Todi, 85 operai a spasso: chiude il pastificio

pastificio cappelletti todi
L’ex pastificio Cappelletti a Todi Ponte Rio

Anni Sessanta: gli anni del boom economico italiano. Ma aTodi chiudeva una delle attività produttive più importanti e 85 tra operai ed impiegati furono licenziati. Tutta colpa di una banca sudamericana, la Banca Rio della Plata, se il Pastificio Cappelletti di Todi era costretto a serrare i battenti, sostennero in parlamento quattro deputati umbri: Alfio Caponi e Mario Angelucci (Pci), Vittorio Cecati e Dario Valori (Psi) chieserolumi al ministro dell’Industria e del Commercio, Emilio Colombo. Era il 2 maggio del 1961 quando il ministro rispose in aula alla loro interrogazione. Nel frattempo il pastificio di Todi aveva chiuso già dal settembre dell’anno prima. E’ passato più di mezzo secolo. La fabbrica c’è ancora: un bel complesso edilizio scolorito (era rosso); l’insegna a tutta facciata: “Molini & Pastificio S.p.A. Cappelletti”. In abbandono totale o quasi perché sporadicamente per qualcosa è utilizzato. Per esempio con estemporaneo palcoscenico in qualche edizione del Festival di Todi. Passato alla ditta Spazzoni, i proprietari ne hanno impedito la decadenza totale usandolo, seppur in piccola parte, come deposito di granaglie e sede di uffici, mantenendo al suo interno macchinari di grande valore storico, come testimoniato qualche anno fa, da un giovane ricercatore, Matteo Pacini, che vi trovò in buono stato, macchinari di legno che erano usati negli anni Cinquanta del ‘900, tra i quali alcune rare macchine granulatrici.
Che c’entrava, negli anni Sessanta, una banca sudamericana con la Molini & Pastificio S.p.A. Cappelletti? La risposta del ministro Colombo aiuta a far luce. La banca, in verità, era italiana. Il nome completo era «Credito veneziano e del Rio de la Plata». Aveva sede a Milano, ed era nata nel momento in cui il “Credito industriale di Venezia” aveva acquistato la filiazione italiana del “Banco d’Italia y Rio de la Plata”, una banca argentina fondata con capitali italiani nella seconda metà dell’Ottocento.
Da anni in grave crisi di liquidità, la Molini & Pastificio S.p.A. Cappelletti aveva dovuto depositare in favore dell’istituto di credito l’intero pacchetto azionario. E la banca, che di mulini e pastifici non sapeva che farsene decise di smettere l’attività. L’intenzione, per la verità, era di trovare un acquirente e quindi in un primo periodo, pur se la produzione era sospesa, si mantennero in servizio i dipendenti che ricevevano regolare stipendio. S’era dato da fare anche il ministero -riferì Colombo – favorendo l’acquisizione di una commessa per la lavorazione di 5100 quintali da parte dell’associazione nazionale mugnai, ma alla fine, il 12 settembre 1960,arrivò la comunicazione che da quel giorno la fabbrica era chiusa definitivamente.
I lavoratori risposero occupando lo stabilimento, ma dopo pochi giorni, non potettero far altro che prendere atto che erano stati tutti licenziati. «Ma alcuni – aggiunse il ministro – sono stati nel frattempo assunti da altre imprese locali», ed altri 55 sarebbero stati assorbiti per un anno da due cantieri che il ministero del Lavoro aveva avviato per la ricostruzione dell’Istituto Artigianelli Crispolti e per la sistemazione della strada Asproli-Porchiano.
Del pastificio di Todi rimase solo il grande edificio abbandonato, a far mostra di sé a tutti i viaggiatori della ferrovia  Centrale Umbra i cui treni si fermano alla stazione Todi–Ponte Rio che sta proprio davanti al piazzale del pastificio. Un fabbricato che fu considerato di pregio, quando, negli anni Venti del Novecento i fratelli Marzio e Colombo Cappelletti realizzarono il progetto dell’architetto perugino Dino Lilli. Avevano da poco rilevato lì, a Ponte Rio,un piccolo mulino proprio con la mira di trasformarlo in un’impresa più grande e moderna. E lo fecero procurando lavoro stabile per 120 persone. Nel terzo millennio il complesso è stato inserito nei programmo di riqualificazione urbana promossi anni addietro dal ministero dei lavori pubblici. Ma da allora non c’è stata alcuna novità. Tutto dimenticato, pare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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