1887, da Terni parte il primo treno carico di acciaio

La nave corazzata Ruggiero di Lauria
La nave costruita con le prime corazze prodotte dalla Terni nel 1887

Stando al il resoconto giornalistico dell’epoca, quando il treno partì c’era una folla plaudente ad assistere all’avvenimento. Tutti a spellarsi le mani perché dalla stazione di Terni partiva un treno carico di corazze prodotte dall’acciaieria di Terni. Era il 1887, e la fabbrica era stata fondata giusto da tre anni prima. Era il primo di diversi treni di corazze destinate ad una nave da guerra, la “Ruggiero di Lauria”. Il nome non era stato scelto a caso, essendo quello di un ammiraglio originario del sud dell’Italia che, nel XIII secolo, si coprì di gloria al comando della marina Aragonese.
Era la prima grossa fornitura da parte delle acciaierie di Terni per la navi da guerra italiane, fatto significativo dato che proprio la necessità di un potenziamento della Regia Marina, esigenza manifestatasi dopo la sconfitta nella battaglia di Lissa, era stato uno dei motivi per cui s’era deciso di realizzare le nuove, grandi acciaierie.
Grande festa, quindi, per la partenza del treno con le lamiere corazzate: manufatti dello spessore che variava, per quella prima fotnitura, tra i trenta ed i 45 centimetri. Il treno era trainato da una locomotiva che fu battezzata col nome di “Dogali”, dal luogo in cui, in Eritrea, truppe coloniali italiane erano state  massacrate dagli Abissini il 26 gennaio di quello stesso 1887. Il treno, prima di mettersi in marcia alla volta dei cantieri navali di Castellammare di Stabia, fu benedetto dal vescovo. Non di Terni, bensì – chissà perché – di Spoleto. Forse il Vescovo di Terni, che l’anno prima aveva passato qualche guaio per essere andato a salutare il Re in visita alla fabbrica ternana, aveva deciso di stare alla larga da Pentima (ancora Brin era ministro ed in vita).
La Ruggiero Di Lauria era la prima di tre navi gemelle di cui alla fine degli anni Ottanta del 1800 la regia Marina andava a dotarsi. E per la fabbrica siderurgica ternana fu la prima occasione di ottenere una grande soddisfazione: una “speciale Commissione  di collaudo” mise per iscritto che “l’acciaio di Terni (era) superiore ad ogni altro” e per questo motivo autorizzò la fornitura per altre quattro navi.
La Ruggiero di Lauria, lunga 106 metri, larga venti e con oltre 500 uomini di equipaggio, fu in servizio effettivo fino al 1911. Poi fu utilizzata come deposito di carburante ed ancorata nel porto di La Spezia. Fu affondata dai bombardieri anglo–americani nel 1943.

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1887, da Terni parte il primo treno carico di acciaio

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Liceo Tacito, in aula tiro al bersaglio al crocifisso

 

