Valentino, l’altra storia del santo dell’amore

Terni, basilica di S.Vaòentino
La basilica di San Valentino

Si arrivò alla lite per decidere chi dovesse essere l’unico, vero santo protettore di Terni. Sì, il compito era stato “assegnato” da secoli a San Valentino, ma poi, col passare dei secoli un santo solo sembra non bastasse più. E così gli furono affiancati San Procolo e Sant’Anastasio. Quest’ultimo era anzi diventato il protettore principale della città, venerato nella cattedrale dove, nella cripta, si trovava – e si trova – la sua tomba.
Era prassi, ormai, nell’età di mezzo, che le città moltiplicassero i santi protettori e con loro le feste solenni. Le parate e manifestazioni religiose di “prima classe” si susseguivano così, ovunque, a ritmo costante e serrato. Papa Urbano VIII pensò che era ora di finirla e stabilì che ogni città doveva avere un solo santo. Che i fedeli decidessero.
A Terni la faccenda sfociò in un acceso dualismo: la congregazione ecclesiastica si pronunciò per Sant’Anastasio, il consiglio municipale votò unanime per San Valentino, “santo, ternano, vescovo di Terni”. San Procolo non fu nemmeno preso in considerazione. Le posizioni s’erano irrigidite. Nessuna delle due parti schiodava. Da una parte l’ecclesia, dall’altra il popolo. Ad evitare scontri e qualche guaio si stabilì di girare la questione al papa. Visto che lui aveva creato la situazione difficile, che se la risolvesse… Ed Urbano VIII la soluzione la trovò subito: il popolo ritiene San Valentino unico, vero patrono della città. E allora così sia.
San Valentino fu nominato vescovo di Terni nel 197, giovanissimo. La tradizione narra che fu martirizzato il 14 febbraio del 273. Ci fu, in verità, un altro Valentino vescovo di Terni, ma circa tre secoli dopo (dal 520 al 533). Stesso nome, stessi natali ternani. Per distinguerlo dal vescovo e martire è comunque chiamato Valentino II. E Anastasio? Fu anch’egli vescovo di Terni, dal 606 al 633. Sulla sua figura storica non è che manchino, comunque, le incertezze: secondo alcuni era ternano, per altri un aramaico che dalla Siria era approdato a Roma e da qui inviato a Terni con un compito ben preciso. In pratica la sede episcopale ternana fu “commissariata” dalla curia romana che considerava Terni una città ribelle, in cui s’era smarrita la retta via e dove vigeva un’eccessiva libertà di costumi. Troppo goderecci i ternani. Andavano in qualche modo redenti. Appare trasparente, quindi, il motivo che era alla base del dualismo sulla scelta di un unico patrono.
Il giorno di festa dedicato a San Valentino, l’ “originale”, fu scelto a suo tempo nel 14 febbraio, non a caso. Il cristianesimo, nel periodo della sua principale diffusione, spesso inglobava preesistenti riti pagani. Lo scopo era di evitare una frattura netta tra la religione nuova e la tradizione popolare vecchia di secoli.Umbria sud
Il 14 febbraio, indicato come giorno del martirio di San Valentino, era anche il giorno principale in cui i pagani celebravano i “Lupercali”, la festa della fertilità dedicata al dio Luperco, protettore delle greggi e dei lupi. La fertilità era intesa, quindi, come “figliolanza” delle greggi, come procreazione più che come abbondanza dei frutti della terra. Per i pagani il 14 febbraio era quindi la giornata dell’amore e degli innamorati, la cui protezione San Valentino – si potrebbe dire – si trovò in eredità. Ma la cosa non solo fu accettata ben presto nel resto del mondo cristiano, ma addirittuta divenne il motivo principale della considerazione del vescovo e martire ternano nei paesi di cultura anglosassone.
Non è un caso che William Shakespeare vi faccia riferimento nell’Amleto. Nel quarto atto, infatti, Ofelia, distrutta dal dolore per la morte del padre Polonio e per il rifiuto d’amore da parte del tormentato principe di Danimarca, canta: «Sarà domani San Valentino/ci leveremo di buon mattino,/alla finestra tua busserò,/la Valentina tua diventerò»./Allora _ continua il testo – egli si alzò, /delle sue robe tutto si vestì,/la porta della camera le aprì, /ed ella non più vergine ne uscì. Quello di Shakespeare, non pare essere il San Valentino dell’amore universale né quello delle promesse o dell’amore spirituale. D’altra parte nei paesi anglosassoni il “Valentine’s day” fu considerato generalmente più che altro come il perpetuarsi dei Lupercali. La festa tradizionale del Valentine’s day si svolgeva più o meno così: ognuna delle giovani in età inseriva un messaggio in un grande vaso; i ragazzi, affidandosi alla sorte, estraevano uno di tali messaggi e quindi dovevano individuarne l’autrice. Se la ricerca andava a buon fine, il ragazzo e la ragazza diventavano partners sessuali per tutta la festa.
Ecco: Anastasio, nel caso di Terni, avrebbe dovuto far sì che i ternani fossero devoti, sì, al loro santo, ma non eccedessero nel fare loro i costumi anglosassoni. A questo scopo, a far sì che non finisse nel dimenticatoio l’”esortazione” di cui Anastasio era portatore, il suo nome fu affiancato a quello di San Valentino nella protezione della città. Ma quando fu obbligatorio scegliere tra i due santi il popolo di Terni volle Valentino.
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Terni, vince alla lotteria e tiene il segreto per mezzo secolo

