Una bandiera rossa sul monte della Croce

Nel 1924 festeggiare il Primo Maggio per i lavoratori fu un atto di coraggio e di sfida al regime. Anzi, l’edizione clandestina de L’Unità salutava con entusiasmo il fatto che quel Primo Maggio del ’24 “per merito e per virtù del fascismo” era stato diverso rispetto a quelli che lo avevano preceduto, molto più simili ad una festa che ad “una giornata di manifestazione e di lotta”. Con l’avvento del fascismo, invece, pare che diventò una giornata di ben diverso e assai migliore significato”.
Il “ Quotidiano degli operai e dei contadini” – come recitava la sottotestata de l’Unità – raccontava i fatti più importanti: “Imponenti manifestazioni in Sicilia” con “Due comizi a Messina”. E poi le reclute che su un treno intonarono Bandiera Rossa; i Militi della Msvn che effetturaono un migliaio di arresti a Roma, un milite fascista reduce dalla libia che festeggiò anch’egli il Primo Maggio; gli industriali baresi che per vendetta proclamarono la serrata. Non manca Terni, su quella prima pagina: “Un’altra bandiera rossa a Terni” è il titolo della notizia. L’Unità riferisce, infatti, che a Terni l’astensione dal lavoro se non fu totale fu rilevante e che chi era stato costretto al lavoro aveva sottoscritto in favore dei giornali proletari. E grande fu lo stupore quando la mattina del Primo Maggio ci si accorse che sulla cima del Monte della Croce sventolava una grande bandiera rossa. “Si rese necessario – raccontò il cronista – l’intervento di tutto lo stato maggiore e dei militi della M.V. per la sicurezza nazionale per tentare, senza alcun risultato di scoprire l’autore di un sì grave attentato. Il fermento cessò – si concludeva la breve nota giornalistica – quando la bandiera rossa fu dai carabinieri tolta e riportata a Terni quale trofeo di vittoria”.

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Ternani, così colti e gentili. Nel 1828

corso vecchio Terni
Terni Corso Vittorio Emnanuele

I ternani? Eccoli com’erano nel 1828. «Terni è fecondissima di uomini d’ingegno elevato, di dolcissimo carattere, e di civili costumi, e tali da eseguire qualunque onorata, nobile ed ardita intrapresa, come lo provano largamente gli annali della patria loro. Frutto è questo del clima, della educazione, e del conversare continuo con colti e gentili viaggiatori».
Parola d’onore di Girolamo Eromeli, che così scrive in una lettera alla sua amica fiorentina Aspasia Talassi. Due nomi e due cognomi che appaiono più fasulli di una valigia di banconote fuori corso; pseudonimi. Chi mai saranno stati i due? Per quanto riguarda lei sembrerebbe trattarsi di una nobildonna fiorentina: il paragone con Aspasia di Mileto fa pensare ad una donna colta, capace di sostenere dotte disquisizioni, libera nei rapporti con l’altro sesso. Diciamo una donna avanti rispetto ai tempi. E lui? Chissà? Forse un marchigiano se si considera che, nel 1828, la lettera divenne un libro che fu stampato a Pesaro.
Girolamo Eromeli, così continua: «Fra i pregi degli abitanti di Terni contasi in particolar modo l’ospitalità che trovasi in grado sublime in ogni classe di questo popolo; anche Luciano Bonaparte _ sottolinea Eromeli _ nel suo poema “Carlo Magno” chiama la città ospitaliera».