Il liceo classico di Terni
Il liceo classico Tacito

Don Antonio, che al liceo classico di Terni era l’insegnante di religione, non credette ai suoi occhi: alcuni studenti durante la ricreazione giocavano al tirassegno usando come proiettili le cinghie elastiche che usavano per legare insieme i libri da portare a scuola. A sconvolgere don Antonio, fu che il bersaglio era il crocifisso appeso alla prete dietro la cattedra. Che era stato colpito e danneggiato, essendo di gesso, dalla fibbia di ferro di una delle cinghie. Secondo lui quello era un sacrilegio e vilipendio alla religione dello stato. Corse a fare rapporto al preside e chiese una dura punizione per “quei ragazzacci”. Il preside, Arcangelo Petrucci convocò immediatamnte il consiglio dei professori in riunione straordinaria, e s’avviò una specie di processo che vide “imputati” otto allieci della seconda liceo sezione A, la sezione dei “figli di papà”. Avevano 17 anni. Quattro se la cavarono con la sospensione per quindici giorni. La situazione era più grave per gli altri quattro, tra cui colui che, mostrando di possedere un’ottima mira,  aveva colpito il crocifisso. Correttamente s’era addossato la responsabilità, cercando di scagionare i compagni, ma fu inutile. Tutti e quattro furono rimandati a settembre in tutte le materie: per loro essere promossi all’ultimo anno di liceo diventava arduo e comunque potevano dire addio ad un’estate spensierata e di vacanza.
Finita lì? Magari! Il fatto accadde ai primi di dicembre del 1957: che nell’aprile del 1958 ci sarebbero state le elezioni politiche. Ed il clima era quello degli anni della guerra fredda e del conflitto fra cattolici e anticlericali. Figurarsi a Terni dove il Pci raccoglieva da solo un terzo dei voti, mentre la Dc era il principale partito di opposizione. Non poteva non finire “in politica. I giornali locali si buttarono a pesce sulla notizia, e ben presto arrivarono gli inviati dei grandi quotidiani. A quel punto era fatta: alla ricerca di sensazionalismi si riesumarono fatti avvenuti mesi e mesi prima: il furto di ex voto in una chiesa; l’incendio – fortuito, risultò ai vigili del fuoco – del portone di un’altra; una vetrata mandata in frantumi con una sassata in un’altra ancora. E Terni veniva dipinta come una città percorsa dall’anticlericalismo e dall’antireligione, una Gomorra in cui s’era addirittura costituito un “Club della bestemmia”. L’eco mediatica fu alta. «La notizia fu riportata persino dai giornali del Congo Belga», riferì un’insegnante del Liceo, nel ricordare l’episodio alcuni anni dopo.

Il vescovo monsignor Dal Prà col sindaco di Terni Ottaviani (Foto or. di Enrico Valentini)
Il vescovo monsignor Dal Prà col sindaco di Terni Ottaviani
(Foto or. di Enrico Valentini)

D’altra parte a Terni ci fu chi ci mise del suo soffiando sul fuoco tanto che, alla fine  il vescovo, Giovan Battista Dal Prà,,si occupò della questione che “scuoteva le coscienze dei credenti ternani”, trattandone nell’omelia di Natale. Fu aperta un’inchiesta da parte della magistratura che prese di petto il caso del tirassegno contro il crocifisso. I ragazzi – diversi di loro sono poi diventati noti professionisti a Terni – ammisero che, sì, giocavano al tirassegno, ma il bersaglio era l’altoparlante, una scatola quadrata di legno e tela che era anch’essa sulla parete, poco distante dal crocifisso. Anche perché aveva dimensioni abbastanza piccole per richiedere una certa perizia al tiratore, ma anche abbastanza grandi perché ci fosse qualche chance di colpirla. Il crocifisso era appeso proprio sotto l’altoparlante, una decina di centimetri più in basso. «L’ho colpito perché sono sempre stato una schiappa al tiro con la cinghia», ammise sconsolato il giovanotto responsabile. Il procedimento penale si concluse con la piena assoluzione in sede istruttoria: non esisteva vilipendio perché non c’era alcuna volontà di colpire un simbolo della religione dello Stato. Immancabile la coda in parlamento. Alberto Guidi, deputato comunista ternano, chiese al governo provvedimenti contro don Antonio e il preside, sostenendo che tutto aveva preso le mosse da una lezione di filosofia sul pensiero di Giordano Bruno: «Bastò la coda di bruniana memoria _ disse in aula Alberto Guidi _ per eccitare il raglio dei nostri clericali per cui essi collegarono la lezione all’episodio, che giudicarono come il frutto di un’educazione malsana».

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Liceo Tacito, in aula tiro al bersaglio sul crocifisso

 

 

Piediluco come Miami

Piediluco sembrava ormai una piccola Miami Beach: potenti motoscafi solcavano le acque del lago alzando due pennacchi bianchi di schiuma; giovanotti attaccati ad una fune dietro ai fuoribordo si esibivano nello sci nautico, sollevando, Continua a leggere Piediluco come Miami

TR 50000, una targa d’auto nella storia cittadina

Erano i tempi della motorizzazione selvaggia, quelli in cui gli italiani approdarono alle quattro ruote, lasciando a marcire sotto una tettoia gli scooter in sella ai quali erano entrati nell’Italia del boom economico. Alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso s’era scatenata una specie di corsa all’immatricolazione e, siccome le targhe delle automobili affiancavano alla sigla della provincia un numero progressivo, leggendo quel numero sul retro di una vettura fresca di concessionario era possibile avere un metro, più o meno veritiero, per misurare lo stato di benessere di una provincia.
Terni aveva celebrato da un paio di giorni il suo patrono San Valentino: al mattino del 16 febbraio 1967, davanti alla

