Terni, Bilbao: reazioni diverse alla crisi siderurgica

Ast ThyssenKrupp Terni
Le acciaierie di Terni

Bilbao? Trecentomila abitanti, il mare ed il porto. Un’economia ed un modello di sviluppo che, nel XX secolo, si basava sulla siderurgia e che andò in difficoltà a cominciare dagli anni Ottanta del secolo scorso. Bilbao aveva trecentomila abitanti, la città si era sviluppata in fretta attorno alle fabbriche e sulle sponde del fiume Nervion. Con la crisi dell’industria siderurgica diventarono improduttive infrastrutture come il porto, sul golfo di Biscaglia, e l’aeroporto.
Una situazione che può essere raffrontata a quella di Terni? Beh, ci sono differenze sostanziali. Il punto di contatto evidente è che anche nella città basca l’economia cittadina e dell’intera area si reggevano principalmente sulla siderurgia. Per il resto i due casi presentano non poche differenze. Intanto le dimensioni della città, le infrastrutture come porto e aeroporto che Terni non ha; la stessa dipendenza dell’intero sistema economico dalla monoproduzione siderurgica che a Terni non è totale, seppur egualmente vitale. Non basta: tra Bilbao e Terni c’è un’altra importante differenza: la capacità di reazione e di decisione che gli spagnoli – forse “agevolati” dalla disperazione – hanno mostrato al sopraggiungere della crisi, e che a Terni non si è vista e non si vede.
Da città della siderurgia e degli Altos Hornos de Vizcaya, Bilbao è diventata la città del museo Guggenheim, attorno al quale si è costruita l’immagine di una delle capitali mondiali della cultura e dell’arte moderna e contemporanea. Dal declino ad un nuovo sviluppo repentino e consistente, alimentato da milioni di visitatori. La mancanza di alternative e la disperazione, ma anche coraggio e capacità di pensare in grande, guardando oltre quel che c’era, furono alla base della scelta di cambiamento radicale del modello di sviluppo: cultura. E quindi turismo e servizi ad esso collegati, e contemporaneamente lo sfruttamento di una opportunità costituita dalla disponibilità di aree dismesse dall’industria da riconvertire. Oggi, dopo la “bolla edilizia” un’operazione di questo tipo sarebbe impossibile. Ma il metodo utilizzato, quasi sfrontato rimane un’esperienza in grado di fornire importanti indicazioni. A Terni qualcuno se la sarebbe sentita di rischiare così tanto?
E’ proprio questa la diversità che salta agli occhi leggendo il libro d’indagine scritto da Cecilia Cristofori e dal gruppo di ricercatori a lei vicini, nato dentro una facoltà universitaria, scienze politiche, che  a Terni è stata giubilata dopo pochi anni. Basterebbe questo fatto a sottolineare la differenza tra Terni e Bilbao. Mentre nella città basca si è puntato sulla realizzazione di un centro culturale di primo piano a livello europeo, a Terni non si è stati capaci di mantenere nemmeno una delle facoltà di indirizzo non strettamente tecnico che l’Università di Perugia, che si tenta blandamente di far diventare l’ateneo regionale umbro, vi aveva distaccato. Eppure quella operazione sembrava interessante, sembrava l’occasione per dare fiato ad un cultura cittadina che andasse al di là della monocultura industriale.
La facoltà di scienze politiche in poco tempo ha promosso iniziative atte a “ragionarci su”, a conoscere meglio la città e la sua gente andando sotto la crosta del magma, individuando problemi e cercando – come nel caso del libro in questione “Terni e Bilbao. Città europee dell’acciaio” – di studiare le esperienze degli altri, magari per avviarne di proprie. Ma, appunto, la facoltà di Scienze Politiche non esiste più; e langue la facoltà di economia aziendale che aveva, tra l’altro, rivitalizzato un centro minore come Collescipoli; e la facoltà di Scienze della Formazione, nata come il “Dams ternano” e ridotta ad un singolo corso di Scienze dell’Investigazione che si tiene a Narni. Si è tornati nell’alveo dell’ingegneria e della medicina, per di più impelagate in non poche difficoltà logistiche.
E pensare che s’era arrivati ad un passo, che bastava compiere un saltino in avanti, a cavallo degli anni Novanta, quando Terni sembrava avviata per tempo a rivoluzionare il proprio modello economico e di sviluppo mediante progetti che avevano, oltretutto, il merito di non considerare quello siderurgico un comparto esaurito, ma anzi talmente vitale da essere la pedana elastica per un salto qualità. Accanto alla siderurgia la cultura: l’Università, l’intuizione del multimediale, il cinema a Papigno, un centro di video produzione alla Bosco, un laboratorio con Rambaldi, la ricerca col parco tecnologico scientifico, il Centro Sperimentale Materiali e l’Isrim; la chimica innovativa dal biodiesel alla plastica biodegradabile, il centro di ricerca sulle cellule staminali, la biotecnologia.
Altro che Guggenheim! Si alzava lo sguardo al di sopra delle montagne della conca. Ma la ricreazione è presto finita. Di tutte quelle iniziative già in cantiere o avviate, della loro articolazione nell’ambito di uno stesso progetto complessivo, come l’accordo di programma tra tutte le istituzioni pubbliche, non è rimasto niente. Ci si è mangiati tutto, contentandosi di attività di terziario a bassissimo contenuto innovativo, di servizi assistenziali e di supporto; un po’ di rifiuti, un po’ di grande distribuzione commerciale, un po’ di appalti alle acciaierie; basso valore aggiunto alle produzioni. Una nascente vitalità piccolo–imprenditoriale ben presto abbandonata a sé stessa, privata di supporti e  stimoli.
Lo studio di Cecilia Cristofori, posto Bilbao come termine di paragone (ma poteva essere anche qualche altro centro europeo  passato attraverso la reindustrializzazione) ripercorre tra l’altro la storia cittadina degli ultimi decenni, richiamando alla memoria le occasioni perse, fotografando la Terni “fisica” e sociale. Il paragone con Bilbao, è la conclusione cui il lettore arriva automaticamente, non può esistere.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Terni e Bilbao. Città europee dell’acciaio.
A cura di Cecilia Cristofori. Franco Angeli, Milano 2014. Pp.224. Euro 25.  

 

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