piazza del Popolo Terni
Piazza Vittorio Emanuele

Appare strano? Eppure i ternani della prima metà dell’Ottocento sembra fossero proprio così: ospitali, gentili, colti, ardimentosi ed innovativi imprenditori.
Qualcuno dubita? Ecco cosa scriveva Francesco Angeloni alla metà del ’600: Terni «è fra le più celebri e illustri città d’Italia, per cagione di antichità, per dignità sua, per magistrati, per grandezza e nobiltà delle pubbliche fabbriche, per onori ricevuti e per grandi e prodi e santi uomini prodotti».
Francesco Angeloni _ si sa _ era mosso soprattutto dall’amore per la sua terra di origine. Ma Girolamo Eromeli, perché si sdilinquiva in tanti apprezzamenti dei ternani e soprattutto di Terni e le sue acque?
Il sospetto è che fosse “sponsorizzato”, o _ meglio _ che fosse una specie di agente pubblicitario per un’iniziativa economica, varata giusto un anno prima: i “Bagni Manni”, che egli decanta nella lettera alla misteriosa (o addirittura inesistente?) amica fiorentina. «I bagni _ riferiva _ sono situati all’interno della città nel luogo detto Camporeale, ove la sua situazione amena e deliziosa gareggia con la salubrità dell’aria. Un giardino ricco di fontane, adorno di belli viali, ripieno di spalliere, e di vasi simmetricamente disposti sempre carichi di frutta, ridondante di piante indigene ed esotiche, forma la ridente prospettiva allo stabilimento dei bagni».
Uno spot in favore di quello che sarà in seguito conosciuto come l’Albergo Manni: uno stabilimento termale. L’acqua del Nera vi arrivava attraverso uno dei tanti canali che percorrevano la città. «Le acque del Nera contengono carbonato di calce, magnesia e solfo, e sono perciò adoperate in una casa di bagni», raccontava una trentina d’anni dopo Anton Giulio Barilli, genovese, garibaldino, giunto a Terni al concentramento prima di una spedizione contro i papalini. E di Terni e dei ternani che dice Barilli? «C’è un visibilio di cose da vedere; e quindicimila abitanti rallegrano il luogo; ottima popolazione molto operosa» e, soprattutto, «una bella popolazione specie in materia di donne. Belle e savie donnine di Terni, così onestamente cortesi, voi ci avete fatto sentire ancora una volta che l’Italia è una, dall’Alpi al Lilibeo». E pensare che appena arrivato aveva scritto nel diario: «Terni, con tutte le sue grandi memorie, non mi fece a prima giunta un gran senso: gli edifici si levano troppo poco da terra e le vie non offrono alcuna veduta pittoresca». Poi si è ricreduto. Chissà come mai?

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Ternani, così colti e gentili.

