L’ingegnere inventore dell’aereo a pedali

La telefoto Ansa pubblicata dai giornali dell'epoca. Guaitini davanti all'aereo a pedali
La telefoto Ansa pubblicata dai giornali dell’epoca. Guaitini davanti all’aereo a pedali

Icaro? Più che un dilettante un sempliciotto sprovveduto. Leonardo Da Vinci? Un ragazzo con tanta buona volontà, che si applicava con tenacia e costanza, ma più di tanto non riuscì a fare. Giovan Battista Danti? Sì, sembrava che ce l’avesse fatta, ma il suo tentativo di volo umano era finito con una smusata contro il tetto di una casa, proprio sotto la torre dalla cui sommità s’era lanciato.
Ma poi ci provò lui, Pietro Guaitini, ingegnere perugino, dipendente del catasto, scultore e “geniale inventore”, come lo definivano Continua a leggere L’ingegnere inventore dell’aereo a pedali

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I più forti dilettanti d’Italia al Giro di San Gemini

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Il circuito era quello “classico”, che a Terni era noto come “giro di San Gemini”. Partenza da Terni, salita ripida della Solfonare, quindi continui saliscendi verso Narni, lungo il tracciato che fu dell’antica Flaminia. Dal Ponte di Augusto di nuovo una salita per dirigersi a Narni e poi scendere verso Terni. Per i corridori ciclisti “di casa” era una prova abbastanza impegnativa. Per corridori di maggiore esperienza si trattava invece di un percorso non troppo duro, seppur nervoso e che comunque si faceva sentire nei polpacci. Specie se andava compiuto per quattro volte, per un totale di circa 160 chilometri. Erano questi i  numeri relativi al tracciato della prova unica campionato italiano di ciclismo dilettanti, disputato a Terni nel 1950. Una gara molto importante all’epoca. Non accadeva, a quei tempi, che dopo pochi brillanti risultati si passava al professionismo. Il lotto dei concorrenti era quindi qualificato e ben nutrito. E infatti al via si schierarono ben 175 corridori, in caccia della maglia tricolore che era, ad ogni modo, prestigiosa già di per sé e maggiormente lo diventava in proiezione. La gara di Terni era infatti decisiva per la scelta degli azzurri, dei corridori che, cioè, avrebbero partecipato al campionato iridato.
Era il 23 luglio del 1950. Il via fu dato alle 7 e un quarto e subito partenza “alla bersagliera”. Fu una gara veloce (intorno ai 40 all’ora la media generale), vivace, caratterizzata da alcuni tentativi di fuga e da furiosi inseguimenti del gruppo presto annullati. Una delizia per gli appassionati di corse ciclistiche, una gara così. L’ultimo dei tentativi di fuga fu quello di Donato Piazza, anch’egli un bel corridore, che si dannò l’anima, ma fu ripreso a pochi chilometri dallo striscione del traguardo di Terni. Il veemente inseguimento a Piazza determinò lo sganciarsi in avanti di tutti i migliori. Finì con la volata di un gruppo di una ventina di corridori. E la vittoria andò ad un fuoriclasse, Alfio (o Alfo) Ferrari, cremonese, 26 anni, che la maglia tricolore l’aveva vestita già altre due volte, vincendo il campionato nel 1947 e nel 1948. Nel ’47, anzi,  Ferrari s’era imposto anche nel campionato del mondo e nel 1950 sembrava in grado di ripetersi.
Ovviamente fu inserito nella nazionale italiana che fu annunciata quella sera stessa a Terni, e andò al mondiale che quell’anno di disputava in Belgio a Moorslede, Al termine della gara più importante dell’anno Ferrari si trovò al centro di un mezzo giallo. Sul vialone d’arrivo si presentò un gruppetto di una decina di corridori: l’italiano era in testa ancora a poche decine di metri dal traguardo ma fu oggetto di una scorrettezza da parte del corridore francese Varnajo che lo urtò facendogli perdere l’equilibrio. Tra i due litiganti godette il terzo, l’australiano Jack Hoobin, primo corridore proveniente dagli antipodi ad indossare la maglia iridata. Secondo Varnajo, terzo Ferrari.

