Cianetti, una grande carriera iniziata con un ceffone

Ma come! Lui Tullio Cianetti di Assisi, lui che fu in prima fila alla marcia su Roma. Lui centurione della milizia, capo dei sindacati fascisti in Umbria,  e numero uno del fascismo ternano doveva farsi da parte e lasciare il posto ad Elia Rossi Passavanti? No, Tullio Cianetti, non era minimamente disposto.  E glielo disse in faccia, al conte, quello che pensava di lui: che era un raccomandato, che doveva tutto alla sua stretta – troppo stretta – amicizia che sia lui che sua moglie coltivavano con Gabriele D’Annunzio, col quale vissero fianco a fianco ai tempi di Fiume. E poi il conte a Terni era troppo acquiescente con gente che tanto fascista non era.
Fu uno scontro rovente. Offese da lavare col sangue, giudicò Elia Rossi Passavanti, colonnello, medaglia d’oro della prima guerra mondiale. E  contemporaneamente stampò sul volto di Cianetti uno schiaffone di quelli che lasciano il segno delle dita per una settimana. Fini con un duello alla sciabola, All’ultimo sangue, dissero lì per lì. Poi, in verità, si fermarono al primo, che fu quello dell’avambraccio di Cianetti, raggiunto da un paio di sciabolate.
L’Umbria, a quel punto, era troppo piccola per tutti e due e cosi, dall’alto, si decise che Cianetti il capo del sindacato doveva andare a farlo a Siracusa. Era il 1924. Cianetti dovette fare i bagagli. La vendetta la consumo fredda. Anni dopo. Elia Rossi Passavanti, dopo essere stato a Terni podestà e capo del partito, oltre che deputato, era stato giubilato e ridotto a girare l’Italia per le manifestazioni di propaganda dell’arma di cavalleria. Tullio Cianetti da Assisi, classe 1899, contadino fino a 18 anni, aveva invece fatto una grossa carriera. Era il capo indiscusso dei sindacati fascisti, ministro delle Corporazioni e membro del Gran consiglio del Fascismo.
Quella notte, alla riunione del Gran Consiglio Cianetti votò a favore dell’ordine del giorno Grandi, quello che ribaltò Mussolini. Ma dieci ore dopo sul tavolo del cavaliere c’era una sua lettera di scuse: mi sono sbagliato – spiegava – il mio voto a favore dell’ordine del giorno lo ritiro. “Avevo capito – si giustificava – che l’ordine del giorno servisse a rendere più compatte le schiere del Pnf, che la risposta all’invasione della Sicilia sarebbe stata più forte, che la monarchia sarebbe stata chiamata a far fronte alle sue responsabilità”. Non c’era arrivato a comprendere che la richiesta contenuta nell’ordine del giorno Grandi, con cui si chiedeva – come noto – che il re assumesse il comando dell’esercito, serviva a far fuori Mussolini da capo del governo.
Ci credette, Mussolini, all’ingenuità di Cianetti? Forse si, considerata la fedeltà indefessa del soggetto in tutto ciò che era fascista. E comunque quella lettera salvò la vita a Cianetti quando comparve, insieme agli altri gerarchi, a rispondere dell’accusa di tradimento davanti al tribunale della Repubblica di Salò, a Verona. “Solo tu!”, gli urlò sprezzante Galeazzo Ciano alla lettura della sentenza. Già, solo Cianetti, scampò la condanna alla fucilazione e se la cavò con trent’anni di carcere. Memorabile il suo intervento dal banco degli imputati per dimostrare la sua fede nel fascismo e nel suo duce. Parlò per un’ora e mezza raccontando del suo impegno di sindacalista, illustrando la dedizione completa al partito cui, specifico, aveva sacrificato anche la propria vita sessuale. Raccontò dei ceffoni che aveva distribuito ai soldati per spingerli a combattere (di quello incassato da Rossi Passavanti non fece cenno).
Caduta la repubblica di Salò, finita la guerra, Cianetti restò in carcere. Nel 1947 usci per amnistia. Se ne andò in Uruguay, a Montevideo, e nessuno parlò più di lui. Fino al 1976, quando ai primi di agosto sui giornali italiani usci un trafiletto: “E’ morto Cianetti, ex ministro delle corporazioni”.

Nella foto: Il Gran Consiglio del fascismo, Cianetti è il primo a destra

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 Cianetti, una grande carriera grazie a un ceffone

Su Cianetti e il sindacato corporativo vedi:

Stefano Fabei, “Fascismo d’acciaio”

R.Rago, Il fascismo a Terni

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Ponte Sanguinario: a Otricoli o a Spoleto?

