Negroni eroe con Pisacane, ma la gloria la trovò il nipote al bar

In fondo, la sua era una famiglia nobile anche se non più agiatissima. Perciò, che Ludovico dei Conti Negroni, signori di Monterubiaglio, nell’Orvietano, fosse così vicino ad un rivoluzionario socialista come Carlo Pisacane, potrebbe suonare non del tutto coerente. Ma Ludovico, era così, uno viscerale nelle sue manifestazioni e nelle sue convinzioni politiche. E quindi se rivoluzione si doveva fare per costruire uno stato italiano unito, che rivoluzione fosse: lotta dura, senza paura.
D’altra parte, i Negroni, sembra siano stati sempre gente un po’ particolare, passata alla storia per le faccende più varie e singolari. Ludovico è ricordato quale eroe del Risorgimento, il suo avo Giovanni Battista per la passione delle scienze occulte, un suo probabile discendente per l’invenzione di uno dei più famosi ed apprezzati cocktail del mondo. Che Camillo Negroni, appunto indicato come l’inventore del cocktail omonimo, fosse parente stretto dei Negroni di Monterubiaglio non è provato, ma a renderlo possibile e probabile non è soltanto il cognome, il titolo di conte ed una certa somiglianza, ma anche lo stemma di famiglia, praticamente identico: uno scudo che nella parte inferiore ha alcune strisce “spiegazzate” gialle e azzurre, e nella parte superiore, due negri, l’uno di fronte all’altro che stringono in mano tre frecce.

Negroni
Lo stemma di famiglia dei Negroni

L’unica differenza è che nello stemma di Camillo i due negri sembrano indossare l’elmetto dell’esercito coloniale italiano, quello della guerra di Libia del 1911. La cosa è plausibile,visto che le simpatie di Camillo per il nazionalismo ed il nascente fascismo erano note.
Il conte Camillo Negroni aveva fama di godereccio. Negli anni seguenti la prima guerra mondiale, viveva a Firenze, ospite permanente del Grand Hotel, ed era cliente fisso di un bar à la page, il bar Casoni. Un buonissimo cliente, oltretutto, se è vero, come qualcuno raccontava, che riusciva a bere una quarantina di aperitivi  al giorno. La sua passione era l’”americano”, fatto di vermouth rosso e bitter: ma quando ritenendolo ormai per lui alla stregua di una semplice gassosa fece aggiungere una parte di gin, ecco che nacque il “Negroni”.
Ben più triste e sacrificata la vicenda di Ludovico, che, per età avrebbe potuto essere zio a Camillo. Con Pisacane partecipò alla spedizione di Sapri, quella celebrata dalla poesia “Eran trecento, erano giovani e forti e sono morti”. In verità, la spedizione di Pisacane non si concluse con la morte di tutti e trecento i partecipanti (328, per la precisione). A lasciarci la pelle, in scontri a fuoco con l’esercito borbonico, furono in tutto una trentina. Ma Ludovico Negroni di Monterubiaglio fu il primo. Il primo ed unico caduto nello scontro a fuoco immediatamente susseguente allo sbarco. Era il portabandiera del piccolissimo esercito rivoluzionario e fu subito preso di mira.
Dopo la scaramuccia iniziale con i soldati borbonici, ci fu una tregua che dette il tempo ai compagni di seppellirlo con tutti gli onori nella campagne di Padula, nel salernitano. Onori, perché Ludovico Negroni era pur sempre uno dei capi della spedizione, insieme a Pisacane, a Giovanni Battista Falcone ed a Giovanni Nicotera.
Il gruppo che aveva ideato ed organizzato l’azione rivoluzionaria era composto in buona parte da esuli del Regno delle Due Sicilie. Negroni, che era cittadino dello stato papale, aveva aderito con entusiasmo all’azione di commando. La storia è nota: furono in ventuno ad imbarcarsi su una nave diretta a Tunisi. Durante il viaggio misero in atto un’azione di dirottamento: con le armi si impadronirono della nave e diressero verso l’isola di Ponza, sede di un penitenziario in cui erano rinchiusi anche gli oppositori al governo borbonico. A Ponza ebbero subito ragione della guarnigione di guardie, liberarono i detenuti e li imbarcarono, diretti verso le coste campane. Qui, secondo accordi già raggiunti coi patrioti di Napoli, avrebbero trovato ad attenderli gli insorti, i contadini, la classe sociale dimenticata. Quella che, secondo Pisacane ma anche secondo il conte Negroni, sarebbe stata protagonista della rivoluzione sociale.
Non andò così. I borghesi che tramavano contro i Borboni non vedevano di buon occhio il socialismo di Pisacane. E così i “Trecento” furono accolti con ostilità da quei contadini, convinti di trovarsi al cospetto di una serie di galeotti evasi da Ponza e niente di più. Ludovico Negroni non fece nemmeno in tempo a dolersi della delusione. Morì a 32 anni.
Le spoglie furono ritrovate nel 1912 da inviati del Comune di Orvieto a Padula e traslate nel cimitero della città del duomo. Più di 150 anni dopo le associazioni patriottiche lamentano l’oblio per le gesta di Ludovico Negroni ed anche l’abbandono della semplice sepoltura che ne ospita le ceneri.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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