C'è BB, a Spoleto e Piediluco occhi sgranati e caccia alla diva

Bardo a Piediluco
Brigitte Bardot al lago di Piediluco. Foto di Enrico Valentini

L’auto era davvero “un macchinone americano targato Usa”, come riferiva con gli occhi sgranati un cronista spoletino dell’Unità “sganciato” sul campo di battaglia? O una “potente Simca bicolore”, come riferivano invece i cronisti mondani degli altri giornali un po’ più smaliziati? Un fatto è certo: sul sedile posteriore c’era seduta Brigitte Bardot che da Fiumicino, dov’era atterrata con un aereo Alitalia, si recava a Spoleto. Nella città del Duomo si trattenne alcuni giorni, e mezza Umbria, quella del sud – almeno – fu messa a soqquadro. Stuoli di giornalisti e squadroni di “paparazzi”in caccia della diva. I più smaliziati, arrivati da Roma e da Milano, insieme ai “locali” che finalmente potevano tuffarsi nel tourbillon e togliersi la soddisfazione di provare a dare punti ai colleghi “sparoni”, come fece – tra gli altri – il ternano Enrico Valentini, uno con l’occhio pronto e il dito veloce che “beccò” la Bardot in bikini sul lago di Piediluco. Fu caccia alla diva. E lei, star consumata che sapeva come utilizzare al meglio fama ed avvenenza, che protestava ma solo per rispetto dei ruoli.
A Spoleto arrivò ai primi di agosto del 1961. Il Festival dei Due Mondi s’era concluso venti giorni prima: la scena era tutta per lei. Lei e naturalmente qualche altro personaggio impegnato nelle riprese del film “La vie privée”: Marcello Mastroianni, protagonista maschile, e il regista francese Louis Malle. “Grande è l’animazione in città – riferiva il cronista spoletino – Il movimento e l’affollamento fanno pensare ad un nuovo festival. Solo all’hotel dei Duchi sono state riservate una quarantina di camere per i componenti della troupe. Almeno un centinaio sono le persone al seguito della protagonista”.  Tutta la troupe a Spoleto, ma Brigitte Bardot non era con loro. “Per lei – aggiungeva il nostro – è stata sistemata una villetta alle falde di Monteluco, ricavata in un vecchio romitorio”. Immersa nel bosco, silenzio assoluto, pace.
Ma la Bardot resistette solo qualche ora. «La monacale severità del luogo – spiegava il cronista, stupefatto – non ha incontrato la simpatia della diva francese che è ripartita in tutta fretta. E’ stata vista dai paparazzi caricare di corsa un piccolo baule su una macchina e scendere precipitosamente in direzione di Spoleto. Ha trovato ospitalità in casa di Menotti, a piazza Duomo. BB ha confidato che l’aspetto monastico del luogo l’ha spaventata ed inoltre trova intollerabile l’assenza di acqua calda”.
Ed eccola a Spoleto. Come le è sembrata la città? Le chiesero. “Spoleto è un piccolo paradiso. Se non fosse per questi orribili fotografi”, rispose lei mentre quelli bruciavano i flash. Un rapporto odio–amore, stando alla cronaca del giornalista spoletino: “Brigitte ha dovuto vincere la sua opposizione per i fotografi – raccontò – ma l’ha fatto con garbo, sfoderando il suo più bel sorriso. Appariva in forma smagliante, indossava un paio di pantaloni a pois con una camicetta di tela bianca, abbondantemente scollata. Quando è apparsa sulla piazza del Duomo, così fragile, così bella, anche i paparazzi più incalliti apparivano scossi. Ma è stato un attimo: al primo lampo ne sono seguiti centinaia”. Sarà stato scapolo, il cronista, sennò a casa…
Nei giorni successivi, comunque, fu tutto un “fiorire” di foto di BB su giornali e riviste: lei a passeggio per Spoleto, lei al sole a Piediluco sul pontile, la zuffa tra i suoi “scudieri” e i paparazzi. Non mancò il gossip, specie quando si riferì di un incontro “segreto” in una trattoria di Perugia tra lei e l’attore Sami Frey, che – si leggeva sulle riviste patinate – era la causa della separazione tra BB e il marito.
E gli spoletini? “Sa’, al festival ne abbiamo viste tante che ora non ci si fa più caso. Guardi, io che abito qui, proprio sulla piazza dove girano il film, questa Brigitte Bardot non l’ho vista nemmeno!”, raccontava al cronista un non meglio precisato “notabile spoletino”. E fu con aria di sufficienza che un centinaio di “autorità cittadine” andarono al rinfresco offerto dalla casa di produzione. BB però s’inventò un’emicrania e non si fece manco vedere. Gli inviati raccontavano, però, di gente che faceva “capoccella” dietro le persiane, in piazza del Duomo, quando la Bardot era sul set. Almeno i ragazzini si piazzavano dietro gli angoli dei muri, senza porsi problemi. Se li vedevano… Pazienza!

Valentini e BB
Enrico Valentini fotoreporter ternano

Il momento più complicato per i fotoreporter fu quello finito con la zuffa di Piediluco. C’era pure Enrico Valentini: se la vide brutta ma “rubò” alcuni scatti di BB in bikini sul pontile.
Cinquant’anni dopo, una di quelle foto, è finita sul manifesto che pubblicizzava una mostra promossa dalla Fondazione Carit “Presenze. Gli scatti di Enrico Valentini 1959–2012”, era il titolo.