 ciclisti dilettanti d’Italia al Giro di San Gemini

Borgheria o Borgaria? Questo è il problema

La piazzetta centrale di Borgaria
La piazzetta di Borgaria

«Borgheria o Borgaria?». «Ah, bella domanda!» esclama la signora. «Qui non s’è mai capito bene, e comunque lo chieda a lui che è proprio del posto». «Borgaria», sentenzia “lui”, che è al lavoro all’interno del capannone di un’autocarrozzeria che sta proprio lì, a venti metri dalla vecchia porta d’ingresso al paese. “Borgaria”, si legge nell’elenco ufficiale delle frazioni narnesi. “Borgaria”, ribadisce il cartello che sta al limite del centro abitato. Ma sulla Flaminia, in prossimità dell’incrocio, perché il cartello stradale si diverte a confondere le idee? Li infatti c’è l’indicazione: dritti si va per Roma, a sinistra per Itieli, a destra per Borgheria. Con la “ghe”. Cento metri più avanti l’indicazione diventa “Borgaria 2”, con la “ga”, nel senso che mancano due chilometri al piccolo centro abitato (una settantina di residenti ma dentro le vecchie mura saranno una ventina). Il cartello col nome del luogo, “Borgaria”, con la “ga”, cancella ogni dubbio. Uno non ci pensa più. Ma poi appena entra nel minuscolo centro storico eccoti, sul muro della chiesa, la lapide che onora i caduti della prima guerra mondiale. E siamo daccapo: “Borgheria (con la “ghe”) consegna fieramente alla storia il nome dei suoi umili figli caduti combattendo per fare la patria più grande”.
Vabbé, in fondo chi se ne importa? Come dice la signora Maria che abita nella prima casa del paese, al numero civico 2, “Sempre de noiandri se tratta”.
Si arriva percorrendo una strada in ripida ascesa, s’oltrepassa la porta delle mura tutte dei pietra, si arriva su una piazzetta da cui si dipartono tre vicoletti. Viene logico fermarsi. E guardarsi intorno. «Bisogna girallu ‘u paese pe’ vedellu. Non te poi ferma’ qui. Sennò fai come quilli romani che vennero su da ‘a strada Flaminia… Eono vistu ‘u paesettu, j’era piaciutu de londanu e so vvenuti a vvedé». Anche loro si fermarono sulla piazzetta a prima arrivata. Scesero dall’auto, si guardarono intorno. Poi dissero ad uno che stava lì: «Tutto qui, il paese?». «Moraviu, mi maritu, j’arispose: aoh, quistu è quello che c’è scappatu…», che tradotto dal narnese significa: «Questo è quello che ci siamo potuti permettere, dobbiamo contentarci».
Il paese, quello originario, è classicamente compreso entro il castello, di cui, a parte alcuni tratti delle mura e qualche arco costruito con grosse pietre incastrate a secco, rimane solo un pezzo della torre: «E cche tutta la volevi? Comunque  ‘u paese va ggiratu tuttu. Giù in fonno ci sta ‘na piazzetta che se vede ‘n panorama!». La torre, le mura, o quel che ne è rimasto. Le case spesso maltrattate da “restauri” di necessità, con porte di lamiera verniciata di marrone, o canne fumarie aggiunte che, intonacate a cemento, “staccano” sulla pietra antica dei muri. Poi la chiesa di San Silvestro, il santo protettore. «E così voi fate la festa del patrono il giorno dell’ultimo dell’anno…». «Nooo – risponde la moglie di Moravio – noi festeggiamo San Felicianu. D’altra parte dentro la teca de vetru llà la chiesa ci stanno l’ossa sue, mica quelle di San Silvestru!». Beh, cos’altro ci si poteva aspettare in un paesetto di cui ancora non si sa con esattezza manco il nome. Cosa che alla fine non è così importante, si diceva, perché Borgaria, con la “ga”, o Borgheria, con la “ghe”, sempre quello è il bivio sulla Flaminia dove devi girare per arrivarci. Però il nome vero aiuterebbe a conoscere qualcosa di più della storia di questo posto, su cui non esistono studi eccezion fatta per quello recente di Guerriero Bolli, storico narnese. Certa è l’origine longobarda dell’insediamento, e longobarda dovrebbe essere – a regola di bazzica – l’origine del nome. Gli studiosi dei Longobardi  in proposito, però, divergono. C’è chi sostiene che esso derivi da Burgarius, l’abitante di un luogo fortificato; chi da Bulgarius, ossia da un originario insediamento di bulgari i quali scesero, in effetti, in Italia al seguito dei Longobardi. Ma c’è chi è convinto che esso derivi invece da Purcherium, che era chi custodiva luoghi popolati da allevamenti di maiali. Ad orecchio (solo ad orecchio, intendiamoci) la faccenda influisce sulla nobiltà delle origini: Borgaria indicherebbe uninsedimento di guerrieri, Borgheria un meno nobile allevamento di porci.
Gli abitanti, comunque, del loro paese vanno fieri, anche se è piccolo. E accampano pure un cittadino “illustre”: il padre di Giovanni Francesco Anerio, uno dei più grandi polifonisti del tardo Cinquecento italiano. Vabbè, ma il padre… «Ahò, quistu è quello che c’è scappatu…», taglierebbe corto Moravio.
Settembre 2014

 

Borgheria o Borgaria?