Targa TR 50000, foto di Enrico Valentini
La cerimonia della targa automobilistica TR 50000. (Le foto originali sono di ENRICO VALENTINI)

sede dell’Aci, in via Fratelli Rosselli, si tenne un’altra cerimonia: la consegna della targa TR 50000. Cinquantamila auto immatricolate nella provincia di Terni da quando, quarant’anni prima, essa era stata costituita. La TR 50000 toccò al proprietario di una Mini Minor Innocenti, la fabbrica che produceva la Lambretta, uno scooter che andava per la maggiore, seppure la Vespa Piaggio fosse imbattibile. La Innocenti aveva stipulato un accordo con l’inglese Austin e produceva in Italia la Morris e la Mini.
La Mini Innocenti costava 860 mila lire, 110 mila lire più della Fiat 850: una differenza che all’epoca equivaleva lo stipendio mensile medio di un operaio. Tanto per regolarsi nel 1967 un quotidiano costava 50 lire, un frigorifero tra le 50 e le 110 mila lire, una lavatrice da 135 a 180 mila lire. La benzina super si comprava a 120 lire al litro, la normale a 110. Nel 1967 il dividendo per gli azionisti Olivetti fu di 70 lire ad azione posseduta; per quelli della Fiat di 115 lire. La Fiat, naturalmente, andava a gonfie vele, tanto che l’Avvocato aumentò lo stipendio degli operai di tremila lire al mese, tredicesima compresa.
Quella targa TR 50000 era un traguardo raggiunto, per Terni. Anche se Perugia aveva superato la targa 110000, per non parlare di Roma dove fu consegnata la targa un milione, la Roma A00000: andò ad una Fiat 500 e l’avvenimento fu immortalato con una foto che raffigura una giovanissima Raffaella Carrà appollaiata sul tettino della vettura.
Nel 1994, quando le targhe italiane divennero totalmente diverse (le stesse di oggi) per essere adeguate a quelle degli altri paesi europei, Terni aveva superato quota 320 mila. Fu scelta come una delle province italiane per sperimentare la nuova numerazione e poté fregiarsi del record di vedersi assegnata la targa AA000AA, la prima della nuova serie. Da allora impossibile stabilire ad occhio il livello di “quattroruotizzazione”.
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TR 50000, una targa d’auto nella storia cittadina

Preci, lapide “misteriosa” in Municipio

Preci Municipio
Preci, la lapide contro le “inique sanzioni”

«18 Novembre 1935 – XIV – A ricordo dell’assedio perché resti documento nei secoli dell’enorme ingiustizia consumata contro l’Italia alla quale tanto deve la civiltà di tutti i continenti».Una frase roboante, impegnativa, che sfida il mondo incisa su una lastra di marmo. Senza alcun riferimento specifico che aiuti a capire. Anche perché: che ci fa una lapide del genere sulla facciata del Municipio di Preci? Com’è che un paesino della Valnerina, sull’Appennino sentì, ottant’anni fa, l’esigenza di digrignare i denti verso i regimi “plutocratici e massoni”? Interpellato a suo tempo, il sindaco di Preci se la cavo così: «Boh! Mi pare strano che gli abitanti di Preci se la siano presa tanto per le sanzioni contro l’Italia per la guerra d’Etiopia…».
Infatti. Quella lapide, si decise a Roma, doveva essere affissa sulla facciata di tutte le sedi municipali d’Italia. Il 18 novembre 1935 è il giorno in cui entrarono in vigore le sanzioni economiche decise, ai primi di ottobre, dal consiglio della Società delle Nazioni, l’Onu di allora, contro l’Italia dichiarata Stato aggressore, dato che il suo esercito era entrato in armi nell’Etiopia. Le sanzioni consentirono al fascismo di avviare una grande operazione di propaganda che giocava sull’“iniquità” della deliberazione della Società delle Nazioni, la quale vietava di vendere all’Italia armi, munizioni e materiali per l’industria bellica oltre che di far credito o prestiti e commerci con uno stato che aveva scatenato una guerra. Eccolo “l’assedio”. Ma le sanzioni, in concreto, ebbero effetti minori di quanto s’era temuto, anche perché gli Stati Uniti si dichiararono neutrali e continuarono così a rifornire l’Italia di petrolio e altre materie prime. La propaganda del regime ebbe, però e comunque, un effetto considerevole. Poi, passata la buriana, alcuni sindaci (la maggior parte) quelle lapidi le fecero rimuovere, altri avevano cose più urgenti cui pensare. Senza contare che qualcuno, quindici e più anni dopo non sapeva nemmeno più a cosa si riferisse di preciso quella frase sdegnata contro la “plutocrazia”. A Preci, tra una scossa di terremoto e l’altra, è accaduto proprio così; la lapide è rimasta lì. E oggi resta come testimonianza di un pezzo di storia italiana.