Ponte Sanguinario a Otricoli lungo la Flaminia
Ponte Sanguinario ad Otricoli

La Flaminia Romana entrava in Umbria ad Ocriculum,l’antica Otricoli: un centro importante, sulla riva del Tevere. Un porto – Porto dell’Olio – da cui partivano barche che trasportavano a Roma olio, grano e tutto ciò che si commerciava. Sito archeologico di grande valore, Otricoli, poco ha a che vedere con l’odierna sede della cittadina nata successivamente su una collina.Traversata Ocriculum la Flaminia s’inoltrava in mezzo a quelli che oggi sono campi coltivati e dirigeva verso Narni. L’antica Nequinum che i Romani avevano conquistato con sudore cambiandone il nome (anche perché sembrava portasse bene) in Nahars, dal fiume Nahar che scorreva ai piedi della rupe. Era a Narni che, poi, la strada si biforcava nei due diverticoli che attraversano l’Umbria. Uno, che dal Ponte di Augusto, andava verso Carsulae e poi a Bevagna (Mevania). L’altro che passava invece per Terni, Spoleto, Foligno.
Ma prima di arrivare a Narni, prima di inerpicarsi, passata Vigne, verso la zona detta di Madonna Scoperta c’è Ponte Sanguinario. Oggi vi passa il moderno tracciato della SS n.3 Flaminia: tre corsie, con un incrocio che sdoppia la statale mandandola verso Taizzano e la Tiberina, o verso Madonna Scoperta e Narni. Ma sotto il nastro di asfalto c’è ancora una testimonianza, visibile solo scendendo lungo il dirupo, di epoca Romana: un arco e un bugnato. Poca cosa rispetto alla costruzione originaria. Ponte Sanguinario: per i narnesi “di Narni” ponte Sanguinaro, anzi, “Ponte Sanguinaru” se si rispetta il dialetto degli anziani che ancor oggi raccontano – a volte con un minimo di confusione – le leggende riferite dai loro genitori e nonni, riguardo alla storia di “Ponte Sanguinaru”. Siamo comunque circa duemila anni dopo la costruzione della Flaminia. Ed allora perché “Ponte Sanguinaru”? «Perché llì – raccontano – ci fu ‘na battaja co’ tandi morti: ‘o sangue era tandu che arrosciò l’acqua de ‘u fossu: erono i barbari che ‘nnavono a conquista’ Roma, ma i Romani li stricarono». Dove “stricarono” sta per “annientarono”. Ma ci sono varianti. Una è questa, anch’essa raccontata da un anziano narnese: «I barbari steono marcianno versu Roma quanno ‘ncondrarono San Giovenale e ji domannarono: quandu sta londana Roma? Uuuh, disse essu, penzate che da Roma a qui ago cunzumatu sette para de scarpe de ferru come queste che porto. Allora li barbari se misero a discute: chi volea anna’ comunque a Roma e chi dicea de lascia’ perde. E cominciarono a commatte e s’ammazzarono tutti tra de essi stessi». La variante più accreditata è comunque quella secondo cui San Giovenale, con la storiella delle sette paia di calzari di ferro consumati, abbia salvato dai barbari Narni, non Roma.
E gli storici? Ce n’è uno che prende di petto la faccenda di Ponte Sanguinario. E’ Antonino da San Gemini, che nel 1798 scrive il libro “L’Umbria vendicata negli antichi e naturali suoi diritti”. Egli dedica un capitolo all’antica Flaminia e si preoccupa di risolvere il “busillis” se il vero tracciato è quello che passa per Carsulae e Bevagna (e San Gemini) o quello che traversa Terni e Spoleto. Antonino propende per la prima ipotesi e, nel tentare di dimostrarla, ricostruisce la calata in Italia di Annibale. Entra così in ballo un altro Ponte Sanguinario, anch’esso parte della Flaminia Romana: quello di Spoleto, opera i cui resti sono ben più consistenti che ad Otricoli. Forse perché finito “fuori itinerario”, visto che fu costruito per scavalcare il Tessino e che è caduto in disuso (fino ad essere interrato) dopo che il corso del torrente fu deviato per costruire le mura di Spoleto.
Riferisce Antonino che in un luogo poi chiamato Ponte Sanguinario si scontrarono le truppe di Marco Giulio Emiliano, che dalla Cappadocia – dove si trovavano – dirigevano su Roma per prenderne il potere, e quelle dei due imperatori Treboniano e Vespasiano. Accadde che Treboniano e Vespasiano furono uccisi dai loro soldati i quali si unirono ad Emiliano che fu poi acclamato imperatore. Dove avvenne lo scontro? A Spoleto o a Narni? La storiografia attuale ha sciolto i dubbi, a Terni (ma qualcuno ora ipotizza Foro Flaminio, oggi San Giovanni Profiamma). Ma per Antonino, quasi 220 anni fa, tutto era da chiarire. C’è una frase nei testi latini – spiega –  che crea confusione. Essa tradotta è più o meno la seguente: “Presso Spoleto, o meglio, vicino al ponte chiamato Sanguinario, posto a metà nella zona tra Otricoli, Narni, Spoleto, Roma”. Stanti così le cose potrebbe trattarsi sia del ponte di Spoleto, che di quello di Narni, «Ognuno potrà scegliersi perciò quello che più gli piace», conclude Antonino. E buonanotte.

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Ponte Sanguinario: a Otricoli o a Spoleto?

