Abeto, dodici abitanti e una storia millenaria

Don Ansano Fabbi era il parroco di Abeto e Todiano. Attaccatissimo alla terra dove era nato, ottavo di dieci figli. Lui era proprio di Todiano che, nella chiesa parrocchiale, conserva dipinti di scuola fiorentina. Lì, in una chiesa abbarbicata sull’Appennino, sulle cime che dividono la Valle del Nera da Norcia e il suo altipiano. Il fatto è che secoli fa quelli di Todiano e di Abeto a fare il norcino andavano non verso Terni o Roma, ma  in Toscana, e la loro “opera” era talmente apprezzata che riuscivano a permettersi un vita agiata. Loro, quindi, finanziarono gli artisti toscani perché abbellissero la chiesa del paese.
Don Ansano, più recentemente, andava alla ricerca della tante presenze culturali che arricchiscono la zona e che vanno dalla preistoria, al periodo Romano, al ducato longobardo. Amava conoscere gli avvenimenti, gli usi e costumi che nascevano da quell’incrociarsi di culture, le tradizioni, i “segni” rimasti su un fontanile, un architrave, una chiesa, un castello… Ne sono usciti una trentina di libri in cui ha riportato anche i racconti e le leggende popolari. Gli anziani che le raccontassero non c’erano più, e non c’erano più nemmeno i giovani che avrebbero dovuto ascoltarli. La Valnerina già da tempo andava spopolandosi, pur se negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, quando Don Ansano era il parroco, quei centri arrivavano a contare anche qualche centinaio di abitanti.
Oggi, a più di trent’anni dalla sua scomparsa (Ansano Fabbi morì il 20 novembre del 1980) gli abitanti sono rari: «Qui? In inverno siamo dodici – dice una signora affacciata ad una finestra sulla via principale di Abeto – In estate no. Diventiamo molti di più c’è chi viene qui a passare le vacanze. Diventamo pure troppi…». In vacanza; nelle case che furono dei nonni e dei genitori che il paese l’hanno lasciato a suo tempo. Case ben ristrutturate, una bella piazza cui si arriva dopo essere passati davanti ad una antichissima pietra scolpita a rappresentare un leone. Piazza Angelantonio Cesqui si chiama. Lì c’è una raccolta di storia di Abeto. C’è il palazzo che esibisce lo stemma del paese, un abete bianco, albero ormai raro ma che in quella zona era fitto in tempi antichi; e la fontana dei Delfini, costruita nel 1884 “a patrio utile e decoro”, come recita la lapide. E c’è dell’altro: un cippo di epoca romana ai piedi della scalinata laterale della chiesa di San Martino, la parrocchiale, sorta al posto dell’antica rocca attorno alla quale s’è sviluppato il centro abitato.

abeto-strada-per-norcia-3-320x240E c’è una pietra che ricorda una battaglia vinta, quella per la costruzione della strada che da Abeto porta a Norcia: «Per forte unanime volere coll’obolo e col braccio degli abetani la strada rotabile Abeto-Norcia fu costruita», c’è scritto. Era il 1925 e, sembra di capire, gli abetani fecero tutto da soli, mettendoci il sudore e il portafogli. Immancabile il monumento ai caduti del ’15-’18, un cippo con elmetti dei soldati italiani, sormontato da un’aquila di bronzo. E a sinistra, rispetto a chi guarda, sul palazzo principale, la lapide dedicata a Sergio Forti: «Da questo sicuro rifugio donde diresse e coordinò il movimento partigiano del settore Sergio Forti all’alba del 14 giugno 1944 con gli occhi volti alla sua e alla nostra Trieste mosse verso il martirio e verso la gloria».
Sergio Forti aveva 24 anni quando fu fucilato dai nazisti a Paganelli, vicino Norcia. Era nato a Trieste, ingegnere, tenente del genio navale, dopo l’8 settembre si unì ai partigiani: si rifugiò ad Abeto entrando nella “Banda Melis”. Organizzò un’azione per rendere difficile la ritirata dei tedeschi, ma il gruppo fu sorpreso dai nemici: Sergio Forti fece ripiegare i suoi uomini e restò, da solo, a sparare. Dopo la cattura fu torturato e poi fucilato.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Per saperne di più: su Abeto   Todiano

 

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