La sera del 6 gennaio 1960 in un appartamento di Terni si sentì il botto di una bottiglia di spumante cui fu fatto saltare il tappo. Una famiglia festeggiava tra abbracci e baci, ringraziando Canzonissima, seguitissima trasmissione televisiva abbinata alla Lotteria di Capodanno. Lì abitava viveva il fortunato possessore – come si dice – del biglietto vincente il terzo premio della lotteria. La sera del 6 gennaio la Befana regalava un bel pacchetto di soldi, ma solo a pochi tra le varie migliaia di persone che avevano tentato la sorte comprando un biglietto. A quello sconosciuto ternano era capitato il Serie Q numero 49277 venduto in provincia di Terni. Era abbinato alla canzone “Vecchio frack”, classificatasi terza nella serata finale (la graduatoria delle canzoni era stabilita attraverso un sistema complicato di cartoline e votazioni degli ascoltatori) e portò trenta milioni in tasca al suo possessore.
Trenta milioni non erano roba da cambiarti radicalmente la vita, ma – insomma – non erano pochi. Tanto per farsi un’idea, nel 1960 la benzina costava 125 lire al litro; un pacchetto di sigarette nazionali Esportazione con filtro, 240 lire; un frigorifero stava intorno alla 120mila lire; quell’anno costò mille lire il biglietto per un posto in piedi per assistere alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Roma, mentre una poltrona in tribuna costava novemila lire. Vale a dire che con trenta milioni uno poteva quanto meno togliersi qualche bella soddisfazione.
Ovviamente cominciò la “caccia” ai vincitori. Poco dopo la fine della trasmissione si seppe chi era il possessore del biglietto AD 508 che, venduto a Perugia, aveva vinto il settimo premio: era abbinato alla canzone “Signorinella” cantata da Achille Togliani e vinse venti milioni. L’aveva in tasca un giovane imprenditore tessile di Ponte Felcino, Mario Guelpa, che ai cronisti raccontò di aver comprato il tagliando fortunato al ristorante sul lago Trasimeno. Era lì a pranzo con gli amici: il cameriere glielo aveva offerto, e lui aveva pagato le 500 lire del biglietto che poi si era messo in tasca senza nemmeno pensarci più. Fino a quella sera, ovviamente.
Per scoprire gli altri vincitori i cronisti dovettero faticare un po’ di più. Alla fine individuarono il vincitore dei cento milioni del primo premio: era un piccolo ristoratore di Parma. Invece non fu mai scoperto colui che aveva stappato lo spumante a Terni. A parte quel botto seppe ben tacere e nascondersi. Negli anni successivi altri biglietti vincenti di varie lotterie risultavano venduti a Terni, o meglio, in Pr4ovincia di Terni. Il più delle volte li aveva comprati gente che s’era fermata alla stazione di Fabro dell’Autosole. Gente di fuori, insomma. Ma nel 1960 l’autostrada non c’era.
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Cerreto: per protesta gira le spalle al papa