 

Garibaldi s’accampa a San Valentino

Sab Valentino ex convento università
La lapide che ricorda la sosta di Garibaldi a San Valentino

Probabilmente c’erano altre e più importanti, decisive presenze di Giuseppe Garibaldi a Terni da ricordare, che non un luogo in cui egli si era accampato. Da Terni, per esempio, Garibaldi  partì per la spedizione conclusasi con la disfatta di Mentana. Ma allora, l’11 giugno 1882, i ternani scelsero di celebrare l’eroe dei Due Mondi, morto pochi giorni prima, con l’apposizione di una lapide al convento di San Valentino: “Nel luglio del 1849 – sono le parole scolpite sulla pietra che si trova sopra la porta  d’ingresso –  Giuseppe Garibaldi movendo per Venezia ristorava qui gli avanzi gloriosi dei difensori di Roma”. E poi: “11 giugno 1882 – I cittadini e il municipio segnano reverenti l’orma del grande condottiero”.
Chissà, forse c‘era di mezzo anche un persistere del fascino destato dall’avventura della Repubblica Romana del 1849. Un’esperienza durata poco tempo, stroncata dall’intervento dell’esercito francese accorso in aiuto del papa.
Sono appunto soldati della Repubblica Romana quelli che Garibaldi guida verso il nord Italia. Ed è l’imbrunire dell’8 luglio del 1849 che “gli avanzi gloriosi dei difensori di Roma”, provenienti da Magliano Sabina,  si accampano sul colle di San Valentino, nei pressi della basilica e del convento. Qui restano per tutto il giorno 9 e la mattina del 10 si rimettono in marcia.
Da Roma, ormai pressata dalle porte dalle truppe francesi, Garibaldi è partito alle 8 di sera del 2 luglio.
Le trattative tra il generale Oudinot ed il triumvirato che guidava la Repubblica Romana non lasciavano scampo: i  francesi intimarono lo scioglimento dell’esercito. Garibaldi riunì gran parte delle truppe a Piazza San Pietro, invitando coloro che desideravano continuare la lotta per la liberazione dell’Italia a concentrarsi a Porta San Giovanni.
E da qui la colonna si mosse: quattromila uomini, ottocento cavalli, alcuni cannoni, i carri con i rifornimenti. Con Garibaldi c’è Anita; e ci sono personaggi come Ciceruacchio ed il prete Ugo Bassi.

Garibaldi, Anita in fuga da Roma dopo la caduta della Repubblica del 1849
Garibaldi e Anita in fuga da Roma dopo la caduta della Repubblica del 1849

Sono vicende rese popolari anche attraverso un film, “In nome del popolo sovrano”, realizzato dal regista Luigi Magni nel 1990 (tra gli interpreti Nino Manfredi, Alberto Sordi, Jacques Perrin, Serena Grandi). La colonna sosta a Tivoli il 3 luglio, poi attraverso la Sabina, raggiunge Terni, che è ancora in mano dei soldati repubblicani, comandati da un ufficiale inglese. Garibaldi si dirige a Todi, da qui a Orvieto, Ficulle, Montepulciano. Vorrebbe raggiungere Arezzo, ma le porte della città restano chiuse mentre gli austriaci stanno scendendo verso sud per incrociare proprio i resti dell’esercito repubblicano.
Da qui la fuga, attraverso l’Appennino, per tentare di raggiungere Venezia. E’ la fuga nel corso della quale muore Anita. E tragicamente finisce anche la storia di Ugo Bassi,  di Ciceruacchio e dei suoi due figli, oltre che di altri patrioti, catturati e fucilati dagli austriaci.
Il Generale riesce a fuggire in compagnia di un ufficiale e, raggiunto il grossetano, ad imbarcarsi per la Liguria. Ci riproverà anni dopo, Garibaldi, a liberare Roma. E sarà ancora Terni uno dei suoi punti di riferimento.
“Gli avanzi gloriosi dei difensori di Roma”, però, alla fine dell’estate del 1849, non c’erano più. Ed anche la Repubblica Romana era ormai un’esperienza conclusa.

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Per vendetta i ternani rubano la mula al papa

 

la mula rubata al papa
Al papa, per vendicarsi i ternani, rubarono la mula (Foto dell’archivio di Enrico Valentini)