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Vallo di Nera, morti a vent'anni fucilati dai nazisti

vallo  di nera resistenza 3 aprile 1944
La lapide che ricorda il sacrificio di otto giovani fucilati dai nazisti in Valnerina

L’obbiettivo principale dei nazisti in ritirata, erano i partigiani della Brigata Gramsci. Ma non stettero a fare distinzioni. E in Valnerina, là dove la “Gramsci” era particolarmente attiva, per alcuni giorni instaurarono un regime di vero e proprio terrorismo: bastava che un giovane fosse nell’età “giusta” perché fosse considerato nemico da abbattere. Ed in effetti l’appiglio contro chi allora aveva vent’anni, i nazisti sapevano come trovarlo: se non era partigiano, era renitente alla leva o disertore: perché infatti, non era arruolato nell’esercito della Repubblica Sociale? Fu per questo che morirono quegli otto giovani.  Avevano tutti attorno ai vent’anni quella mattina del 3 aprile 1944, quando furono fucilati, sul ciglio della strada Valnerina, tra Vallo di Nera e Piedipaterno, in una località chiamata Pianarotte. Lì ora un cippo ricorda il loro sacrificio. Un luogo ameno, oggi: alberi, prati, campi coltivati, il ponticello che scavalca il letto di un torrente. All’ombra di alberi secolari, i tavoli per un pic nic a disposizione di chi passa.

Valnerina
Pianarotte la località in cui otto giovani furono fucilati dai nazisti

E’ un invito a non dimenticare. Chi si ferma non può non avvicinarsi a leggere la scritta incisa sulla lapide: “Qui all’alba del 3 aprile 1944 venne compiuta l’orrenda strage di otto giovani partigiani dell’onore la libertà la civiltà ad opera delle barbariche orde alemanne che infestarono queste contrade durante la sanguinosa agonia della tirannide fascista”.
“Partigiani dell’onore, la libertà e la democrazia…”, perché la Resistenza, la lotta al nazifascismo non fu solo una guerra, ma una lotta di popolo, combattuta anche da chi materialmente non ha sparato nemmeno un colpo di fucile; una lotta di italiani che volevano una vita diversa, la libertà e la democrazia.
Sotto la scritta, otto foto. Le facce di otto ragazzini: Edoardo Finetti, 19 anni; Raoul Bolognesi, 18 anni; Virgilio Cremonini, vent’anni; Sandro Murasecchi, 18 anni li avrebbe compiuti alla fine di quel mese di aprile; Galliano Chiaroni e Italo Brunelli, entrambi di vent’anni. Per  Orazio Risi, Elio Menichelli, la data di nascita non è indicata, ma quel loro viso imberbe parla più di un intero ufficio anagrafe.
Il periodo di terrorismo, iniziato il 19 marzo 1944 durò una decina di giorni, nessuno dei quali passò senza che ci fossero vittime, oltre che nelle fila della brigata Gramsci, anche tra la popolazione. Oltre agli otto a Vallo di Nera, altri giovani furono fucilati: tre a Norcia, undici a Cascia, quattro a Borgo Cerreto, cinque a Monteleone di Spoleto.

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Per saperne di più:
 Ubaldo SANTI, La Resistenza a Spoleto e in Valnerina (1943–44) Ed. Nuova Eliografica Spoleto
 Angelo BITTI, La guerra ai civili in Umbria (1943-1944), Perugia, Isuc; Foligno, Ed. Umbra
 Giuseppe GUBITOSI, Il diario di Alfredo Filipponi, Perugia, Isuc; Foligno, Editoriale Umbra

In UMBRIASUD vedi: Gli slavi...

