Liceo Tacito, in aula tiro al bersaglio al crocifisso

 

Il liceo classico di Terni
Il liceo classico Tacito

Don Antonio, che al liceo classico di Terni era l’insegnante di religione, non credette ai suoi occhi: alcuni studenti durante la ricreazione giocavano al tirassegno usando come proiettili le cinghie elastiche che usavano per legare insieme i libri da portare a scuola. A sconvolgere don Antonio, fu che il bersaglio era il crocifisso appeso alla prete dietro la cattedra. Che era stato colpito e danneggiato, essendo di gesso, dalla fibbia di ferro di una delle cinghie. Secondo lui quello era un sacrilegio e vilipendio alla religione dello stato. Corse a fare rapporto al preside e chiese una dura punizione per “quei ragazzacci”. Il preside, Arcangelo Petrucci convocò immediatamnte il consiglio dei professori in riunione straordinaria, e s’avviò una specie di processo che vide “imputati” otto allieci della seconda liceo sezione A, la sezione dei “figli di papà”. Avevano 17 anni. Quattro se la cavarono con la sospensione per quindici giorni. La situazione era più grave per gli altri quattro, tra cui colui che, mostrando di possedere un’ottima mira,  aveva colpito il crocifisso. Correttamente s’era addossato la responsabilità, cercando di scagionare i compagni, ma fu inutile. Tutti e quattro furono rimandati a settembre in tutte le materie: per loro essere promossi all’ultimo anno di liceo diventava arduo e comunque potevano dire addio ad un’estate spensierata e di vacanza.
Finita lì? Magari! Il fatto accadde ai primi di dicembre del 1957: che nell’aprile del 1958 ci sarebbero state le elezioni politiche. Ed il clima era quello degli anni della guerra fredda e del conflitto fra cattolici e anticlericali. Figurarsi a Terni dove il Pci raccoglieva da solo un terzo dei voti, mentre la Dc era il principale partito di opposizione. Non poteva non finire “in politica. I giornali locali si buttarono a pesce sulla notizia, e ben presto arrivarono gli inviati dei grandi quotidiani. A quel punto era fatta: alla ricerca di sensazionalismi si riesumarono fatti avvenuti mesi e mesi prima: il furto di ex voto in una chiesa; l’incendio – fortuito, risultò ai vigili del fuoco – del portone di un’altra; una vetrata mandata in frantumi con una sassata in un’altra ancora. E Terni veniva dipinta come una città percorsa dall’anticlericalismo e dall’antireligione, una Gomorra in cui s’era addirittura costituito un “Club della bestemmia”. L’eco mediatica fu alta. «La notizia fu riportata persino dai giornali del Congo Belga», riferì un’insegnante del Liceo, nel ricordare l’episodio alcuni anni dopo.

Il vescovo monsignor Dal Prà col sindaco di Terni Ottaviani (Foto or. di Enrico Valentini)
Il vescovo monsignor Dal Prà col sindaco di Terni Ottaviani
(Foto or. di Enrico Valentini)

D’altra parte a Terni ci fu chi ci mise del suo soffiando sul fuoco tanto che, alla fine  il vescovo, Giovan Battista Dal Prà,,si occupò della questione che “scuoteva le coscienze dei credenti ternani”, trattandone nell’omelia di Natale. Fu aperta un’inchiesta da parte della magistratura che prese di petto il caso del tirassegno contro il crocifisso. I ragazzi – diversi di loro sono poi diventati noti professionisti a Terni – ammisero che, sì, giocavano al tirassegno, ma il bersaglio era l’altoparlante, una scatola quadrata di legno e tela che era anch’essa sulla parete, poco distante dal crocifisso. Anche perché aveva dimensioni abbastanza piccole per richiedere una certa perizia al tiratore, ma anche abbastanza grandi perché ci fosse qualche chance di colpirla. Il crocifisso era appeso proprio sotto l’altoparlante, una decina di centimetri più in basso. «L’ho colpito perché sono sempre stato una schiappa al tiro con la cinghia», ammise sconsolato il giovanotto responsabile. Il procedimento penale si concluse con la piena assoluzione in sede istruttoria: non esisteva vilipendio perché non c’era alcuna volontà di colpire un simbolo della religione dello Stato. Immancabile la coda in parlamento. Alberto Guidi, deputato comunista ternano, chiese al governo provvedimenti contro don Antonio e il preside, sostenendo che tutto aveva preso le mosse da una lezione di filosofia sul pensiero di Giordano Bruno: «Bastò la coda di bruniana memoria _ disse in aula Alberto Guidi _ per eccitare il raglio dei nostri clericali per cui essi collegarono la lezione all’episodio, che giudicarono come il frutto di un’educazione malsana».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

Liceo Tacito, in aula tiro al bersaglio sul crocifisso

 

 

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