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Qui Garibaldi si fermò a pranzo

Via XI Febbraio. Nel cerchio la targa in ricordo del pranzo di Garibaldi
Via XI Febbraio. Nel cerchio la targa in ricordo del pranzo di Garibaldi

Quante sono, in tutta Italia, le lapidi che segnalano i luoghi di sosta di Giuseppe Garibaldi? Innumerevoli. «In questa casa pernottò» o «Qui si fermò l’eroe dei Due Mondi» recitano con maggiore frequenza. Da adesso, volendo, c’è una nuova tipologia: «Qui pranzò Giuseppe Garibaldi». Basta recarsi a Terni, in via XI Febbraio. più che una lapide è una targa metallica sulla quale, per la verità recita: «Nel luglio del 1849 uscito da Roma sulla via per Venezia Giuseppe Garibaldi sostava a Terni dove il 9 era ospite tra queste mura di Lorenzo Casagrande amico del generale».
Così, con un passaggio solo, il generale s’è accaparrato due lapidi. Perché ce n’è un’altra a ricordare la sosta a Terni di Giuseppe Garibaldi e del suo esercito di volontari in fuga dopo la caduta della Repubblica Romana nel 1849. E’ quella che si trova all’ex convento di San Valentino, dove fu inaugurata l’11 giugno 1882, a celebrazione dell’Eroe dei Due Mondi pochi giorni dopo la sua morte. “Nel luglio del 1849 – sono le parole scolpite sulla pietra sopra l’ingresso dell’ex convento – Giuseppe Garibaldi movendo per Venezia ristorava qui gli avanzi gloriosi dei difensori di Roma”. E poi: “11 giugno 1882 – I cittadini e il municipio segnano reverenti l’orma del grande condottiero”.
La colonna di volontari marciava verso il nord Italia. All’imbrunire dell’8 luglio del 1849 “gli avanzi gloriosi dei difensori di Roma”, provenienti da Magliano Sabina, si accamparono sul colle di San Valentino, nei pressi della basilica e del convento. Qui restarono per tutto il giorno 9 e la mattina del 10 si rimisero in movimento: quattromila uomini, 800 cavalli, alcuni cannoni, i carri coi rifornimenti. C’erano anche Anita, che morì durante il viaggio a Comacchio, Ciceruacchio ed il prete Ugo Bassi, poi fucilati dagli austriaci.
Ciceruacchio era sicuramente col generale a pranzo in via XI Febbraio, nella casa di Lorenzo Casalgrande il quale era ufficiale della guardia civica della Repubblica Romana dopo aver ricoperto lo stesso incarico a Terni. Modenese, Casalgrande s’era trasferito a Terni nel 1835: l’aria a Modena era diventata poco respirabile per uno che come lui aveva partecipato ai moti del 1831. Mise su una fabbrica di vetro e fu, come imprenditore, uno dei fondatori della Cassa di Risparmio. Nel periodo della Repubblica Romana era diventato amico di Ciceruacchio il quale – appunto – accompagnò il generale nella casa di via XI febbraio. Non c’era Anita. Rimase a San Valentino. Aveva bisogno di riposo, probabilmente era già malata. Garibaldi, mangiò, s’affaccio un attimo alla finestra per salutare tutta la gente che era in attesa in strada, poi tornò dai suoi uomini a San Valentino.