Un attentato? L’assalto di uomini armati lungo la Flaminia? I ternani scelsero lo sberleffo per mostrare la loro ostilità al papa. L’importante era che capisse che aria tirava a Terni nei suoi confronti. Il papa era Clemente VII, Giulio di Giuliano de’ Medici. Era stato costretto a ritirarsi, un paio d’anni prima, ad Orvieto. Il 1527, come noto, fu l’anno del “sacco” di Roma compiuto dai soldati dell’imperatore Carlo V e dai Lanzichenecchi, ma a muovere l’attacco armato furono uomini al soldo del nemico di Clemente VII, il cardinale Pompeo Colonna. Una potente famiglia romana contro una fiorentina. Vista la mal parata Clemente arguì ch’era meglio per lui andare a  respirare un po’ d’aria buona fuori Roma. E si stabilì ad Orvieto.
Nel 1529, deciso a lasciare il volontario esilio orvietano stava organizzando la sua rentrée. Per capire che aria tirava, prima di muoversi verso Roma, decise di compiere un giro in alcune zone del papato, prima di tutto a Terni, che a suo tempo s’era schierata dalla parte del cardinale Colonna, tanto che Clemente bollò i ternani come traditori. Nel 1526, anzi, li aveva severamente puniti sfruttando l’occasione dell’ennesima scaramuccia tra Terni e Narni, nel quadro di un’antica rivalità esistente. Il papa impose la pace che fece pagare soprattutto ai ternani cui confiscò ingenti patrimoni, esiliando numerosi personaggi e stabilendo una “multa” particolarmente onerosa per le casse del municipio.
Per Clemente, che voleva rimontare in sella, era importante conoscere quale aria tirasse a Terni. Per darsi una regolata, se non altro. Ma poteva sperare che i ternani avessero dimenticato quel che aveva fatto loro subire solo tre anni prima?
Saputo del programma papale, a Terni aspettavano con ansia. Ad evitare che si pensasse ad un atto arrogante e provocatorio da parte sua, il papa decise di arrivare in sordina: a cavallo di una mula, senza vistosi paramenti (indossò solo il rocchetto e la stola), intenzionato a restare una sola notte che avrebbe passato nell’episcopio per incontrare i rappresentanti del clero cittadino. Loro gli avrebbero spiegato la situazione. Poi al mattino via, verso Spoleto e le Marche. Fu perciò sorpreso quando proveniente dalla Flaminia a Porta Romana trovò una folla ad attenderlo. E ancor più quando un gruppo nutrito di giovanotti lo circondò per issarlo sulla “sedia papale” formata da alcuni di loro intrecciando le mani. Possibile che i ternani avessero già dimenticato? Che avessero capito di aver sbagliato a mettersi contro di lui e che si fossero perciò ravveduti? Certo che sì, perché altrimenti non lo avrebbero aspettato per fargli tutte quelle feste, portarlo addirittura quasi in trionfo.
Invece proprio questo fu. I giovanotti formarono la “sedia”, vi misero di peso Clemente e in corteo s’avviarono verso la sede vescovile.
Il papa ebbe come un’ispirazione e capì. Ma era già troppo tardi. Per trasferirlo sulla “sedia del papa” gli sfilarono da sotto le auguste terga la mula, che in un attimo fu fatta sparire. Rubata. Provò a protestare, il papa, ma quelli gli fecero capire con mezzi rudi e concreti che non avrebbero esitato a passare a vie di fatto se non l’avesse piantata. La mattina dopo quelli del seguito lo portarono fino a Spoleto, dove gli procurarono un cavallo. Danno pesante? Per le casse papali no, ma Clemente – è scritto nei diari dei viaggi del papa – rimase «alquanto turbato».
Ce senti?

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Per vendetta i ternani rubano la mula al papa

Deruta-Grifo: gol negato e naso rotto all’arbitro ternano

calcio minore anni '50

Tifoso, visceralmente tifoso. Il suo stravedere per il Deruta, però, gli costo ottò mesi di carcere. Perché per lui, il beneficio della condzionale non scattò, contrariamente a quanto sucesse per altri tre finiti con lui sul banco degli imputati: avevano malmenato l’arbitro.
La partita era di quelle “delicate” del campionato di calcio di promozione umbra: Deruta–Grifo Perugia. Necessario evitare ogni turbativa durante la gara che si disputò il 16 dicembre 1951. A scanso equivoci fu mandato a dirigerla un arbitro di Terni, che per definizione si riteneva equidistante.
Ma quando ci si mette il destino… La Grifo, vinceva per un gol di scarto. Il Deruta attaccava a testa bassa. A un tratto, la svolta: rigore per i padroni di casa del Deruta. L’occasione di pareggiare.
La tensione ai bordi del campo sale oltre mille. Il giocatore derutese piazza il pallone sul dischetto, fa qualche passo indietro, poi breve rincorsa e.. tac! Gol. Grido liberatorio di esultanza da parte dei derutesi, ma l’arbitro annulla. Nemmeno fa ripetere il calcio di rigore. Annulla e basta. Figurarsi! Fischi, insulti, riferimenti alla professione della sorella, della madre, della moglie, della cognata e chi più ne ha più ne metta dell’arbitro ternano. Il quale – impassibile – incassa e porta a conclusione la partita.
Chissà… forse fu un gesto liberatorio, ma mentre si avviava allo spogliaoio mosse in alto un braccio… Gli si avventarono. Un polverone. L’arbitro, il “signor Chiari da Terni” ne uscì malconcio e col volto coperto di sangue per le ferite alla testa ed al naso.
Tutti in Tribunale a Perugia. Dieci mesi di reclusione al presidente del Deruta, Aldo Pelli; altri dieci al tifoso Mari; otto ciascuno per altri due tifosi, Favaroni e Ficola. Per tutti la condizionale, anzi no… Ficola era recidivo. Ma probabilmente si sarà salvato il carcere al processo di appello.