Vallo di Nera, morti a vent’anni fucilati dai nazisti

Gli slavi della Brigata Gramsci

Forca di Cerro lapide slavi
La lapide che ricorda i partigiani Slavi a Forca di Cerro

Una lapide a Forca di Cerro ricorda il sacrificio dei partigiani slavi nella guerra di Liberazione italiana. Era il 15 giugno del 1973 quando essa fu apposta sulla parete della torre piezometrica dell’acquedotto di Spoleto, che si torva proprio al valico. “I fratelli jugoslavi caduti fra questi monti boscosi e le verdi vallate nella lotta contro il barbaro oppressore nazifascista”, c’è scritto. Poi dodici nomi, Milan Kovacevic, Petar Curovic, Dusan Labovic,Viktor Bolafio,Krsto Lekovic, Dusan Matic, Isidor, Milan Ljubic, Ivan Kos, Jure Lavric, Kerstner, Albin Vovk, per ricordare anche“tutti gli altri rimasti sconosciuti”.
Gli slavi combattenti in Valnerina furono numerosi. Erano fuggiti dai campi di concentramento di Colfiorito e dal carcere di Spoleto, sul finire del 1943. Andarono a rafforzare la Brigata Garibaldi (i primi) e la Brigata Gramsci (i secondi). La Gramsci operava nel Ternano e nella Valnerina. Al battaglione slavo, soprattutto composto di montenegrini, fu dato il nome di “Tito” ed a comandarlo fu Svetozar Lekovic, uno studente di Berane, città del Montenegro, più noto come il “comandante Toso”.

toso
Il comandante Toso

Finita la guerra Toso, tornato in Jugolaslavia, divenne ingegnere e lavorò all’Istituto Tecnico di Belgrado, mentre il vicecommissario politico, Bogdan Pesic, noto col nome di battaglia di “Boro”, fu giornalista al quotidiano di Belgrado, Politika. Dapprima affiliati alla banda Melis, gli slavi passarono alla Brigata Gramsci comandata dal comunista ternano AlfredoFilipponi. Erano esperti di guerriglia e compirono numerose azioni contro i tedeschi, per i quali furono una vera e propria spina nel fianco. Nei primi mesi del 1944 la Brigata Gramsci controllava il territorio di dodici comuni della Valnerina che, abbandonato dalle forze nazifasciste, fu il primo territorio libero dell’Italia centrale, la prima Repubblica partigiana.

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Per saperne di più.

Marcello Marcellini, "La banda del capitano Melis". Mursia Ed.
Pompeo De Angelis, "La bella fanciulla",Dalia Ed.
S. Lakovic "Toso", "Memorie di un comandante partigiano montenegrino", Isuc-Editoriale Umbra
Giuseppe Gubitosi, "Il diario di Alfredo Filipponi comandante partigiano",Isuc-Editoriale Umbra

In UmbriaSud vedi anche: Abeto...⇒

	

La Ternana e il presidente cabriolet

Stadio Liberati
I tifosi della ternana a pranzo allo stadio in una vecchia foto di agenzia