Qui Garibaldi si fermò a pranzo

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In tre anni cinque matrimoni: poi però spariva col corredo

Lui nel matrimonio ci credeva. Ma quale “tomba dell’amore”. Il matrimonio era occasione di arricchimento. E allora glielo spiegò alla sua bella: era tanto convinto che non voleva perdere un minuto di più e pur se la conosceva da poco le chiese di sposarlo. Travolta da tanta passione, ammirata per le belle intenzioni dell’amato lei disse subito di sì. E nozze furono. Nella chiesa di Santa Maria Assunta, a Terni: il Duomo.
Ohibò, doveva essere un gran bel matrimonio quello tra l’avvenente Giuliana, una ragazza originaria di Foligno e Giacomo. Sì, Giacomo. Come Casanova, da cui oltre al nome aveva acquisito pure l’arte del seduttore, del tombeur de femmes. Trent’anni, carnagione scura, capelli ed occhi neri era all’apparenza molto diverso dal maestro. Ma d’altra parte lui non era nato mica a Venezia,ma ad Agrigento. In Sicilia aveva fatto il falegname. Poi, però, scoprì un’altra professione più piacevole e redditizia: quella dello sposo. Convinto era convinto, certo. E a sposarsi s’era trovato sempre bene, tanto è vero che quello con Giuliana era il quinto matrimonio in tre anni. Ah, lui era fatto così: tanta passione poi però si stancava subito e spariva. E in più  prima di andarsene ripuliva borsetta della consorte e portava con sé qualche ricordo: dal “gruzzoletto” nel cassetto del comò al corredo, ai regali di nozze. Rivendeva il tutto e tirava avanti… Nel gennaio del 1946, quando si sposò a Terni, erano ancora tempi grami ed il ricavato non era un granché, ma che ci voleva a sposarsi un’altra volta? Il lavoro è lavoro.
Nel caso della bella folignate, ormai ternana d’adozione, era stato un grande professionista. Aveva fatto tutto per benino. S’era mostrato amorevole e disinteressato; travolto dalla passione. S’era presentato ai genitori di lei, mentre i suoi, vista la lontananza sarebbero arrivati a Terni appena possibile. Ed infatti ancora li aspettano.
Grande festa di nozze e due giorni dopo sparì, con tutto quel che riuscì ad arraffare.
Giuliana non ci rimase tanto bene. Anzi, fu proprio uno choc. Rimase come paralizzata per un paio d’ore, senza emettere parola. La bocca spalancata e gli occhi fissi sulla parete. Poi si scosse e andò dai carabinieri. «In verità m’ha detto che doveva ricoverarsi in ospedale per un intervento – riferì -ma pensavo che scherzasse. Ecché uno si fa operare due giorni dopo le nozze?».
Le indagini cominciarono subito ma per scoprire tutto l’altarino, ci vollero quattro anni. Altro che ex falegname! Giacomo era un abile truffatore. Ed appunto tra il 1943 ed il 1946 s’era sposato ben cinque volte. E sempre in chiesa, e furono sempre matrimoni in pompa magna. Il primo fu celebrato a Bari nell’aprile del 1943. Fu l’unico valido per la legge. Ed in effetti durò a lungo, addirittura due anni. Il 1945 per l’ex falegname siciliano, fu un anno molto faticoso per di più concentrato in quei tre mesi “classici” di primavera che la maggioranza delle coppie sceglieva per coronare il sogno d’amore. Fu costretto ad adeguarsi. Così ad aprile si presentò all’altare a Montereale, in Abruzzo, a maggio ci rifece cavallo a Bari, a giugno andò in trasferta a Pompei.
Poco più di sei mesi dopo eccolo a Terni per le nozze con la signorina Giuliana, tutta orgogliosa di andare in sposa ad
un ufficiale dell’esercito italiano. E già, perché Giacomo, per far colpo, le si era presentato in divisa di tenente di artiglieria.
Matrimonio a gennaio e viaggio di nozze a Roma. Il giorno dopo l’arrivo nella capitale, spiegò alla quinta moglie che doveva essere ricoverato in ospedale per un intervento chirurgico, ma stesse tranquilla: robetta. Sparì con ottantamila lire e tutta la biancheria.
Nel 1950, ricostruita tutta la sua movimentata vita coniugale, tornò a Roma, ma stavolta a Regina Coeli. La Procura della Repubblica di Perugia (manco a farlo apposta, l’8 marzo) lo rinviò a giudizio per bigamia continuata ed aggravata.Come sia andato a finire il processo non è stato riferito sui giornali. Ma forse la giusta punizione sarebbe stata quella di costringerlo a tenere a bada le cinque mogli e, soprattutto, le cinque suocere.

