Borgheria o Borgaria? Questo è il problema

La piazzetta centrale di Borgaria
La piazzetta di Borgaria

«Borgheria o Borgaria?». «Ah, bella domanda!» esclama la signora. «Qui non s’è mai capito bene, e comunque lo chieda a lui che è proprio del posto». «Borgaria», sentenzia “lui”, che è al lavoro all’interno del capannone di un’autocarrozzeria che sta proprio lì, a venti metri dalla vecchia porta d’ingresso al paese. “Borgaria”, si legge nell’elenco ufficiale delle frazioni narnesi. “Borgaria”, ribadisce il cartello che sta al limite del centro abitato. Ma sulla Flaminia, in prossimità dell’incrocio, perché il cartello stradale si diverte a confondere le idee? Li infatti c’è l’indicazione: dritti si va per Roma, a sinistra per Itieli, a destra per Borgheria. Con la “ghe”. Cento metri più avanti l’indicazione diventa “Borgaria 2”, con la “ga”, nel senso che mancano due chilometri al piccolo centro abitato (una settantina di residenti ma dentro le vecchie mura saranno una ventina). Il cartello col nome del luogo, “Borgaria”, con la “ga”, cancella ogni dubbio. Uno non ci pensa più. Ma poi appena entra nel minuscolo centro storico eccoti, sul muro della chiesa, la lapide che onora i caduti della prima guerra mondiale. E siamo daccapo: “Borgheria (con la “ghe”) consegna fieramente alla storia il nome dei suoi umili figli caduti combattendo per fare la patria più grande”.
Vabbé, in fondo chi se ne importa? Come dice la signora Maria che abita nella prima casa del paese, al numero civico 2, “Sempre de noiandri se tratta”.
Si arriva percorrendo una strada in ripida ascesa, s’oltrepassa la porta delle mura tutte dei pietra, si arriva su una piazzetta da cui si dipartono tre vicoletti. Viene logico fermarsi. E guardarsi intorno. «Bisogna girallu ‘u paese pe’ vedellu. Non te poi ferma’ qui. Sennò fai come quilli romani che vennero su da ‘a strada Flaminia… Eono vistu ‘u paesettu, j’era piaciutu de londanu e so vvenuti a vvedé». Anche loro si fermarono sulla piazzetta a prima arrivata. Scesero dall’auto, si guardarono intorno. Poi dissero ad uno che stava lì: «Tutto qui, il paese?». «Moraviu, mi maritu, j’arispose: aoh, quistu è quello che c’è scappatu…», che tradotto dal narnese significa: «Questo è quello che ci siamo potuti permettere, dobbiamo contentarci».
Il paese, quello originario, è classicamente compreso entro il castello, di cui, a parte alcuni tratti delle mura e qualche arco costruito con grosse pietre incastrate a secco, rimane solo un pezzo della torre: «E cche tutta la volevi? Comunque  ‘u paese va ggiratu tuttu. Giù in fonno ci sta ‘na piazzetta che se vede ‘n panorama!». La torre, le mura, o quel che ne è rimasto. Le case spesso maltrattate da “restauri” di necessità, con porte di lamiera verniciata di marrone, o canne fumarie aggiunte che, intonacate a cemento, “staccano” sulla pietra antica dei muri. Poi la chiesa di San Silvestro, il santo protettore. «E così voi fate la festa del patrono il giorno dell’ultimo dell’anno…». «Nooo – risponde la moglie di Moravio – noi festeggiamo San Felicianu. D’altra parte dentro la teca de vetru llà la chiesa ci stanno l’ossa sue, mica quelle di San Silvestru!». Beh, cos’altro ci si poteva aspettare in un paesetto di cui ancora non si sa con esattezza manco il nome. Cosa che alla fine non è così importante, si diceva, perché Borgaria, con la “ga”, o Borgheria, con la “ghe”, sempre quello è il bivio sulla Flaminia dove devi girare per arrivarci. Però il nome vero aiuterebbe a conoscere qualcosa di più della storia di questo posto, su cui non esistono studi eccezion fatta per quello recente di Guerriero Bolli, storico narnese. Certa è l’origine longobarda dell’insediamento, e longobarda dovrebbe essere – a regola di bazzica – l’origine del nome. Gli studiosi dei Longobardi  in proposito, però, divergono. C’è chi sostiene che esso derivi da Burgarius, l’abitante di un luogo fortificato; chi da Bulgarius, ossia da un originario insediamento di bulgari i quali scesero, in effetti, in Italia al seguito dei Longobardi. Ma c’è chi è convinto che esso derivi invece da Purcherium, che era chi custodiva luoghi popolati da allevamenti di maiali. Ad orecchio (solo ad orecchio, intendiamoci) la faccenda influisce sulla nobiltà delle origini: Borgaria indicherebbe uninsedimento di guerrieri, Borgheria un meno nobile allevamento di porci.
Gli abitanti, comunque, del loro paese vanno fieri, anche se è piccolo. E accampano pure un cittadino “illustre”: il padre di Giovanni Francesco Anerio, uno dei più grandi polifonisti del tardo Cinquecento italiano. Vabbè, ma il padre… «Ahò, quistu è quello che c’è scappatu…», taglierebbe corto Moravio.
Settembre 2014

 

Borgheria o Borgaria?

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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