Nel Guinness dei primati, poi, non ce lo misero. Ma un pranzo con oltre seimila invitati (6.412, per la precisione) non s’era mai visto a Terni e chissà se si vedrà mai più.L’anfitrione fu Domenico Miliucci, presidente della Ternana. Gli invitati tutti i tifosi. L’appuntamento fu allo stadio, ovviamente.Il giorno era il 15 marzo del 1987. La Ternana era in piena crisi. Al Liberati, dove anni prima erano stati di scena Inter, Juventus, Milan, Fiorentina quel giorno scendeva il Francavilla per una gara del campionato di serie C2. La società decise di riallacciare il rapporto coi tifosi delusi, anche se i “fedelissimi”, sempre presenti al Liberati,erano quasi settemila: non pochi per un campionato di C2. Certo rispetto ai ventimila degli anni ruggenti…
Così Domenico Miliucci annunciò trionfante: «Tutti a pranzo al Liberati, ospiti miei naturalmente». E per la domenica della gara col Francavilla ordinò lasagne, pollo o, a scelta, cotoletta; insalata o patate al forno; frutta, dolce, vino per novemila persone. Appuntamento a mezzogiorno, tre ore prima della partita. Ci andarono in diecimila, ma molti erano già “pranzati”. Fu comunque una gran festa, condita con la vittoria per 1 a 0.
Persino il vescovo, monsignor Franco Gualdrini, volle partecipare. Un trionfo personale per il presidente: tutta Italia parlò di lui, presidnte rossoverde da due anni. «Questo ci ha li sordi pe’ fa ‘na guerra», dissero subito i tifosi. E infatti spendeva e spandeva. Il pranzo per i tifosi fu l’ultima di diverse “sparate”, cominciate una sera negli studi televisivi di Rai3. Si trovò seduto vicino ai rappresentanti di un’associazione sportiva di disabili di Foligno i quali lanciavano un’iniziativa per raccogliere fondi ed acquistare due pullmini attrezzati. Miliucci li interruppe: «Una raccolta fondi? I due pullmini ve li regala la Ternana. Mi impegno qui davanti a tutti; fate conto di averli già in garage». Finì tra la commozione generale. Una domenica rimase in panne: si ruppe il motore della sua auto. «Giorgio – disse a Taddei, l’ex presidente rossoverde della serie A ed ancora nel consiglio della società – ho saputo che vuoi cambiare la tua Rover 3000. La compro subito. Basta un assegno di undici milioni? Eccolo qua». Zac, una firma e le chiavi della Rover furono sue.
Qualcuno, però, cominciava a dubitare e riferiva voci secondo le quali Miliucci era solo funzionario di partito, a Roma, nella Dc. «Non date retta ai soliti denigratori. Io faccio il tour operator a Napoli – specificò – organizzo voli tra gli Usa e l’Italia, sono editore di guide turistiche. Sì, sono anche funzionario della Dc, ma per affetto e con lo stipendio che midanno ci metto la benzina!».
Poi però accadde che l’assegno per la Rover era più decapottabile della macchina che ci aveva comprato. I pullmini, l’associazione disabili di Foligno li aspetta ancora; e i novemila pasti… beh, fatta la festa gabbato lu santo,

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La Ternana e il presidente spider

Abeto, dodici abitanti e una storia millenaria

Don Ansano Fabbi era il parroco di Abeto e Todiano. Attaccatissimo alla terra dove era nato, ottavo di dieci figli. Lui era proprio di Todiano che, nella chiesa parrocchiale, conserva dipinti di scuola fiorentina. Lì, in una chiesa abbarbicata sull’Appennino, sulle cime che dividono la Valle del Nera da Norcia e il suo altipiano. Il fatto è che secoli fa quelli di Todiano e di Abeto a fare il norcino andavano non verso Terni o Roma, ma  in Toscana, e la loro “opera” era talmente apprezzata che riuscivano a permettersi un vita agiata. Loro, quindi, finanziarono gli artisti toscani perché abbellissero la chiesa del paese.
Don Ansano, più recentemente, andava alla ricerca della tante presenze culturali che arricchiscono la zona e che vanno dalla preistoria, al periodo Romano, al ducato longobardo. Amava conoscere gli avvenimenti, gli usi e costumi che nascevano da quell’incrociarsi di culture, le tradizioni, i “segni” rimasti su un fontanile, un architrave, una chiesa, un castello… Ne sono usciti una trentina di libri in cui ha riportato anche i racconti e le leggende popolari. Gli anziani che le raccontassero non c’erano più, e non c’erano più nemmeno i giovani che avrebbero dovuto ascoltarli. La Valnerina già da tempo andava spopolandosi, pur se negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, quando Don Ansano era il parroco, quei centri arrivavano a contare anche qualche centinaio di abitanti.
Oggi, a più di trent’anni dalla sua scomparsa (Ansano Fabbi morì il 20 novembre del 1980) gli abitanti sono rari: «Qui? In inverno siamo dodici – dice una signora affacciata ad una finestra sulla via principale di Abeto – In estate no. Diventiamo molti di più c’è chi viene qui a passare le vacanze. Diventamo pure troppi…». In vacanza; nelle case che furono dei nonni e dei genitori che il paese l’hanno lasciato a suo tempo. Case ben ristrutturate, una bella piazza cui si arriva dopo essere passati davanti ad una antichissima pietra scolpita a rappresentare un leone. Piazza Angelantonio Cesqui si chiama. Lì c’è una raccolta di storia di Abeto. C’è il palazzo che esibisce lo stemma del paese, un abete bianco, albero ormai raro ma che in quella zona era fitto in tempi antichi; e la fontana dei Delfini, costruita nel 1884 “a patrio utile e decoro”, come recita la lapide. E c’è dell’altro: un cippo di epoca romana ai piedi della scalinata laterale della chiesa di San Martino, la parrocchiale, sorta al posto dell’antica rocca attorno alla quale s’è sviluppato il centro abitato.