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Preci, lapide “misteriosa” in Municipio

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Michelangelo, il più potente degli Spada

Comune di Terni a Palazzo Spada
Palazzo Spada, Municipio di Terni

Più di quattro secoli fa, esattamente nel 1584, il 22 marzo fu giorno di grave lutto a Palazzo Spada. Quel giorno morì Michelangelo Spada, colui che consegnò alla storia di Terni il nome di una famiglia che s’era messa in luce attraverso la professione notarile, ma che poi seppe affermarsi come una delle famiglie cittadine di maggior prestigio. Nell’arco di due secoli (i primi documenti con su scritto il nome degli Spada risalgono alla prima metà del 1300) in verità, diversi furono gli Spada che ricoprirono ruoli di primo piano a Terni, da quello di camerlengo a quelli di capopriore o castellano di Colleluna. Ma è niente al confronto degli incarichi di Michelangelo il quale procurò alla famiglia il titolo nobiliare di conte ed una consistente disponibilità economica, grazie alle numerose proprietà acquisite a Roma oltre che a Terni  e nei dintorni.
Nel 1521, quando alla fine di settembre nacque Michelangelo, suo padre Silvestro era notaio. Non appena ebbe l’età, nel rispetto della tradizione famigliare,michelangelo fu mandato a Roma per seguire gli studi di giurisprudenza. Nel contempo cominciò a frequentare la curia romana dove conobbe ed entrò in sintonia con il cardinale Giovanni Maria Cecchi del Monte, che successivamente divenne papa Giulio III. Bene anche per il giovane Spada che fu nominato “coppiere e cameriere segreto del papa”. Aveva 28 anni, Michelangelo, e da quel giorno la sua fortuna cambiò. Giulio III, al proprio uomo di fiducia, concedette il castello di Forano, nel reatino, di cui gli Spada furono feudatari fino al 1579, e lo nominò nobile romano e governatore del castello di Collescipoli. Un incarico limitato, agli inizi, ad un solo anno, ma poi grazie prima ad un prestito di 2500 scudi d’oro e successivamente ad una regalia di cinquemila, il governatorato di Collescipoli divenne perpetuo con l’aggiunta del titolo nobiliare, per cui Michelangelo Spada potette fregiarsi del titolo di patrizio romano e conte di Collescipoli.
Collescipoli, successivamente gli verrà “soffiato” dopo la morte di Giulio III e l’ascesa al soglio di Paolo IV, dopo un beve pontificato di Marcello II, anche perché i collescipolani si ribellarono. Nel periodo in cui la sua potenza era ai vertici, a Terni nel luogo in cui aveva avuto in dono dal papa alcuni immobili che fino ad allora erano stati di proprietà della curia romana, Michelangelo aveva avviato la costruzione del palazzo di famiglia. Nell’animo suo, doveva rappresentare il segno della sua potenza, l’ostentazione del prestigio da lui acquisito a Roma, l’affermazione di un primato nei confronti di altre famiglie aristocratiche e dei notabili di Terni. Un palazzo che – precisò egli stesso – doveva essere  sempre aperto ad ospitare “patroni e benevoli”, e mezzo di propaganda in favore della sua convinzione politica – che sempre mostrò con determinazione ed orgoglio – di ferma opposizione alla controriforma e ai protestanti. Non a caso uno dei sette figli di Michelangelo morì nelle Fiandre, combattendo proprio contro i protestanti e non a caso il conte Spada chiamò un pittore fiammingo, Karel Van Mander ad affrescare il palazzo con scene esplicite che vanno dalla battaglia di Lepanto alla strage degli Ugonotti.
Vissuto quasi sempre a Roma, morì a Terni all’età di 63 anni.

