a suggello della costruzione della via del Ferro, quella che, appunto dalla Flaminia, vicino Strettura raggiungeva Montefranco, scendeva sulla Valnerina, la percorreva fino a Sant’Anatolia di Narco, si inoltrava su per i monti dopo aver scavalcato il fiume Nera e giungeva a Monteleone di Spoleto, sede delle importanti miniere di ferro. Attraverso quella strada il minerale, appena sgrezzato, raggiungeva la ferriera papale a Terni.
Distrutta quell’Arma; e si va ancora alla ricerca dei resti, dei pezzi che qualcuno dice che siano conservati proprio- guarda il caso – da un’altra Arma, quella dei Carabinieri.
Diversa la sorte dell’Arma di Papa Gregorio XIII, quella – appunto – che esiste ancora sulla spalletta del ponte presso il valico della Somma. Esiste, ma non si sa ancora per quanto. Dimenticata da tutti avrebbe bisogno di un intervento di restauro che non dovrebbe nemmeno essere troppo costoso. Essa non corre rischi per sbandamenti di camion o mezzi pesanti, essendo quel tratto di strada ormai percorso solo da uno scarso traffico locale. Ma è completamente ricoperta di sali; il materiale su cui è scolpita è fortemente danneggiato. La faccenda fu segnalata quattro anni fa. Nel marzo scorso ancora nessuno era intervenuto e l’arma, sempre più degradata, stava cominciando ad essere di difficile lettura.  Al momento, con la primavera inoltrata, è del tutto scomparsa in mezzo ai rovi. Nascosta alla vista. Fino a quando arriverà magari una ruspa a togliere quei rovi, per questioni di agibilità della strada e magari insieme ai rovi demolirà anche un pezzo di storia.

Gregorio XIII stemma papale
Lo stemma raffigurato sull’Arma

Perché sta proprio lì quell’Arma? Che significato ha? Che c’entra il papa che riformò il calendario, che tanto si impegnò per fare più bella Roma, che fondò l’accademia musicale di Santa Cecilia e che avviò la costruzione del palazzo del Quirinale – tra le tante altre cose – col ponte di un valico di montagna?
Il fatto è che la Flaminia “vera”, per secoli, in Umbria era stata quella che fu poi conosciuta col nome di “Flaminia Vetus”, ossia il diverticolo occidentale della strada consolare, quello che passava per Carsulae, Massa Martana, Bevagna prima di arrivare a San Giovanni Profiamma e poi inoltrarsi verso le Marche. Il tratto orientale che ormai a metà del XVI secolo stava diventando il più importante ed utilizzato, venne ammodernato e reso più facilmente agibile proprio ad opera di papa Gregorio XIII che nell’impresa investì risorse considerevoli. Non a caso, per un certo periodo la strada perse, nell’uso comune, il nome di Flaminia per diventare la “strada Gregoriana”.
A seguire i lavori- dopo averli, in verità, fortemente sollecitati – fu il cardinale Guido Ferrero, legato di Spoleto, che di papa Gregorio era amico fin dall’infanzia e che godeva della fiducia piena del santo padre.

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Somma, sotto i rovi l’Arma di Papa Gregorio