Ponte, frazione di Cerreto di Spoleto in Valnerina
Particolare della facciata della pieve di Santa Maria, a Ponte, frazione di Cerreto di Spoleto

Ammirando la facciata della chiesa di Santa Maria, a Ponte, frazione di Cerreto in Valnerina, un particolare colpisce: la statuetta di un uomo che, con le braccia alzate sopra la testa, sorregge il grande rosone. L’uomo è di spalle. Mostra le spalle a chi guarda la facciata. Quasi a mandare un segnale, a esprimere una qualche protesta, a sbeffeggiare qualcuno che doveva essere potente. Capitava non raramente che il committente di un’opera – o magari l’architetto che la costruiva – vi inserisse la propria immagine. Sono molte, così, le raffigurazioni di personaggi che sostengono con le proprie braccia quella stessa opera riprodotta in miniatura, o tengono in mano un oggetto, simbolo di un’idea, un’appartenenza, una battaglia politica. Un atto di protagonismo, forse, ma proprio per questo mostrano sempre il volto. Nel caso di Ponte, no. E non può non venire in mente che c’è un caso simile,seppur datato circa quattro secoli dopo la costruzione della chiesa di Santa Maria.
A Roma, vicino al Pantheon, c’è il “Pulcino della Minerva”, un monumento di Bernini: un elefantino sorregge un obelisco. Fu rivenuto durante lavori di ammodernamento nell’attiguo convento di frati domenicani ed il papa volle che esso arricchisse la piazzetta antistante la chiesa di Santa Maria sopra Minerva. Il progetto complessivo, opera del Bernini, non piaceva però ai domenicani i quali pretesero ed ottennero dal papa che all’architetto fosse ordinato di apportare alcuni cambiamenti. Con grande ed evidente disappunto del Bernini il quale si vendicò. Piazzò il monumento al centro della piazza, ma lo orientò in maniera che le “terga” dell’elefantino fossero la prima cosa che vedevano i domenicani non appena aprivano le finestre del loro convento (oggi è un albergo e lo scenario è riservato agli ospiti).
In effetti, nel caso di Ponte, qualcosa accadde nel periodo di edificazione della chiesa, la cui facciata fu realizzata in due tempi: la parte inferiore è del XII secolo, quella superiore del XIV. Nel corso del XIII secolo il papa Martino IV si “macchiò” della decisione di declassare la pieve di Ponte che fino ad allora estendeva la propria influenza su un vasto territorio che comprendeva anche Norcia e Cascia. Martino, per opportunità politica, cedette la Pieve ai signori di Camerino. Significò l’addio ai retaggi di un passato importante, che traeva origine dal tempo in cui fu gastaldato Longobardo. . Chi ci dice che quel mostrare le terga, non sia una protesta contro la decisione del papa?
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Cerreto: per protesta gira le spalle al papa

 

La pieve di Santa Maria a Ponte, frazione di Cerreto di Spoleto
La pieve di Santa Maria a Ponte, frazione di Cerreto di Spoleto

Filomena santa cancellata, ma a Cospea i fedeli insistono

L'altare e l' "affresco" nella cappelletta di San Giovanni-Cospea
L’altare e l’ “affresco” nella cappelletta di San Giovanni-Cospea

Per essere una cappelletta votiva, di quelle che si incontrano lungo le strade e ai crocevia, è sicuramente di dimensioni esagerate, e particolarmente “vissuta”, tanto che col tempo è diventata quasi quella che, con una qualche forzatura, potrebbe essere definita “la più piccola chiesa esistente”. Dedicata a Santa Filomena, sorge lungo la strada che da via XX Settembre porta verso la diga sul Nera, che si snoda dietro il muro che delimita il polo chimico ex Polymer. La strada è conosciuta, appunto, come “strada di Santa Filomena”.
La costruzione (ad occhio, meno di sei metri quadrati) ha il suo altare, coperto di pizzo e abbellito da vasi ricolmi di fiori. C’è anche un piccolo campanile. L’ingresso è sbarrato da un cancello. All’interno due seggiole. La parete dietro l’altarino è “affrescata”: vi è rappresentata una specie di sipario aperto e, al centro, è l’immagine di Santa Filomena, una giovinetta sdraiata. L’artista, che ha lavorato più che altro di pennellessa, ha comunque posto la massima attenzione a risparmiare un dipinto preesistente, realizzato con mano un po’ migliore della sua. I fiori freschi testimoniano sull’assiduità dei fedeli.
Santa Filomena era ufficialmente celebrata il 13 agosto. Dal 1961 il suo nome è stato depennato dall’elenco dei santi. C’è chi dice che non sia mai esistita, e che il culto per Santa Filomena sia nato in conseguenza di un errore. Qualcuno si sarebbe sbagliato nell’interpretare una scritta che si trovava sul sepolcro di una giovinetta nelle catacombe di Santa Priscilla a Roma. Però il culto della santa, vergine e martire, resta molto vivo in varie parti d’Italia e c’è chi continua a credere nei suoi miracoli. Nella zona di San Giovanni–Cospea a Terni delle decisioni “ufficiali” sembra che non si tenga conto.
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La cappelletta-chiesa dedicata a Santa Filomena
La cappelletta-chiesa dedicata a Santa Filomena