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Michelangelo, il più potente degli Spada

A Moiano la “Casa” dei contadini e braccianti

Moiano
Il lavoro nei campi, simbolo dell’Umbria sulla serie di francobolli “Italia al lavoro” del 1955

La “Casa dei Socialisti”, a Moiano, nacque anche grazie all’aiuto tangibile di due fratelli moianesi emigrati a Roma a fare i muratori. Dopo qualche tempo avevano messo su un’impresetta: si chiamavano Marchini. Fu col loro contributo che la casupola disabitata presa originariamente in affitto fu poi acquistata e ristrutturata. L’inaugurazione fu in pompa magna nel settembre del 1913. La direzione del Psi inviò da Roma Angelica Balabanoff, emigrata russa, grandissima amica di Anna Kuliscioff compagna di Augusto Turati. L’avvenimento era importante: nasceva quella che è quasi sicuramente la prima “Casa del Popolo” (poi fu chiamata così) in Umbria e fra le prime in Italia.
La sezione socialista di Moiano era una delle più attive in Umbria: l’avevano fondata, nel 1900, Benito Sacco e un altro Marchini, Alessandro, che era il capo della Lega dei braccianti e dei contadini, il padre di Alfio ed Alvaro, divenuti nei decenni successivi, una potenza economica nella capitale. Gli iscritti, inizialmente, erano solo una dozzina; man mano però crebbero, al punto che non fu secondario il ruolo della sezione di Moiano nel portare i socialisti a vincere le elezioni e assumere la guida del Comune di Città della Pieve. Poi arrivò il fascismo e l’assalto alla Casa dei Socialisti, non poteva certo mancare. Si tenne, anzi, in due successive ondate. La prima, il 10 aprile 1921: le camicie nere devastarono la Casa, ma poi dovettero fare i conti con un gruppo di operai che li attese sulla strada del ritorno prendendoli a schioppettate e ferendone diversi. Il raid fu ripetuto una settimana dopo quando da Perugia si mosse la “Disperatissima”. Cinque camion carichi di gente armata e disposta a tutto. E lo dimostrò: la Casa dei Socialisti fu bruciata, a Città della Pieve fu ucciso un operaio e un giovane socialista fu gravemente ferito.
Nonostante tutto a Moiano l’attività politica dei socialisti e dei comunisti (nel frattempo c’era stato, come noto, il congresso di Livorno) continuò serrata seppure nella clandestinità. La Casa era stata però “espropriata”, nel senso che vi si era insediato il Fascio che, fatte sparire le scritte socialiste e la bandiera rossa, la “arricchì” di aquile imperiali e fasci littori. Tutto fu ovviamente scalpellato dopo il 25 luglio del ’43 e non fecero in tempo i seguaci della Repubblica di Salò che la occuparono dopo l’8 settembre a ricostruire le loro insegne. Nella zona del Trasimeno era nata la brigata partigiana Risorgimento, guidata da “Luca”, al secolo Alfio Marchini e da “Sole”, nome di battaglia di Solismo Sacco, il figlio del fondatore della sezione socialista di Moiano.
Finita la guerra, la Casa restò in possesso della sezione del Pci e fu “centro vivo” delle lotte contadine e bracciantili Nel 1963 si decise di “rifondarla”. A posare la prima pietra della ricostruzione intervenne Palmiro Togliatti ed a lui fu intitolata la Casa del Popolo quando, un anno dopo, il segretario del Pci scomparve. Simbolo di attività politica, fu colpita da un attentato dinamitardo nel 1974: un chilo e mezzo di tritolo la distrusse nella notte tra il 22 ed il 23 giugno di quell’anno. Fu ricostruita in due mesi. Enrico Berlinguer aveva annunciato la sua presenza all’inaugurazione, ma un’indisposizione lo tenne a casa. Al suo posto arrivò Luigi Longo.
Moiano rimase centro vivissimo di elaborazione e lotta politica, anche delle sue estremizzazioni: in zona si tenne nel 1979 (l’anno dopo il rapimento Moro) la riunione della direzione strategica delle Brigate Rosse; lì, nel 1982, furono arrestati giovani del posto che militavano nelle Br e che furono trovati in possesso di armi e di un volantino di rivendicazione del rapimento del vicecapo della Digos di Roma.
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A Moiano la “Casa” dei contadini e braccianti