abeto-strada-per-norcia-3-320x240E c’è una pietra che ricorda una battaglia vinta, quella per la costruzione della strada che da Abeto porta a Norcia: «Per forte unanime volere coll’obolo e col braccio degli abetani la strada rotabile Abeto-Norcia fu costruita», c’è scritto. Era il 1925 e, sembra di capire, gli abetani fecero tutto da soli, mettendoci il sudore e il portafogli. Immancabile il monumento ai caduti del ’15-’18, un cippo con elmetti dei soldati italiani, sormontato da un’aquila di bronzo. E a sinistra, rispetto a chi guarda, sul palazzo principale, la lapide dedicata a Sergio Forti: «Da questo sicuro rifugio donde diresse e coordinò il movimento partigiano del settore Sergio Forti all’alba del 14 giugno 1944 con gli occhi volti alla sua e alla nostra Trieste mosse verso il martirio e verso la gloria».
Sergio Forti aveva 24 anni quando fu fucilato dai nazisti a Paganelli, vicino Norcia. Era nato a Trieste, ingegnere, tenente del genio navale, dopo l’8 settembre si unì ai partigiani: si rifugiò ad Abeto entrando nella “Banda Melis”. Organizzò un’azione per rendere difficile la ritirata dei tedeschi, ma il gruppo fu sorpreso dai nemici: Sergio Forti fece ripiegare i suoi uomini e restò, da solo, a sparare. Dopo la cattura fu torturato e poi fucilato.

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Per saperne di più: su Abeto   Todiano

 

Abeto, dodici abitanti e una storia millenaria

1924: la "Terni" toglie cinque lire dalla paga

operai acciaierie Terni
Operai della Terni in una foto dei primi anni del Novecento

Il 1924 fu un anno di conflittualità costante in tutta Italia. Le proteste contro il carovita si susseguirono. L’espansione industriale veniva pagata cara dagli operai che avevano visto assottigliarsi di quasi il venti per cento il potere di acquisto dei loro salari rispetto a soli tre anni prima, il 1921. Così quando ad aprile del 1924 la direzione della “Terni” annunciò che per quella quindicina sarebbero state trattenute 5 lire di paga ad ogni lavoratore, la protesta fu veemente. La direzione non aveva fatto oltre che ottemperare alla richiesta della Corporazione ternana dei sindacati metallurgici, la quale aveva stabilito che ogni lavoratore  versasse appunto – cinque lire quale “contributo volontario alla Corporazione”. Il calcolo era presto fatto: cinque lire per circa tremila, quanti erano gli operai, e nella cassa del sindacato sarebbero arrivate quindicimila lire che, all’epoca, non erano una cosetta da buttar via: tanto per regolarsi le prime Moto Guzzi costavano un po’ più di ottomila lire mentre il tipo meno costoso delle Fiat stava intorno alle ventimila. La protesta fu alta ed alla fine si ottenne che il contributo fosse davvero e soltanto volontario anche se, sui quotidiani dell’epoca, si riferisce di qualche azione di “convincimento”, messa in campo da alcuni esponenti del sindacato corporativo.
In un momento come quello, in cui ogni giorno le difficoltà economiche crescevano per un continuo e generalizzato aumento dei prezzi al consumo, pioveva sul bagnato e divennero manifeste le accuse da parte dei cittadini nei confronti del’amministrazione fascista. E si digrignavano i denti per “l’ingordigia dei commercianti” individuati anch’essi come responsabili di una situazione che nasceva, in verità, ben più lontano. Oltretutto, negli stessi giorni,
era stato annunciato un aumento di dieci centesimi del prezzo del pane che passava da una lira e 15 ad uno e 25 e che si sapeva già sarebbe stato seguito da un ulteriore aumento nel mese di maggio. “Di questo passo chissà dove si andrà a finire”, commentava l’anonimo corrispondente ternano.