Deruta-Grifo: gol negato e naso rotto all’arbitro ternano
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Vittorio Faustini, il sindaco cacciatore

Castelchiaro (Terni), casale dei Faustini
Il casale dei Faustini a Castelchiaro

A Castelchiaro, la Flaminia, uscita da Narni e dirigendo verso Terni, nel valicare la collina, passa tra due fabbricati: quello che fu un rimessaggio-fienile e un casino di campagna, restaurato qualche anno fa, ora dipinto di rosa. Sulla facciata spicca una targa, con l’effigie in bronzo di un uomo baffuto: è quella di Vittorio Faustini. Uno della famiglia di Pietro (chiamato “il Garibaldi ternano” per via del suo impegno risorgimentale e l’amicizia col Generale), Francesco, deputato repubblicano del… Regno d’Italia, e Benedetto, architetto cui, a Terni, si deve – tra l’altro – corso Tacito.
E’ il meno noto ai più, tra i Faustini, eppure non è che, ai suoi tempi, sia proprio rimasto nell’ombra. Basta scorrere l’elenco dei sindaci di Terni e si troverà cosi che Vittorio Faustini fu sindaco per una decina di anni, dal 1905 al 1914. Anni difficili, se ci si pensa su. Quando fu eletto le acciaierie, nate una decina di anni prima, erano ormai una realtà più che consistente: con tutto quel che ne conseguiva per la città. Terni era cresciuta in maniera esponenziale e l’inurbamento massiccio aveva generato diversi problemi. E c’erano anche le questioni più propriamente legate alla fabbrica. E’, per esempio, nel 1906 che comincia il braccio di ferro tra la Saffat (le acciaierie, cioè) e gli operai che portò alla serrata del 1907. In discussione c’erano i rapporti tra l’azienda e i suoi tremila operai. Si discuteva intorno a diritti essenziali: orari, condizioni di lavoro, infortunati che venivano mandati a casa perché non piu “abili e remunerativi” per l’azienda.

La lapide che ricorda Vittorio Faustini
La lapide di Castelchiaro

Vittorio Faustini, sindaco, anch’egli- come il fratello – repubblicano ai tempi del Regno d’Italia, si trovò a fare i conti con una situazione del genere. Operò così come avrebbero fatto ottant’anni dopo i suoi successori: ponendosi come mediatore tra la direzione e il sindacato, richiamando l’azienda alle sue responsabilita, coinvolgendo ministri e ministeri perché le esigenze dei lavoratori venissero considerate. D’altra parte faceva parte di una famiglia in cui le istanze sociali si erano respirate sempre. Pur se con qualche contraddizione. Perché sempre di borghesia rurale, si parla: “Possidente” c’e scritto alla voce “professione” nell’elenco dei sindaci di Terni, a fianco al nome di Vittorio Faustini.
La famiglia era proprietaria di grandi appezzamenti di terreno nella pianura tra Terni e Narni. Una pianura fertile, coltivata a mais, grano, cereali di vario tipo, cocomeri. Dove vivevano, nei casali di proprieta dei Faustini, numerose famiglie di mezzadri; e dove trovavano occupazione come braccianti molti di coloro che abitavano sulle colline e che andavano “Jo ‘n i Piani”, al di là “de ‘a strada romana” a spezzarsi la schiena nei lavori stagionali.
Quasi illeggibile quella lapide posta sul casino di campagna di Castelchiaro. C’è comunque solo un accenno all’attivita amministrativa. Non si parla della serrata del 1907 alle acciaierie, dei disordini, di un momento delicatissimo della vita cittadina. E neanche di altri cambiamenti importanti delle’poca: l’elettrificazione della citta; l’apertura definitiva della linea di tramvia tra Terni e Ferentillo. Faustini fu pure il sindaco che rischiò di essere rimosso per fatti di clientelismo. Pericolo evitato grazie alla concomitanza delle elezioni politiche –siamo nel 1909- nelle quali fu eletto deputato suo fratello Francesco.
Quella lapide a Castelchiaro lo consegna alla storia solo quale grande cacciatore.

Vittorio Faustini, il sindaco cacciatore

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Fiori in omaggio per chi si sposa dal Sindaco