Attigliano, così sparì un borgo del ‘500

A prima vista potrebbe sembrare una storia di lungaggini burocratiche, di dimenticanze, di scarsa considerazione da parte dei “capoccioni” di Roma per i problemi di un piccolo centro dell’Umbria meridionale, ai confini col Lazio: Attigliano. Ma a leggere oggi certi resoconti giornalistici dell’epoca c’è da farsi accapponare la pelle. Continua a leggere Attigliano, così sparì un borgo del ‘500

Terni, scherzo feroce a politici e sindacalisti

Terni lettera scherzo, articolo L'Unità
La notizia pubblicata dall’Unità

1987, marzo. Lo scherzo fu sicuramente di cattivo gusto per tutta una serie di ragioni. Innanzitutto perché si basava sul terrore nei confronti di una malattia che aveva già colpito centinai di migliaia di persone nel mondo, e che – si paventava – poteva essere in incubazione in milioni di altri individui. Persone che, essendo quel virus fino ad allora sconosciuto, inconsapevolmente potevano averlo già dentro di sé. Si parla di Aids.
Nel 1987 si era da poco messo a punto e diffuso in ogni parte del mondo un test che era in grado di individuare il virus. Per la cura c’era da aspettare, non c’erano speranze immediate pur se i ricercatori di tutto il mondo fossero mobilitati.
Innanzitutto era necessario quantificare il livello di diffusione e esaminare il maggior numero di casa, ma per procedere ad uno screening c’era un ostacolo difficile. Date le modalità di trasmisisone del virus, c’era chi preferiva tacere. Non a caso era stata lanciata una campagna con lo slogan “Silenzio uguale morte”.
Così quando ad alcuni ternani (una ventina) arrivò la lettera dell’Unità sanitaria locale, ci fu chi passò ore d’angoscia. La lettera, su carta intestata, fornita di tutti i timbri e bolli, invitava il destinatario a presentarsi urgentemente presso l’Usl perché esisteva il sospetto che potesse essere contagiato. La lettera faceva capire che l’informaizone era stata data ai sanitari da persone sieropositive le quali avevano indicato i nomi di coloro con cui avevano avuti contatti intimi.
Chi organizzò il tutto, incurante di non rispettare la disperazione dei malati di Aids, scelse con cura gli indirizzi, coinvogendo personaggi politici, sindacalisti e gente in vista. Tutti uomini  e tutti con un tratto in comune: la fama di tombeur de femme.
Fu un accorrere disperato all’Usl, pronti a sottostare a qualsiasi tipo di esame, anche il più fatidioso o cruento. Ma all’Usl fu spiegato a tutti che non era vero niente, che loro non stavano portando avanti alcuno screaning, che quella lettera era falsa. La preoccupazione, lasciò spazio alla rabbia, ma solo per un momento. Perché poi tornò ad essere disperazione quando tutti si resero conto che in famigli qualcuno s’aspettava spiegazioni. In pochi riuscirono a passarla liscia, ed il fatto a Terni ebbe una rinomanza tale da finire sui giornali. L’Unità, inserì la notizia in una pagina tutta dedicata al problema Aids ed in mezzo  a tanti fatti drammatici – alla fin fine – anche una notizia del genere ci stava bene. Come ci stava bene il commento dell’Unità che per l’occasione cominciò l’articolo con quello che defini un vecchio adagio, questo: “L’elenco degli imbecilli ha più nomi dell’elenco telefonico”. E così, quanto meno, per quella ventina di ternani finì con un “figurone”.

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Terni, scherzo feroce a politici e sindacalisti

Froscianti, l'amico di Peppino Garibaldi

Garibaldi a Terni mise piede in numerose occasioni. Di passaggio, certo, ma dove non era di passaggio, lui? Giusto a Caprera risiedette con continuità e negli ultimi anni. A Terni era stato nel 1849, quando, caduta la Repubblica Romana se ne andò con almeno un migliaio Continua a leggere Froscianti, l'amico di Peppino Garibaldi