 

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“Sigaro” luminoso sfreccia di notte nel cielo di Terni

Nel fotomontaggio l’immagine che si presentò agli occhi di due giovani ternani

«Ci trovavamo in via Lungonera vicino ai giardini pubblici quando io e il mio amico abbiamo udito un sibilo penetrante ed acuto, fino fino, come quello che a volte emettono le macchinette a vapore del caffè. C’è venuto spontaneo guardare in alto ed abbiamo visto venirci incontro proveniente dalla direzione del vecchio ospedale, un oggetto luminosissimo, abbagliante. Ci è parso che sostasse per qualche attimo nel cielo e poi lo abbiamo visto sparire dietro le montagne. La visione è durata forse 3 o 4 secondi e ci ha lasciati abbagliati tanto che non distinguevamo più gli oggetti circostanti». I “marziani” erano scesi a dare un’occhiatina alla Terni by night? Nemmeno l’autore del racconto ci credeva ai marziani. Era un giovane di 21 anni che lavorava da gommista e che, negli anni successivi, diventato adulto ricoprì incarichi di primo piano a livello sindacale. Una persona seria, insomma. Eppure raccontò disse di aver visto un qualcosa di misterioso. E l’amico che era con lui quella notte tra il 28 e il 29 dicembre 1962, un venerdì notte. Era passata l’una. I due avevano passato la serata in un bar di via Piave. D’altra parte c’erano solo i bar e qualche cinema ad offrire l’occasione di stare con amici fuori di casa. L’amico confermò. Aveva visto le stesse cose. Mentre tornavano a casa in via Montegrappa, una luce fortissima li colpì. Sentirono il sibilo, non ebbero nemmeno il tempo di chiudere la bocca che s’era spalancata per lo stupore che l’oggetto luminoso dalla forma di sigaro passando a velocità impressionante, sorvolò il fiume Nera e scomparvendo in un battibaleno dietro la montagna di Cesi.
I giornali ci inzupparono il pane e subito divenne un caso d’interesse nazionale quella visione che restò inspiegata.
Accadeva spesso che qualcuno avesse certe visioni negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Si parlava molto dei marziani, degli Ufo che allora venivano chiamati dischi volanti e basta. La suggestione, insomma, era grande e bastava veder in cielo qualcosa di inusuale per temere l’invasione di nanerottoli verdi o giganti contenuti in tute sbrilluccicanti.
Nella zona di Terni era accaduto qualche tempo prima: l’oggetto volante non identificato però, in quel caso, fu ben presto individuato: quell’ “affare” argentato che, colpito dai raggi del sole al tramonto diventava di grande suggestione, era un aerostato mezzo sgonfio che stava precipitando. A terra, arrivò dalle parti di Ferentillo: misurava “non meno di duecento metri di circonferenza” azzardò un impressionato cronista. Una volta sgonfio fu arrotolato e caricato sul rimorchio di un trattore. All’tterraggio era ricoperto di ghiaccio e ad identificarlo aveva una sigla DC, la sigla del Partito – le coincidenze – che proprio a Ferentillo allora faceva man bassa di voti. Ma i dirigenti locali del partito giurarono sull’onore che loro, ovvaimente, non c’entravano

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Svergogna la sorella tirchia e lei lo denuncia: condannato

L'ingresso del cimitero di Borbona
L’ingresso del cimitero di Borbona

Borbona è in provincia di Rieti. Dalla Salaria, poco prima di arrivare a Posta si gira a destra per l’Aquila. Bastano pochi minuti a percorrere i quattro chilometri per arrivare. Il cimitero sta su, in alto, sul costone della montagna, lungo la strada che porta alla “Terra”. Non è grande ma rispecchia la particolarità del terreno: una parte delle tombe sta nel tratto in piano, poi c’è una lunga scalinata che va in salita in direzione della cima. Ai lati, file di loculi, tombe, cappelle. La domenica mattina è molto frequentato da persone che abitano per lo  più a Roma, ma che qui hanno i loro congiunti. Della lapide che cinquant’anni fa portò Borbona alla ribalta delle cronache nazionali nessuno si ricorda più. Anche perché oggi non esiste più.
La lapide su una tomba, che poveva avere di tanto curioso? Di quella pietra, e soprattutto di ciò che c’era scritto, dovette interessarsi il pretore, il quale fu chiamato a dirimere la lite sorta tra i figli del defunto. Accadde nel 1958. Il “de cuius” era un professore che a Borbona era molto conosciuto. Fu il figlio, che ci teneva, a commissionare la scritta. E lo scalpellino, diligente, ci mise del suo meglio. Sa’ era sempre un professore… “Alla memoria posero la moglie, il figlio, le figlie, i generi, i parenti tutti addolorati”. La sottopose al committente con un certo orgoglio. Ma l’espressione soddisfatta si mutò subito in qualcosa tra lo stupore e la delusione cocente. «Questa sarebbe la frase? Manco per sogno!» esclamò il figlio del professore. Lui quella lapide non ce la voleva e pretese che la scritta fosse cambiata. “A perpetua memoria ecc. ecc. va bene, ma poi continua così”, e dettò: “Posero il figlio e le figlie meno che Olga, Argia e Lea”.
Questioni di eredità? Qualcuno non s’era mostrato abbastanza addolorato per la dipartita? Non si sa. Figurarsi le tre sorelle! Olga, poi, fu colei che s’offese di più. Non ci stava ad essere additata al paese e ai posteri come la sorella tirchia. Fattostà che denunciò il fratello. E così il compito di risolvere la questione toccò al pretore, il quale stabilì che la frase era offensiva. Il “figlio addolorato”, ma pure stizzito, ebbe il torto. La lapide fu cambiata, la frase cancellata e sostituita con poche essenziali parole. Non c’è scritto chi tra i parenti s’occupò di far apporre la nuova pietra tombale, chi cacciò i soldi, insomma: uno, nessuno o tutti quanti?