Il sindaco di Terni Luigi Michiorri
Il sindaco di Terni Luigi Michiorri

Erano anni “caldi”, quelli dello scontro viscerale tra il Pci e la Dc. Gli anni che vanno dal 1948, sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni politiche, e il 1953, l’anno della “legge truffa”, in cui la Dc di De Gasperi tenta di assicurarsi una larga maggioranza.
Anni “romantici” di una politica fatta col cuore e la pancia più che col cervello, in cui ogni occasione è buona per strappare consensi, per farsi propaganda, per affermare un qualsiasi principio che possa portare consensi. Se dopo il ’48 l’Italia è “bianca”, l’Umbria è “rossa”. Terni è “rossa”. Terni, anzi, è una delle roccaforti della sinistra in Italia. Nel 1946, quando è stato eletto il consiglio comunale in carica fino al 1952, i comunisti hanno preso il 43 per cento dei voti, i socialisti il 20,7%, la Dc il 18%, il Pri il 15,2%, il Pli il 3,1%. Alla sinistra venti seggi su trenta. Sindaco è eletto Comunardo Morelli (Pci), sostituito nel febbraio del ’48 da Luigi Michiorri, anch’egli comunista.
Ed è Luigi Michiorri il sindaco che nel settembre del 1951 avanza in consiglio comunale una proposta: “Com’è noto – dice all’assemblea – molte coppie di sposi preferiscono celebrare le nozze col rito civile”, per cui si ritiene opportuno che a coloro che vanno a nozze davanti al sindaco quest’ultimo regali, consegnandolo alla sposa, un mazzo di fiori, per offrire alla nuova famiglia «oltre agli auguri un qualcosa di tangibile». La spesa, ovviamente, dovrebbe essere affrontata dal Comune, specifica Michiorri. Un’ovvietà secondo il sindaco. tanto che si augura venga accolta all’unanimità.
Manco per niente, invece. Su quella proposta si accende un aspro dibattito che, cominciato il 26 settembre del 1951, si concluderà l’8 maggio 1952 – otto mesi dopo – con la definitiva bocciatura da parte della Giunta Provinciale Amministrativa, organo di controllo sugli atti dei Comuni. I consiglieri dell’opposizione, democristiani in testa, interpretano quella proposta alla stregua di uno “spot” pubblicitario, non solo e non tanto a vantaggio dell’istituzione civile nei confronti di quella religiosa, ma più che altro a favore di una posizione ideologica “mangiapreti”. «Quella del sindaco è una proposta strana che non trova alcuna giustificazione», esordisce deciso il consigliere comunale Dc Poliuto Chiappini. Intanto – spiega – «perché i matrimoni civili sono pochissimi se paragonati a quelli religiosi». E porta i dati: «Nel 1949 – riferisce – a fronte di 582 matrimoni in chiesa solo 14 sono stati i matrimoni in Comune. Ed ancor meno essi sono stati lo scorso anno», il 1950. Perciò «appare non logico né opportuno usare un trattamento speciale verso gli sposi che non sentono il bisogno – sottolinea con fervore di cattolico – di celebrare il rito religioso». Semmai – ribatte – in base alle regole democratiche sarebbero proprio coloro che scelgono di sposarsi in chiesa ad aver diritto, in quanto maggioranza, all’omaggio del mazzo dei fiori. «Comunque – conclude – se il sindaco vuol proprio essere gentile con gli sposi che si presentano davanti a lui nessuno gli impedisce di regalare i fiori, ma deve pagarli di tasca sua».
«A che servono queste lunghe disquisizioni – sbotta l’assessore Mario Giovannini, comunista – tutti conoscono la gentilezza d’animo del sindaco. Oltretutto la spesa è minima». Quindi inutile fare tante chiacchiere e approvare la proposta. «E no – fa eco dall’opposizione il consigliere Raffaele Sampaolesi spalleggiato dal collega Arturo Morganti – Se devono esser fiori che lo siano per tutti. Senza discriminazioni». Anzi, Morganti fa sapere a tutti che il sindaco ha già speso quattromila lire per quattro mazzi di fiori già consegnati, tanto è vero che il consiglio comunale è chiamato ad approvare il pagamento di una fattura alla ditta Zenoni e Scarponi: ditta di fiorai ma, allora, anche la più nota impresa di pompe funebri di Terni (a proposito di auguri). Il sindaco, ingenuo, «si dichiara sorpreso che la minoranza abbia potuto pensare che egli sia stato mosso da chissà quali considerazioni», e comunque si vota: 15 si, 3 no ed un astenuto (il consigliere Tommaso Romani). Tutto approvato: la proposta, il pagamento di quattromila lire a Zenoni e Scarponi, l’individuazione di un capitolo in bilancio con dotazione di diecimila lire per regalare mazzi di fiori per l’anno in corso, stornate dal capitolo di bilancio dell’assistenza ai fanciulli delle colonie, dotato di ben 800mila lire. Ma l’organo di controllo boccia la delibera e nel novembre del ’51 la rinvia al consiglio: «A parte che si tratta di un ente con bilancio deficitario – specifica nella motivazione – ma la spesa in questione non rientra nei fini istituzionali dell’ente».
A nulla valse approvare nuovamente la delibera (15 sì, 5 no, il solito astenuto): l’organo di controllo fu irremovibile. Non fiori, ma…

 

Fiori in omaggio per chi si sposa dal sindaco

 

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I volontari di Pescecotto fecero tremare la Borsa di Parigi

Pescecotto, Narni, il casale da cui partì la spedizione garibaldina
Narni: Il casale di Pescecotto, un monumento storico in stato di completo abbandono

