Mustafà Sellano

Domenico Mustafà, l’ultimo soprano

Solo insospettate doti di scattista consentirono al maturo genitore di sfuggire al figlio che lo inseguiva imbracciando una doppietta. I rapporti tra i due non erano per niente idilliaci. Da sempre. O almeno da quando Domenico Mustafà cominciò ad avere l’età della ragione. Quel giorno, la lite aveva preso una piega proprio brutta. Domenico nacque a Sellano, il 16 aprile del 1829, ed era un bambinetto quando il padre gli combinò il tiro mancino per cui Domenico lo odiò per tutta la vita. Perché è sempre stato convinto che il padre “lo avesse fatto ridurre, per desiderio di speculazione, alla condizione fisica necessaria per serbare la voce bianca e cantare da soprano”.
Da oltre duecento anni, quando Domenico Mustafà nacque, i castrati cantavano con voce bianca in chiesa o sulle scene. Una “pratica” che stava per aver fine, visto che, quando Domenico aveva una ventina d’anni, si capì che era meglio ricorrere alle donne per avere disponibili voci di soprano.
Domenico Mustafà, ebbe la ventura di essere l’ultima voce bianca, insieme ad un altro “musico” divenuto molto noto: Alessandro Moreschi. Certo, l’essere un castrato, gli aveva offerto la possibilità di ottenere prestigio e fama, oltreché una notevole agiatezza economica, ma non perdonò mai suo padre.
La voce “dolce e piacevole come quella di una donna”, era in forte contrasto con la statura quasi gigantesca. E i lineamenti simpatici, l’occhio vivo ed acuto, avevano come contraltare un caratteraccio: scontroso ed irascibile. Domenico era uno che piaceva alle donne, al punto che si riferisce di un lungo rapporto intrattenuto con una ricca, sconosciuta inglese perdutamente innamorata di lui e che lo seguì per molti anni in tutti i luoghi in cui egli si recava.
Non a Montefalco, dove Domenico Mustafà (amante della sua Umbria, eccezion fatta per Sellano) si rifugiò negli ultimi anni della sua vita, in un casale di campagna, che oggi è un agriturismo che porta il suo nome. Lì si dedicava soprattutto alle colture dell’ulivo e della vite, abbandonandosi alle gioie della tavola. Anche se si parla di un altro amore con una donna del posto.

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La lapide che Montefalco ha dedicato a Domenico Mustafa

Per Montefalco, comunque, egli si dette da fare cercando di far crescere le istituzioni musicali del piccolo paese che lo ha eletto a proprio cittadino onorario e gli ha dedicato una piazza del centro storico sulla quale, oggi, campeggia una lapide che gli rende onore: «Cantore, musicista e compositore esimio – vi si legge – direttore perpetuo della Cappella Sistina, cittadino onorario di Montefalco da lui eletta a sua patria elettiva». Anche una scuola, a Montefalco, porta il suo nome, così come accade per la scuola primaria di Sellano. La sua tomba è nel cimitero di Montefalco, dove Domenico Mustafà, il 17 marzo del 1912, ormai sordo e cieco, morì. Al suo funerale – che egli volle modesto – non partecipò nessun rappresentante della Pontificia Cappella Sistina né del Vaticano.
Eppure è proprio là che profuse la sua arte e le sue capacità col massimo risultato. Alla massima istituzione musicale romana. A Roma aveva studiato canto e come primo soprano era entrato alla Sistina nel 1848. Arrivò in un momento in cui essa era in decadenza. Seppe farne risalire la reputazione, cercando di contrastare lo strapotere di francesi e tedeschi nell’ambito della cultura musicale. Virtuoso cantore, sapeva sollevare l’entusiasmo degli spettatori, allora sempre numerosi. In breve divenne l’ospite più agognato nei salotti dell’aristocrazia romana, ma anche in seno alle alte gerarchie ecclesiastiche. Era conteso dalle corti straniere e sia dagli Stati Uniti che dall’Inghilterra gli furono rinnovate pressioni perché si recasse nelle loro scuole di canto ad insegnare. Un grande successo, in sostanza. Che Domenico Mustafà ripagò con un impegno serio e costante come di direttore della Sistina e come compositore. Per circa trent’anni fu dominatore ed ispiratore della cultura musicale romana. Certo, non senza contrasti. Anche perché l’impegno concreto del Vaticano per la Sistina era sempre minore. I mezzi per sostenerla sempre più scarsi. E c’era chi, per questo, accusava Mustafà. Il contrasto fu molto acceso. Sfociò diverse volte in dimissioni sempre respinte. Fino a ché egli stesso decise di rinfrescare il clima nominando condirettore perpetuo e designandolo, in pratica, come successore, don Lorenzo Perosi. Ma ben presto anche con questi – su cui Mustafà aveva riposto la propria fiducia – cominciarono i dissapori. Alla fine la resa, avvenuta a cavallo del ‘900, e il “buen retiro” a Montefalco. Dove è ricordato per il suo talento e le capacità musicali: virtù che probabilmente sarebbero emerse anche se il padre avesse interferito un po’ meno nella vita del figlio. Che alla fine, si sarebbe contentato anche di quel poco che avrebbe ottenuto con la voce roca.

NeIla foto: il monumento funebre di Domenico Mustafà al cimitero di Montefalco

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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