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Per l’anagrafe la sposa ha una figlia: lo sposo sviene

Quando c’è di mezzo la burocrazia

 

La signorina Anna C., nel 1953, era già matura, nel senso che la trentina l’aveva ormai bell’e superata. Non che fosse una zitella acida, però, perché Anna era una bella ragazza ed il fidanzato ce l’aveva. Uh se ce l’aveva! Da anni. Il loro amore era nato a guerra già finita da un po’, ma ci volle tempo prima che la coppia avesse la possibilità di mettere a verso tutte le cose e convolare a nozze. Loro, i due fidanzati che abitavano in una frazione di Perugia, comunque si amavano e decisero di fare le cose con pazienza. Volevano un bel matrimonio, ed aspiravano a porre prima le basi per una vita tranquilla una volta sposati. Arrivati al 1953 le premesse c’erano tutte. Era ora di “cacciare” le carte. Si presentarono quindi col sorriso sulle labbra all’ufficio anagrafe di Perugia. Fu tutta colpa dell’innocente curiosità dell’impiegato. «Eccole il certificato in cui si attesta che lei è nubile» disse questi alla signorina Anna, la quale allungò le mani per prendere il foglio mentre il fidanzato, accanto a lei, gongolava. Ma subito l’impiegato aggiunse: «E la bambina? Che ne dice?». «La bambina?» chiese lei pensando di trovarsi al cospetto di un impiegato burlone. «La bambina, la bambina… – insistette l’impiegato – Giovanna, sua figlia di nove anni. Che dice del fatto che lei si sposa? Lo fa per la piccola, vero?..».
La signorina Anna rimase col braccio destro paralizzato, il viso bloccato in una brutta smorfia. Diventò pallida strabuzzando gli occhi. Ben peggiore fu la reazione del fidanzato, che cominciò a balbettare, quindi sentì le ginocchia piegarsi. Buon per lui che portava il cappello, perché almeno coloro che lo adagiarono stravaccato su due sedie ebbero qualcosa da sventolargli davanti alla faccia… «’Na bambina?»,  farfugliava… «’Na freghina de nov’anni! E m’ha tenuto tutto nascosto per tanto tempo, com’ha fatto? E i’ tontolone ’n me so ‘ccorto de gnente, ‘l ve’ com so le coss. Fidate, fidate cocco, me diceva. Ah fidet ssì! Traditora». Lo stupore lasciava spazio alla rabbia; il sentimento al risentimento. E poi: che figura davanti a tutta quella gente che stava in fila all’anagrafe!
Ad Anna dovettero far annusare l’aceto: Si scosse e cominciò a protestare. Ma quale bambina! Lei non aveva mai avuto rapporti intimi con nessuno, nemmeno con quel fidanzato che era stato così paziente e che s’era frenato in attesa del matrimonio. Era pronta a dimostrarlo, c’era sicuramente uno sbaglio. Tutta colpa della guerra che, passando, aveva portato tutta una serie di sconquassi: morti, distruzioni, la rovina per molte famiglie. Perfino rovina di una famiglia ancor prima che si formasse. Eh no. Non poteva permetterlo. «Dicon tutte cussì…», filosofeggiò il promesso sposo che ormai s’era rassegnato a rimanere scapolo ad oltranza. Ma poi, davanti alle rimostranze, agli spergiuri, alle lacrime acconsentì ad una temporanea tregua. Che fu brevissima, perché nel giro di un’oretta s’era già convinto e s’era schierato apertamente dalla parte di lei comincinado ad inveire contro la burocrazia.
Seguì un esposto alla magistratura la quale andò – come si dice – a fondo. La cosa non sfuggì ad un cronista perugino che subito pubblicò la storia sui giornali. Per Anna cominciò una periodo di umiliazioni, un succedersi di situazioni imbarazzanti, ma volle andare avanti. Con coraggio e con la forza che dà il sapere di avere tutte le carte in regola, non solo quelle dell’anagrafe.
Gli accertamenti medici dimostrarono che aveva ragione lei: la sua illibatezza fu certificata. Finita la storia tirò un grosso sospiro di sollievo, che però fu un niente rispetto al tornado che scatenò col risucchio del proprio sospiro il promesso sposo.
Rimaneva da capire cos’era davvero successo. Ci pensarono i carabinieri e la magistratura di Perugia. Agli inizi del 1944, in effetti, una donna nubile di 32 anni che abitava nella stessa frazione di Anna, fu ricoverata al policlinico di Perugia dove dette alla luce una bimba cui fu dato il nome di Giovanna. Era il frutto di un incontro con uno dei tanti soldati di passaggio tra i tedeschi che si ritiravano e le truppe alleate che avanzavano. Per difendere la propria reputazione fornì le generalità di una donna che conosceva. Erano tempi in cui non evidentemente si andava per il sottile nemmeno in questioni così delicate. La bimba morì poche settimane dopo la nascita di broncopolmonite, ma all’anagrafe nessuno lo comunicò. E per loro, quelli del Comune, Giovanna era una bimba che nel 1953 aveva nove anni ed una mamma: Anna C., la quale rischiò di diventare vedova ancor prima di diventare moglie di quel giovanotto dal cuore che si mostrò robusto.
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 Scherzi dell’anagrafe: “La sposa ha una figlia” e lo sposo sviene