1938: Fascism and “the campaign for population growth”

 

The Fascism and Italy

Littoria, now Latina
Littoria, the city founded by fascism in 1936

At the beginning of November 1938 the fascist regime published the figures concerning the birth rate index for the first nine months of the year, listing a classification of merit among the Italian provinces. The previous year “the campaign for population growth in the nation” started with laws that protected families, especially if they were large, and which introduced among others, a tax on unmarried men.
Littoria (today named Latina), the city founded by fascism in 1936, was the most prolific with a birth rate of 49.7 per 1000 in habitants. The last on the list was Alessandria, with a birth rate of 14.7. Included among the provinces of the Kingdom of Italy were the four Libyan ones Tripoli, Bengasi, Misurata and Derna which registered an index of 39.6 which was only beaten in the classification by Littoria and Zara..In Central Italy, Perugia and Rieti stood at position 55 with an index of 24.6, Terni at 68 with 21.6 overtaken by Macerata (56th with 23.9) and Viterbo (57th with 23.8)

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Yemeni plane crashes at Poggiodomo

aereo1958, Nov. 03– It was just after dusk when a farmer knocked on Riccardo Bonelli’s door. Bonelli was the president of the Agrarian community of Roccatamburo, a hamlet of Poggiodomo amidst the Valnerina mountains. Continua a leggere Yemeni plane crashes at Poggiodomo