Erano 106 i volontari. Partiti da Terni, gonfi di speranze, alla volta di Roma. Non fecero che pochi chilometri. I Granatieri del Re di Sardegna, i soldati dello Stato Italiano, li bloccarono tra Magliano e Fara Sabina e li “convinsero” a desistere. I capi finirono in carcere. Tra essi Pietro Faustini, “Leonida”, che era stato capo dei Carbonari ternani. Aveva 42 anni, Faustini, nel 1867. Ed era già un “anziano” tra coloro che si erano battuti, ed ancora continuavano a farlo, per costruire una nuova Italia, un’Italia unita. Già nel 1849 fu tra i protagonisti nella breve stagione della Repubblica Romana. Fu allora che divenne amico di Giuseppe Garibaldi: «Sebbene non fosse effettivamente nominato ufficiale, giacché mai ne dimostrò il desiderio, pure per la di lui ammirabile abnegazione e il disinteressato patriottismo lo si teneva in molto conto – scrisse di Faustini il Generale –  e prova ne sia che lo si volle dal Triumvirato distinguere, affidandogli sempre delicate ed importanti missioni, fra le quali la non indifferente di dirigere nel 1849 le fortificazioni di Roma»..
Caduta la Repubblica Romana, il giovane Pietro Faustini tornò a Terni. E non si arrese. Continuando ad essere punto di riferimento per tutti i cospiratori della sua zona. Dopo la proclamazione del Regno d’Italia, nel 1861, Terni – città di frontiera – fu centro logistico importante per tutte le spedizioni verso Roma, al fine di sottrarla al Papato. E quando il “Centro di insurrezione” operante a Roma decise di passare all’azione, fu su Terni e Pietro Faustini che contò.
La situazione era complicata a causa dell’accordo a suo tempo raggiunto tra i governi italiano e francese. L’esercito regio era divenuto il garante della difesa di Roma e del Papato. Solo in caso di insurrezione a Roma l’Italia non sarebbe intervenuta. Era quindi necessario far sì che la sollevazione “spontanea” avesse luogo. E per questo il “Centro di insurrezione” sollecitava Garibaldi a darsi da fare, organizzando spedizioni che avrebbero acceso le micce tra i rivoluzionari romani.
Il 1867 fu l’anno del tentativo finito male a Mentana. L’ultimo tentativo dei garibaldini di liberare Roma.
Quando quei 106 volontari misero in atto il loro tentativo, però, Mentana era ancora di là da venire e le speranze, l’entusiasmo erano alti. Il concentramento avvenne a Terni, e fu proprio Faustini ad esserne il principale organizzatore. Si partì da Pescecotto, una villa di campagna della famiglia dei Faustini, vicina al fiume Nera. Si partì con alcune barche. Erano da poco sbarcati quei volontari quando furono bloccati dai granatieri di Sardegna. Molti dei volontari non riuscirono a fuggire e furono arrestati.
Tanto sacrificio per ottenere poco, sembrò. La notizia non ebbe nemmeno il dovuto risalto, giusto quattro righe sulla Gazzetta Piemontese: «Circa duecento giovani armati hanno tentato di passare la frontiera pontificia. Quarantasette furono arrestati e gli altri si sbandarono inseguiti dalla truppa. La tranquillità venne ristabilita al confine». Un fatterello, una scaramuccia e niente di più. Ma il giorno dopo la questione si complicò, perché i “moti  di Terni” diventarono argomento di polemica politica. Il governo di Urbano Rattazzi era in carica da un paio di mesi e ci fu chi sostenne l’ipotesi che l’azione insurrezionale facesse parte di una manovra ordita dai seguaci del barone Bettino Ricasoli, che aveva guidato il precedente governo. Si trattava, in pratica, di creare difficoltà nei rapporti col governo francese. Ed in effetti, anche sull’onda della notizia del tentativo insurrezionale, la borsa di Parigi registrò una sia pur lieve flessione.  Fu il giornale “L’Italie” (che era in lingua francese ma era edito a Firenze, in quel periodo capitale d’Italia) che approfondì i particolari della spedizione: «L’assembramento dei giovani avvenne nel bosco di Configni: erano circa 170; li comandava un tale Perelli di Milano. Eravi un luogotenente e un trombettiere ed una bandiera tricolore…Alcuni distaccamenti di truppe furono spediti ad inseguire il piccolo drappello… Gli inseguiti, accortisi, affettarono la marcia ed arrivarono a Farfa in numero di cento. Furono raggiunti al passo di corsa, 53 vennero arrestati e gli altri dispersi. Le truppe raccolsero 63 fucili e 100 cartucce». Armi, quelle degli insorti, che , scrisse la Gazzetta d’Italia, erano state «distribuite agli insorti da tale Faustini che – specificò il giornale – si lamenta di essere stato ingannato».
Faustini fu arrestato, incarcerato nella rocca di Narni e da qui trasferito a Bologna e poi a Firenze per il processo. Fu assolto. Ma scese di nuovo in azione poco tempo dopo.
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Terni, una città affollata da preti e monache

procesChissà che avranno pensato i visitatori che, nel Seicento, capitavano a Terni? La città non era grandissima e contava meno di cinquemila abitanti. Non era questa la sorpresa, ma – casomai – il fatto che per ogni venti persone che essi incontravano lungo le strade del centro una portava la tonaca. Il 4,9 per cento di quei cinquemila abitanti apparteneva infatti alla schiera dei preti e delle monache. D’altra parte, Terni, era una…

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Trecento ternani a Alfonsine per cacciare i nazisti

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Il monumento che ricorda la battaglia del Senio sulla piazza principale di Alfonsine