Valenzia, la città del mito e gli scavi di Maratta

Maratta, il luogo dei più recenti ritrovamenti archeologici e, sulla sfondo, la montagna di Sant'Erasmo
Maratta, il luogo dei più recenti ritrovamenti archeologici e, sulla sfondo, la montagna di Sant’Erasmo

Valenzia, città mitica e leggendaria, nominata soprattutto da  studiosi alla ricerca di informazioni sugli antichissimi abitatori della conca ternana. Sarebbe stata una specie di capitale dei Naharki, quelle popolazioni che vivevano lungo il corso del fiume Nera, o un crocevia per tutti coloro che vivevano nel territorio umbro sabino almeno mille anni prima della nascita di Cristo.
Città mitica, una specie di piccola Atlantide del centro Italia alla cui ricerca gli appassionati di storia e tradizioni locali si sono dedicati potendo contare sulla leggenda più che sulle poche e labili testimonianze storiche. I recenti ritrovamenti archeologici di Maratta, la zona di pianura traversata dal fiume Nera a valle di Terni, collegati ad altri piccoli indizi potrebbero giustificare un qualche entusiasmo proprio in chi va alla ricerca di Valenzia o Valentia secondo la grafia latina. Da quali dati di fatto o ipotesi prendono le mosse le affermazioni di studiosi ed appassionati di storia locale? Concomitanze tra la leggenda e lo stato attuale dei luoghi appaiono in ogni modo sorprendenti e spingono a “sognare”.

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Negroni eroe con Pisacane, ma la gloria la trovò il nipote al bar