Ottantamila lire e Piermatteo finì in America

L'Annunciazione di Piermatteo d'Amelia
L’Annunciazione di Piermatteo d’Amelia

Ottantamila lire. Tanto incassarono i frati in cambio di un’opera d’arte ammirata da critici e studiosi di tutto il mondo i quali si sono scervellati per decenni alla ricerca di scoprire l’autore di tanta meraviglia. Una faccenda tanto complicata per cui per lungo tempo si limitarono ad appellarne l’autore come il “Maestro dell’Annunciazione Gardner”. Vabbè che negli anni a cavallo tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 si trattava di una discreta somma, ma – certo – ottantamila lire, anche di allora, erano una miseria per un’opera d’arte come quella. Ormai si sa quasi tutto su quella Annunciazione dipinta alla fine del‘400 da un artista dell’Umbria meridionale. Si sa, cioè, che l’autore è Piermatteo Lauro de’ Manfredi, più sbrigativamente chiamato Piermatteo d’Amelia. Tutto è noto: sulle particolarità artistiche dell’opera; su come grazie alla possibilità di accertare la paternità del polittico di Terni si fu in grado di stabilire che essa era stata realizzata da Piermatteo; su come si fu in grado, così, di accertare che sue erano altre opere presenti nell’Umbria meridionale e che fino ad allora erano state attribuite – appunto – al “Maestro dell’Annunciazione Gardner”.
Un po’ meno si sa, invece, su come sia stato possibile sottovalutare il valore artistico, ma anche quello più materiale dell’opera. Delle ottantamila lire riferì Federico Zeri – uno che su quella Annunciazione e su Piermatteo lavorò molto e con passione – più di 25 anni fa nel corso di un convegno che si tenne a Narni,ad iniziativa della Provincia di Terni: “Dall’Albornoz all’età dei Borgia. Questioni di cultura figurativa nell’Umbria meridionale”, era il tema.
Quelle ottantamila lire – è il succo del racconto di Zeri – furono incassate dai frati di Santa Maria degli Angeli i quali avevano avanzato formale richiesta del permesso di vendere quella pala, che era – spiegarono – in cattivo stato di conservazione e che era in definitiva un “oggetto inutile”.
L’Annunciazione era stata realizzata da Pier Matteo per il convento della Santissima Annunziata di Amelia,ma da qui era finita a Santa Maria degli Angeli dove era appesa ad una delle pareti esterne della Porziuncola.Lì è restata per secoli e v’era ancora quando,nel 1875, seguendo le “nuove tecniche” di riproduzione di immagini, uno studio fotografico di Roma, la fissò su lastra.
La vendita, da parte dei frati, avvenne poco tempo dopo tra il 1880 ed il 1900. Le ottantamila lire le sborsò un antiquario londinese socio di Bernard Berenson, critico d’arte americano. “Il” critico d’arte, a quei tempi: bastavano due righe scritte da lui e il dipinto era considerato sicuramente originale e dell’autore cui egli lo attribuiva.
Nel caso in ispecie, comunque, si sbagliò: la paternità dell’opera secondo lui era di Fiorenzo Di Lorenzo, anch’egli pittore umbro del Quattrocento, perugino. Non sbagliò, però Berenson, nello stimarne il valore e nel consigliarne l’acquisto alla collezionista americana che era stata la sua mecenate,avendogli pagato gli studi ad Harvard: Isabella Stewart Gardner. La signora acquistò la pala, la fece restaurare e la espose nel suo museo, il Museo Gardner appunto, a Boston.
Allora erano parecchie le opere d’arte italiane – e non solo – che acquistate per quattro soldi venivano rivendute dagli antiquari ai collezionisti americani a cifre moltiplicate per decine di volte rispetto a quella di acquisto. Se ne crucciava, Berenson, ma le sue erano lacrime di coccodrillo. Intanto perché realizzava forti guadagni; poi perché comunque s’era creato un’autogiustificazione morale, sostenendo – come scrisse in una lettera alla Gardner – che egli rendeva «uno straordinario servizio all’America per mezzo dell’arte» e contemporaneamente salvava «i capolavori che portava clandestinamente fuori dall’Italia dall’incuria e dai saccheggi degli italiani».
Tra questi capolavori “salvati” c’era quell’Annunciazione che Isabella Gardner acquistò. Lei era innamoratissima dell’arte italiana, dell’Italia e specialmente di Venezia. Una riprova? Fece portare a Boston le pietre di un palazzo veneziano per utilizzarle nella costruzione di quello che oggi è il museo Gardner e che per un breve periodo fu la dimora di quella eccentrica e ricchissima signora. La quale salvò, forse, dall’incuria l’Annunciazione di Piermatteo, ma nel contempo alimentò non poco il commercio clandestino di opere d’arte che ha arricchito parecchi personaggi senza scrupoli, impoverendo l’Italia.
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Isabella Stewart Gardner e, a sin., il museo da lei fondato
Isabella Stewart Gardner e, a sin., il museo da lei fondato

“Mille lire al mese”, un successo made in Monteleone

Lo spartito di Mille Lire al mese. Nel riquadro: Carlo Innocenti con Claudio Villa
Lo spartito di Mille Lire al mese. Nel riquadro: Carlo Innocenzi con Claudio Villa