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1924: la “Terni” toglie cinque lire dalla paga

Lugnano: Raviso Civili, pioniere del volo

Un pioniere del volo immolatosi agli albori della storia dell’aviazione civile italiana e di cui praticamente nessuno si ricorderebbe più se qualcuno, Continua a leggere Lugnano: Raviso Civili, pioniere del volo

Costretto alle nozze si spaccia per suo fratello

matrimonio1C’è chi è pronto a tutto per amore, anche a fare carte false. Ed Emidio, elettrotecnico che riparava televisori e lavatrici in centro a Terni, fece proprio così: le carte false. S’innamorò perdutamente di Giuseppina, una bella mora che abitava vicino Collescipoli, ma  c’era una “piccola” difficoltà da superare. Era già sposato. Alla fine, lui, ci sarebbe anche passato sopra. Ma della ragazza insistevano: visto che la storia era stata avviata da un bel pezzo, era ora di portarla alla giusta conclusione. Non erano solo pressanti, il padre e i due fratelli di Giuseppina: erano anche tre armadi ben piazzati e, quando lo andarono a cercare al negozio di elettrodomestici dove lavorava, s’erano mostrati pronti a trovare il modo di convincerlo con un “massaggio” bene assestato. Emidio capita l’antifona rispose con un filo di voce: “E ci mancherebbe, la sposo sì. Che problema c’è?”
Una parola… Loro la facevano facile. Ma ammesso che avesse trovato una soluzione con la moglie Alba e con la figlia di 15 anni, come poteva “cacciare le carte” se era già sposato? Per di più la moglie era viva e in buona salute mente il divorzio in Italia non era ancora legge: c’era da finire dritti dritti in gattabuia per bigamia. Era un problema serio insomma.
Nel 1960 Emidio aveva già 41 anni. Giuseppina, che nel 1955 quando lui la conobbe aveva 24 anni, era arrivata vicina ai trenta. Età giusta per il matrimonio. Fosse capitata a suo fratello Alfredo la cosa non sarebbe stata così difficile, pensò Emidio, Alfredo era scapolo! Fu un bagliore… E già: bastava spacciarsi per Alfredo ed era cosa fatta. Già, ma Alfredo? Sarebbe stato d’accordo a rinunciare definitivamente a sposarsi?
Alfredo, da buon fratello, si votò al sacrificio. Anche perché stava in brutte acque per certi ammanchi: non ci aveva una lira, insomma. In fondo tirar su quattro soldi vendendosi solo il nome di battesimo non era occasione da buttar via. E trovarono l’accordo: settantamila lire di anticipo e diecimila lire al mese per un anno. Totale 190 mila lire e la cosa era fatta.
Fu un gran bel matrimonio, una grande festa, la luna di miele, la nascita di una bella bambina. Ma era destino… Non ti arrivano i carabinieri? Cominciarono a fare un sacco di domande, sempre più precise. Insomma scoprirono tutto. Emidio, Alfredo e Giuseppina, che pare sapesse, furono denunciati per sostituzione di persona, falso in atto pubblico e alterazione dello stato civile. Matrimonio nullo. I carabinieri erano stati informati per filo e per segno. Da chi? Da un’altra donna, la terza, di Emidio. Il quale a Roma, sua città natale, aveva già convissuto con una ragazza per lungo tempo, visto che erano nati tre bambini. Emidio, ad un certo momento, aveva ritenuto prudente fare le valigie e trasferirsi a Terni. Probabilmente anche quella ragazza aveva fratelli grossi come armadi.

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 Costretto alle nozze si spaccia per il proprio fratello