Un cocktail Negroni e la cattura del conte Negroni e Pisacane

In fondo, la sua era una famiglia nobile anche se non più agiatissima. Perciò, che Ludovico dei Conti Negroni, signori di Monterubiaglio, nell’Orvietano, fosse così vicino ad un rivoluzionario socialista come Carlo Pisacane, potrebbe suonare non del tutto coerente. Ma Ludovico, era così, uno viscerale nelle sue manifestazioni e nelle sue convinzioni politiche. E quindi se rivoluzione si doveva fare per costruire uno stato italiano unito, che rivoluzione fosse: lotta dura, senza paura.
D’altra parte, i Negroni, sembra siano stati sempre gente un po’ particolare, passata alla storia per le faccende più varie e singolari. Ludovico è ricordato quale eroe del Risorgimento, il suo avo Giovanni Battista per la passione delle scienze occulte, un suo probabile discendente per l’invenzione di uno dei più famosi ed apprezzati cocktail del mondo. Che Camillo Negroni, appunto indicato come l’inventore del cocktail omonimo, fosse parente stretto dei Negroni di Monterubiaglio non è provato, ma a renderlo possibile e probabile non è soltanto il cognome, il titolo di conte ed una certa somiglianza, ma anche lo stemma di famiglia, praticamente identico: uno scudo che nella parte inferiore ha alcune strisce “spiegazzate” gialle e azzurre, e nella parte superiore, due negri, l’uno di fronte all’altro che stringono in mano tre frecce. L’unica differenza è che nello stemma di Camillo i due negri sembrano indossare l’elmetto dell’esercito coloniale italiano, quello della guerra di Libia del 1911. La cosa è plausibile,visto che le simpatie di Camillo per il nazionalismo ed il nascente fascismo erano note.
Il conte Camillo Negroni aveva fama di godereccio. Negli anni seguenti la prima guerra mondiale, viveva a Firenze, ospite permanente del Grand Hotel, ed era cliente fisso di un bar à la page, il bar Casoni. Un buonissimo cliente, oltretutto, se è vero, come qualcuno raccontava, che riusciva a bere una quarantina di aperitivi  al giorno. La sua passione era l’”americano”, fatto di vermouth rosso e bitter: ma quando ritenendolo ormai per lui alla stregua di una semplice gassosa fece aggiungere una parte di gin, ecco che nacque il “Negroni”.
Ben più triste e sacrificata la vicenda di Ludovico, che, per età avrebbe potuto essere zio a Camillo. Con Pisacane partecipò alla spedizione di Sapri, quella celebrata dalla poesia “Eran trecento, erano giovani e forti e sono morti”. In verità, la spedizione di Pisacane non si concluse con la morte di tutti e trecento i partecipanti (328, per la precisione). A lasciarci la pelle, in scontri a fuoco con l’esercito borbonico, furono in tutto una trentina. Ma Ludovico Negroni di Monterubiaglio fu il primo. Il primo ed unico caduto nello scontro a fuoco immediatamente susseguente allo sbarco. Era il portabandiera del piccolissimo esercito rivoluzionario e fu subito preso di mira.
Dopo la scaramuccia iniziale con i soldati borbonici, ci fu una tregua che dette il tempo ai compagni di seppellirlo con tutti gli onori nella campagne di Padula, nel salernitano. Onori, perché Ludovico Negroni era pur sempre uno dei capi della spedizione, insieme a Pisacane, a Giovanni Battista Falcone ed a Giovanni Nicotera.
Il gruppo che aveva ideato ed organizzato l’azione rivoluzionaria era composto in buona parte da esuli del Regno delle Due Sicilie. Negroni, che era cittadino dello stato papale, aveva aderito con entusiasmo all’azione di commando. La storia è nota: furono in ventuno ad imbarcarsi su una nave diretta a Tunisi. Durante il viaggio misero in atto un’azione di dirottamento: con le armi si impadronirono della nave e diressero verso l’isola di Ponza, sede di un penitenziario in cui erano rinchiusi anche gli oppositori al governo borbonico. A Ponza ebbero subito ragione della guarnigione di guardie, liberarono i detenuti e li imbarcarono, diretti verso le coste campane. Qui, secondo accordi già raggiunti coi patrioti di Napoli, avrebbero trovato ad attenderli gli insorti, i contadini, la classe sociale dimenticata. Quella che, secondo Pisacane ma anche secondo il conte Negroni, sarebbe stata protagonista della rivoluzione sociale.
Non andò così. I borghesi che tramavano contro i Borboni non vedevano di buon occhio il socialismo di Pisacane. E così i “Trecento” furono accolti con ostilità da quei contadini, convinti di trovarsi al cospetto di una serie di galeotti evasi da Ponza e niente di più. Ludovico Negroni non fece nemmeno in tempo a dolersi della delusione. Morì a 32 anni.
Le spoglie furono ritrovate nel 1912 da inviati del Comune di Orvieto a Padula e traslate nel cimitero della città del duomo. Più di 150 anni dopo le associazioni patriottiche lamentano l’oblio per le gesta di Ludovico Negroni ed anche l’abbandono della semplice sepoltura che ne ospita le ceneri.

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