«Se potessi avere mille lire al mese, senza esagerare, sarei certo di trovare tutta la felicità». La canzone divenne famosissima verso la fine degli anni Trenta del ‘900. Mille lire al mese, un sogno. Negli anni successivi alla guerra, però, con mille lire al mese si poteva fare ben poco. Chissà, forse per questo divenne popolare un’altra canzone: «Addio sogni di gloria, addio castelli in aria»., recitava il ritornello. Due grandi successi. Entrambi scritti da un umbro, Carlo Innocenzi di Monteleone di Spoleto. «La famiglia sua abitava proprio qui dietro, in via del Carmine, vicino a casa mia», dice Angelo Vannicelli, seduto sotto la torre dell’Orologio, il centro del centro di Monteleone di Spoleto,un paese piccolo, ma ricco di storia e di bellezze artistiche e naturali, in cima ad un colle a sbalzo sulla vallata del fiume Corno.
Carlo Innocenzi con la sua musica diventò famoso e ricco. Tante le sue canzoni, incise ed intepretate dai cantanti più in voga: Claudio Villa, prima di tutto, ma anche Luciano Tajoli, Giorgio Consolini, Gino Latilla, Luciano Virgili. Dischi per la Cetra e la Parlophon.In più scrisse le musiche per quasi duecento film, da gente come Totò e Peppino De Filippo, Tina Pica, Delia Scala e Maurizio Arena, Steve Reeves e Chelo Alonso, Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Aldo Fabrizi… e via dicendo.
Fu compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra.
La musica, a Monteleone, ce l’hanno nel dna. Tanto per dirne una: a Monteleone la banda musicale ce l’hanno dalla seconda metà dell’Ottocento. E lì dentro, ci sono passati quasi tutti i monteleonesi. «Qui de la musica siamo stati sempre appassionati: pensi che anche mi’ nonno e gli amici suoi annavano sempre a suonare, se riunivano pe’ sona’. Certo poi mi’ zio… Beh, lui è stato un genio; un vero e proprio genio». Teresa Giovannetti è la nipote di Carlo Innocenzi: «Lui e mia madre erano fiji di du’ sorelle». «A Monteleone? Lui ci ha vissuto fino a quando c’aveva 16 o 17 anni. Poi la famija s’è trasferita a Roma. E lui è andato via. Io no lo so che studi ha fatti, so ssolo che a ‘n certo punto lavorava co’ le ferrovie: faceva il disegnatore. Ma studiava pure musica, però. Perché quella era la passione sua».
Il successo per Innocenzi arrivò proprio con “Mille lire al mese”. Era il 1938 e lui, nato a Monteleone di Spoleto il 29 maggio 1899, era già un uomo maturo, con una lunga gavetta alle spalle. Col successo arrivò la possibilità di campare la vita senza dover più andare a lavorare al Ministero dei Trasporti, dove si interessava appunto di strade ferrate.
S’era sposato con una ragazza russa, Sonia Pearlswig, più conosciuta all’epoca con lo pseudonimo di Marcella Rivi: erano suoi molti dei testi delle canzoni di cui il marito aveva scritto la musica. «Una donna deliziosa sotto tutti i punti di vista», testimonia la signora Teresa. Un sodalizio artistico, oltre che di vita.
E di Monteleone, Innocenzi, si era dimenticato? «Nooo – dice la signora Teresa – ji’ha pure dedicato una canzone che ebbe successo: Un saluto al mio paese, se chiama. Poi aveva comprato una casa, proprio qui poco lontano dal negozio mio, sulla strada principale di Monteleone. Veniva spesso. Oh, intendiamoci: un genio, ma pure un tipo ‘n po’ strano eh. Pensi, quando veniva se faceva lascia’ dall’autista giù l’incrocio de Ruscio. E veniva su a piedi». Una bella camminata, circa tre chilometri di
strada in salita. «Adesso ci sentiamo spesso con le figlie, Dorotea e Ester che abitano a Roma a via Frattina. La casa di Monteleone la lasciò in eredità al fratello Ezio…e ormai è stata venduta. E poi ha voluto esse’ sepolto qui, a Monteleone».
Quando morì, Carlo Innocenzi, aveva 63 anni. Era il 24 marzo del 1962. Monteleone di Spoleto ha dato il suo nome alla banda musicale, una delle cose di cui i monteleonesi vanno più fieri, e alla piazzetta antistante Porta Spoletina, l’ingresso principale al centro storico. Una carriera piena di soddisfazione: a parte le due canzoni più famose e popolari Innocenzi ha scritto brani che hanno partecipato ai festival di Sanremo e di Napoli, e che sono stati ripresi in tanti film di successo e trasmissioni televisive andate in onda dopo la sua scomparsa. In totale egli ha lasciato 740 composizioni musicali.
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E Mussolini ordinò: “Buttatevi a destra”

Sul muro di una casa lungo la strada provinciale resiste la scritta "I veicoli tengano la destra"
Sul muro di una casa lungo la strada provinciale resiste la scritta “I veicoli tengano la destra”