«Ah, lei è di Terni. Lo sa, no, che qui di Terni abbiamo grande rispetto. Alcuni ternani sono morti per liberare questo posto dai nazifascisti». L’uomo è anziano, abita ad Alfonsine, provincia di Ravenna, vicino al fiume Senio. Nel 1944-45 questi luoghi furono sede di uno dei più lunghi e duri scontri tra le forze armate di Liberazione e i tedeschi. Il paese era stato quasi completamente distrutto, ma nessuno degli abitanti se ne andò. Correndo grossi pericoli, tutti rimasero testardamente a casa loro, in una sfida anche morale con la Wehrmacht.
L’incontro avviene sulla piazza principale del paese: manco a dirlo, piazza Antonio Gramsci. Dominata da un monumento che ne occupa tutta la parte centrale, fatto di muretti che servono da panchine, di sculture in ferro, di una pesante lastra di granito su cui è scolpito il ricordo: “Sul Senio il nuovo esercito italiano, il popolo ed i partigiani del Corpo Volontari della Libertà fecero crollare l’ultimo baluardo dell’occupante nazista e del fascismo”.
Era il 10 aprile del 1945 quando il battaglione Cremona entrò in paese.
Non erano pochi gli umbri che s’erano arruolati come volontari nel Battaglione Cremona del ricostituito esercito italiano: provenivano principalmente da Foligno, Spello, Umbertide, Città di Castello, Perugia. E da Terni. Trecento (per l’esattezza 302) erano i ternani che andarono a combattere in Romagna. Alcuni di loro, giovani di vent’anni, non fecero ritorno.
Da Terni erano partiti il 2 febbraio del 1945: «Era da poco sorto il sole, in quella fredda mattina, e già su piazza Solferino c’erano gruppi di persone… Si era saputo _ ha raccontato Alarico Gigli, uno di quei trecento, in un libro di testimonianze edito a cura dell’Anpi qualche anno fa _ che c’era la possibilità di continuare a combattere per arrivare il prima possibile alla definitiva cacciata e sconfitta della dittatura nazista e fascista. Salvo alcuni compagni che furono impediti da particolari ragioni, tutti avevano chiesto di partire».
«Erano tutti lì quella mattina _ continua la testimonianza di Gigli _ chi con un sacco da montagna  gonfio a crepare, chi con una valigia rinforzata da cinghie e legacci».
Piazza Solferino era affollata. Oltre ai volontari non mancavano i familiari, le sorelle, le fidanzate, e tante madri, preoccupate perché il loro figlio partiva, comunque, per andare a combattere. Una malinconia, la loro, cui faceva da contraltare l’allegria di un folto gruppo di partenti, che aveva passato la nottata in festa, al circolo “Stella Rossa”, che dopo la liberazione di Terni avvenuta nel giugno del 1944, era stato aperto al primo piano di Palazzo Montani: ad una certa ora, fattosi l’ultimo bicchiere e l’ultimo giro di valzer, non avevano dovuto far altro che scendere una rampa di scale, per trovarsi in piazza Solferino. Li aspettava un futuro di pericoli, di disagi, di sacrifici; ma si trattava di ragazzi di vent’anni, euforici perché avevano la consapevolezza di andare a battersi per affermare un ideale.

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La piazza principale di Alfonsine dominata dal grande monumento

Furono fatti salire sui cassoni dei camion del battaglione, che era aggregato ad una brigata canadese. Un giorno di viaggio, su strade sconquassate, in mezzo alle rovine e le miserie di un’Italia percorsa dalla guerra. «Arrivammo a Ravenna che ormai era notte _ è la testimonianza di Claudio Locci _ Ci scaricarono alla caserma “Conte di Cavour”… Fummo costretti a dormire, ancora con i vestiti borghesi, sul cemento. In uno stanzone senz’acqua né luce. Le finestre erano senza vetri, faceva un freddo tremendo. Molti di noi accesero dei fuochi e, nonostante la stanchezza, passarono la notte parlando. Tra l’altro a rendere impossibile il riposo c’era il fatto che si udivano, vicini, i colpi dei cannoni al fronte».
La mattina seguente ai volontari fu consegnata una divisa inglese «sulla quale però noi mettemmo i simboli del nostro esercito e qualche fazzoletto rosso», specifica Locci. Poi l’addestramento, per imparare ad usare le armi in dotazione. Roba ben diversa da quella che era stata usata nella guerra partigiana: armi vecchie e rispolverate, insieme a fucili e pistole di fabbricazione slava, francese, americana, tedesca: tutto quel che capitava.
Quindi subito in combattimento, in prima linea, sul fronte romagnolo; le battaglie di Chiavica Pedone, e quella, particolarmente cruenta del fiume Senio, che aprì la strada verso Alfonsine. La guerra poi continuò, ma Alfonsine divenne il simbolo della liberazione della Romagna. E ad Alfonsine, il 10 aprile di ogni anno, continua a tenersi una grande cerimonia in onore e ricordo di quei giovani caduti per un’Italia che volevano fosse migliore.

Alfonsine, giugno 2011

300 giovani ternani a Alfonsine per cacciare via i nazisti

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