Villa del Settecento ingoiata dalla discarica a Pentima

Una foto che diventa testimonianza storica. L’ha scattata verso la fine degli anni Settanta- inizio anni Ottanta Carlo Angeletti, per lunghi anni fotoreporter per il Messaggero. Fu un’intuizione, la molla mossa dall’istinto di un cronista che ha fissato su pellicola uno scempio che si stava compiendo nell’indifferenza generale. Mostra un bene storico, comunque. Sparito ed in  malo modo: è finito sotto l’immondizia della discarica dei rifiuti urbani, a Pentima. Quella discarica che per anni ha consentito a Terni di incassare soldi dai Comuni vicini i quali pagavano per trasferire lì i loro rifiuti. Una discarica che era utilizzata, infatti, per l’immondizia prodotta a Terni, Acquasparta, San Gemini ed altri piccoli comuni vicini, ed a Rieti. Si tratta di ruderi, certo, ma a quel che sembra si tratta di ruderi che comprendevano anche un luogo che in qualche tempo passato è stato consacrato (si nota ancora una croce seppur penzolante davanti a quella che fu una finestra che dava luce alla piccola chiesa).
L’immondizia avanzava sempre più ed ora di quei ruderi, di quell’antica costruzione non c’è più traccia. Tutto giace sotto tonnellate di rifiuti in quella discarica andata “esaurita” ormai una ventina di anni fa.
Ma di che si tratta? Cosa abbiamo perso? Quale testimonianza della storia ternana è sparita così?
Vecchie mappe della città e del circondario (si parla di documenti del XVII-XVIII secolo) ponevano in quel luogo una Romita (tanto è vero che la strada è conosciuta proprio come strada della Romita) che viene nominata anche da Francesco Angeloni nella sua storia di Terni, quando parla della predicazione di San Francesco a Terni: «Fu questo gran santo canonizzato nel 1228 da Gregorio Nono in Assisi _ scrive l’Angeloni _ pregiandosi oltre modo la Città di Terni dello spirituale godimento, tratto da così evidenti effetti della sua Santità; e che sono poscia valuti per introdurre ne’ i cittadini una ben singolare divozione verso lui, e la Serafica Religione, in riguardo della quale sette chiese vi hanno edificato: cioè due de’ i minori, una dei Conventuali, una de’ Capuccini, con due monasteri di Monache, e un’altra Chiesa e Convento sopra di un monte dedicata alla Santissima Trinità col nome di Romita vecchia, e pure Capuccini vi dimorano; dove si ha tradizione, che tal fiata vi stanziasse San Francesco».
Una descrizione che ben si attaglia a quanto mostra la foto. Quella sparita sotto tonnellate di rifiuti, però, non è la “Romita”,è “solamente” una delle ville estive di proprietà di una delle facoltose famiglie ternane dei secoli scorsi, la famiglia dei conti Magalotti. La costruzione più vicina all’obbiettivo della macchina di Carlo Angeletti, invece, era la cappella privata. Non si tratta quindi di una testimonianza che ha lo stesso valore culturale della Romita, sparita in altro modo, ma possibile che nessuno si sia posto – a suo tempo – nemmeno il problema? Ricordare la fine di quella villa servirà, per lo meno, a rinverdire la questione del salvataggio di altre residenze dello stesso tipo e di più consistente valore, prima fra tutte Villa Palma?

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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