Sinistra o destra? Il busillis coinvolse a lungo quelle che allora – più che oggi – si definivano «le autorità». D’altra parte la scelta aveva implicazioni non di poco conto. Per esempio da quale parte posizionare il volante? Ed ancora: come e dove piazzare la segnaletica stradale. Già, perché la scelta da compiere aveva proprio questo come oggetto: i veicoli sulla strada avrebbero dovuto tenere la mano destra o la mano sinistra?
Il problema che mai prima si era posto con tanta urgenza cominciò a diventare spinoso quando,agli inizi degli anni Venti del Novecento, le automobili in circolazione cominciarono a diventare numerose. Fino ad allora si era andati avanti un po’ «ad capocchiam». Poi all’inizio del secolo, il governo sabaudo, ritenendo di avere cose più importanti da prendersi di petto, stabilì che decidessero loro, le singole province: Ma sì, che facessero un po’ come gli pareva e tanti saluti. La Provincia di Perugia – che allora come noto comprendeva anche i territori che successivamente furono delle province
di Terni e di Rieti – la propria scelta la fece in quattro e quattr’otto: i veicoli debbono tenere la destra. Ma forse non tutti coloro che percorrevano le varie strade ci ponevano mente se ancora adesso, quasi un secolo dopo, ci sono delle scritte belle grosse, vergate in nero su fondo bianco, sui muri esterni di alcune abitazioni, specie – chissà perché – nel tratto della provinciale, ormai poco usata, che unisce Terni con il lago del Turano. Scritte cubitali, seppure parzialmente erose dagli anni, ma che mantengono un che di perentorio: “I veicoli tengano la destra”.
La scelta definitiva e generale della destra fu fatta dal capo del governo Benito Mussolini in persona, alla fine del 1922. Vale a dire che si trattò di uno dei primi decreti varati dopo la presa del potere. Segno che la questione s’era fatta urgente. E certo, che era così! Il Regio Decreto in vigore risaliva al 1901 ed era appunto quello che stabiliva che ogni provincia poteva decidere autonomamente se lungo le strade di propria competenza i veicoli dovessero obbligatoriamente circolare alla destra o alla sinistra della carreggiata. Si era creata una situazione paradossale. Ad esempio, mentre in Umbria si marciava a destra, a Roma si teneva la mano sinistra, mentre per il resto del Lazio era solo consigliato tenere la destra, ma – volendo – si poteva restare anche a sinistra. Da che cosa capire poi, in quale provincia ci si trovava nel corso del viaggio, è rimasto un mistero.
Il massimo del caos si raggiunse però durante la prima guerra mondiale quando il movimento di automezzi divenne,
nelle zone operative, piuttosto fitto. E si racconta che proprio in occasione di Caporetto si sia verificato un qualcosa di paradossale. Ossia che mentre le truppe che ripiegavano, rispettando le direttive dell’Esercito, percorrevano le strade tenendo la mano sinistra, gli aiuti e i rinforzi che arrivavano rispettando la normativa decisa dalle province venete marciavano sulla destra. Un ingorgo sconvolgente. Non è certo dipeso da questo che ci fu appunto Caporetto, però tutto fa, diceva quello che stava in piedi sulla battigia.
Tra destra e sinistra, nell’incertezza, chi ci andava di mezzo erano i viaggiatori, ovviamente. E l’Umbria – ossia la Provincia di Perugia – rappresentava da questo punto di vista il caso maggiormente dolente: sembra che proprio in Provincia di Perugia, infatti, si registrasse il più alto tasso di mortalità per incidenti stradali. Che avvenivano non tanto per incidenti tra veicoli a motore, ma tra questi e i mezzi a trazione animale, che restavano i più numerosi.
I conducenti dei carri agricoli tenevano la mano destra, ma le strade, non asfaltate, erano per lo più «a schiena d’asino», cosicché quando sopraggiungeva un mezzo a motore per evitare – si spiegò – che gli animali, spaventandosi, sconfinassero al di là della cunetta, i conducenti tendevano a spostarsi verso il centro della strada. Era proprio la stessa scelta che incuranti di tutto compivano sovente anche i “piloti” di autoveicoli. E patatrac.
Delle prescrizioni di stare a destra (o a sinistra), a quanto pare non si preoccupava proprio nessuno, Tanto che il prefetto di Perugia, chiamato probabilmente a spiegare i motivi del record negativo, in una nota ufficiale si lamentò del «misoneismo» della popolazione umbra e della caparbietà dei conducenti dei mezzi a trazione animale che restavano legati alle loro abitudini contadine. Il fatto è che la situazione non cambiò, soprattutto perché in pochissimi capirono che cos’era ‘sto misoneismo. Quella umbra, a volte, è gente paciosa. Nessuno andò a fondo. In parecchi avranno fatto spallucce tirando a campare; qualcun altro probabilmente si ripromise di sfidare a duello il prefetto, ma solo dopo che fosse stato accertato il significato di quella parola strana e stabilire il grado dell’offesa. Poi, saputo che misoneista è chi rifiuta le novità e le modernità, si sarà limitato ad un vecchio, tradizionale e facilmente comprensibile vaffa.
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Terni, un'auto percorre Corso Tacito, marciando alla sinistra della carreggiata
Terni, un’auto percorre Corso Tacito, marciando alla sinistra della carreggiata