Perugia, i preti vendono altare Luigi XV a un antiquario

Pasqua  era passata giusto da una settimana. Per gli agenti del dazio il lavoro era finalmente un po’ calato, dopo che per alcuni giorni avevano avuto il loro da fare per registrare il transito di camion carichi di colombe dolci e uova di cioccolato, verdure e soprattutto abbacchi. Era il destino di chi prestava servizio in una gabella alle porte della grande città, quella che era nel punto in cui la strada Flaminia stava per entrare in Roma. Lì arrivarono, nel pomeriggio del 9 aprile 1959 due camion, OM, verde scuro. Il cassone era ricoperto da una spessa tela marrone. Alla gabella del dazio si pagava la tassa comunale, che variava, secondo le merci trasportate. «Che portate?», fu la domand di rito. «Tutta robba vecchia», rispose uno degli autisti. Bassino ma tarchiato, una quarantina d’anni, brizzolato. Il daziere fece un giro intorno ai camion e notò che una delle cordicelle che tenevano fermo il telone che ricopriva il cassone era sganciata: dall’apertura sporgeva un pezzo di un crocifisso. «E questo?», domandò. «Je l’ho ddetto, robba vecchia. De chiesa, ma sempre robba vecchia è». «Aprire tutto», ordinò il daziere.
La “robba vecchia” era, in pratica, un altare completo stile Luigi XV; candelabri e porta ceri d’argento; un  reliquario del Settecento che portava inciso il nome dell’artigiano che l’aveva cesellato; e tutta una serie di altri oggetti: da inginocchiatoi ad aspersori, da vasi di cristallo a statue di legno che raffiguravano angeli e santi : «Ah… robba vecchia? Qui ce sta ‘n tesoro! Artroché», esclamò il daziere. E cominciò un battibecco, fino a che il piccoletto brizzolato si dette una manata in fronte: «Mo’ che m’aricordo… C’ho ‘na lettera d’accompagno che m’hanno dato ar Domo de Peruggia. Mo la pijo».
La lettera, in effetti, era scritta su carta intestata con lo stemma del Capitolo del Duomo di Perugia, ed era fornita di tutti i timbri d’ordinanza. C’era spiegato che tutti quegli oggetti dovevano essere trasportati a Roma per essere sottoposti a restauro e che successivamente essi “dovevano ritornare a Perugia”.  «Se li preti hanno scritto che ‘ sta robba deve torna’ a Peruggia, è evidente che ci tornerà», conclusero insieme l’autista e il daziere. «Potete passare».
Finita la storia? No, perché comunque c’era chi s’era messo in allarme. Una macchina seguì i due camion nelle strade di Roma non si fermarono. Erano a Trastevere, davanti ad un negozio: “Arredamenti”, c’era scritto sull’insegna. Il titolare fu chiamato a fornire spiegazioni. «Ho acquistato tutta questa roba partecipando ad un’asta: ho presentato un’offerta in busta chiusa ed è risultato che ero quello che praticava le migliori condizioni. Quindi questa roba io l’ho regolarmente comprata». Nel 1959 era da poco nata la “moda” di arredare ville e case di campagna con mobili ed oggetti antichi. Si potevano così notare campanelle da sagrestia alla porta d’ingresso, mobili bar ricavati in un confessionale. Insomma, c’era mercato per quegli oggetti che si stavano consegnando al negozio di arredamenti di Trastevere.
A quel punto il piccoletto, raccontò. «Noi stavamo vicino Peruggia perché avevamo fatto ‘n trasporto – disse –. Stavamo a torna’ a Roma, era già sera. Ce fermò uno che disse de esse’ un omo de fiducia der signore che c’ha ‘sto negozio de Trastevere e che je serviva de porta’ a Roma n’po’ de robba che dovevamo carica’ su, al centro de Peruggia. Se semo accordati sul prezzo e semo annati a carica’».
In piazza del Duomo i due camion arrivarono a notte già avanzata.. Si aprì un portone e gli automezzi entrarono in un cortile. «Lì aspettammo quasi per tutta la notte». Alle cinque del mattino del 9 quando arrivarono – è il racconto degli autisti – due preti i quali, tra tanti oggetti indicavano quali erano da caricare sui camion». «Fate in fretta ma non fate rumore – si raccomandarono – perché la gente comincia a circolare e qui il comune è governato dalla sinistra. Potrebbe scapparci uno scandalo». Ma nessuno s’accorse di niente. «Du’ preti propio a mmodo – commentò il tarchiato – ‘gni vorta che passavono davanti all’altare s’inchinavono e se facevono ‘r segno d’a croce».
Il Capitolo spiegò, poi, che tutti quegli oggetti erano lasciti a favore di varie chiese che in qualche caso si trovavano ad avere problemi di spazio ed avevano perciò tutto inviato all’Arcivescovado, «che non sa che farci e quindi ha messo tutto in vendita».

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