“C’è la peste”: il vescovo sale in cima a Torre Barbarasa

“C’è la peste!”, e subito corse il terrore in città. A Terni la notizia arrivò nel mese di gennaio del 1656. E immediatamente si diffuse, passando di bocca in bocca. Anche se non s’erano ancora registrati casi in città, era necessario correre ai ripari. Subito. Il consiglio cittadino si riunì d’urgenza e nominò una commissione sanitaria composta di dodici cittadini, due per ogni rione. Loro compito era sorvegliare, con soldati armati, Porta Romana e Porta Spoletina, i due ingressi principali alla città, per impedire il passaggio a persone che provenissero dai territori in cui la peste si era già diffusa. Il primo focolaio della malattia, sembra fosse a Napoli.
Non solo la vigilanza, comunque: immancabile, a quei tempi, il ricorso alle funzioni religiose espiatorie. Le celebrazioni si susseguivano a ritmo serrato in Duomo e nelle chiese dedicate ai due santi protettori di Terni, San Valentino e San Procolo. In aggiunta, comunque, si dichiarò lo stato di allerta delle congregazioni sanitarie le quali stabilirono, per prima cosa, l’apertura di un lazzaretto la cui sede fu individuata presso il santuario francescano delle Grazie, allora fuori città. Li venivano condotti tutti i viaggiatori provenienti dalle zone sospette. Tutto pagato con denaro pubblico.
La città intera fu posta sotto stretta sorveglianza: furono chiusi le osterie e gli altri luoghi di ritrovo; per vagabondi ed accattoni fu posto il divieto di girovagare.
Però tutto ciò non bastò: i primi casi di peste furono registrati all’inizio dell’estate nel quartiere del Duomo. Un anno dopo, nel giugno del1657, il vescovo, Sebastiano Gentili, vista la situazione, organizzò una grande processione per le strade cittadine ed a conclusione salì sulla torre Barbarasa, l’edificio più alto di Terni, portando con sé la reliquia del Preziosissimo sangue. Da lì invoco protezione divina e benedisse la città. Dall’alto, per essere, evidentemente, più vicino al “destinatario” della supplica e, nello stesso tempo, nel rendere plateale la sua azione, trasmettere un barlume di fiducia in più ai fedeli. A ricordo di questo atto fu incisa una Lapide, posta sulla torre Barbarasa. E’ da tempo illeggibile. Il testo è stato però riportato Elia Rossi Passavanti nel suo libro «Terni nell’età moderna», dove si narra, in sostanza l’episodio, ed in più si specifica che l’iniziativa di porre quella pietra «ad imperitura memoria» fu di Felix Barbarasius, Felice Barbarasa. Illeggibile è anche l’altra lapide, gemella della prima, che nel 1658 fu posta a Porta Romana. Difficile decifrarla, ma s’è quasi sicuri che vi sia scritto: «Essendo Papa Alessandro VII, al tempo del contagio il muro collassò a causa delle vetustà. I ternani per restituire decoro, con denaro pubblico, eressero le mura». Insomma ripararono le mura cittadine di Terni, crollate perché troppo vecchie. Questione di decoro, certamente, ma anche misura adatta ad evitare che qualcuno che non doveva entrasse in città approfittando di quella breccia.
Entrambe le lapidi sono da secoli abbandonate all’incuria. Reclamano un intervento di restauro, che non renderebbe certo esangui le casse comunali.

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