L’arciprete: “Chi vota Pci va all’inferno”

L'arciprete di Montone (nella foto il Municipio) nei guai per la campagna elettorale
Il Palazzo Municipale di Montone

Un po’ di colpa, forse, ce l’ha pure l’Unità, allora giornale del Partito Comunista. E già, perché, all’avvicinarsi delle elezioni amministrative del 1956, non faceva altro che sbandierare titoloni informando di parroci che invitavano a votare per la sinistra o che criticavano la Democrazia Cristiana accusandola di malgoverno. Due di loro erano stati addirittura sospesi “a divinis” per questo.
Don Mario, arciprete a Montone, sentì che doveva fare qualcosa per contribuire a fermare quei “senzadio” di marxisti. Ohibò, alla fine per chi votava Pci c‘era la scomunica. Un curatore di anime, come lui, minimo minimo doveva dare un avvertimento alle sue pecorelle, in difesa del diritto di ognuna di esse di sperare in un sereno aldilà. Fu così che prese carta e penna e scrisse una lettera a tutti i parrocchiani, vale a dire a tutte le famiglie di Montone. La cosa, però, non andò giù a una delle pecorelle, comunista di provata fede, che con la lettera in mano andò dai carabinieri e denunciò don Mario.
La lettera, certo, non lasciava dubbi. Ma vista la posta in gioco e considerato che nelle precedenti elezioni la scelta dei parrocchiani era stata chiara, don Mario stabilì che bisognava andarci giù duri. «Anche se molti vorranno disubbidire – scriveva l’arciprete – anche se molti lo accuseranno di fare il politicante, il vostro parroco ha l’obbligo grave di coscienza di dirvi ancora una volta che chi vota comunista o socialista nenniano fa un grave peccato mortale». Alla fine era solo una specie d’informativa, perché l’arciprete mica invitava a disertare i seggi. Anzi. «Ognuno ha il dovere di votare», aggiungeva, ma «il vostro parroco non può tradire la verità e la chiesa cattolica, che soffre lacrime di sangue per gli assassinii dei senza-Dio là dove essi comandano». Poi un “consiglio spassionato”: «Vi debbo dire anche un’altra cosa: state attenti! Io sono convinto che il Signore è stanco di parecchi di voi, proprio perché avete sulla coscienza molte disubbidienze su questo argomento. Pensate che con Dio non si scherza». Comunque, concludeva, «Vi auguro ogni bene e vi benedico».
Come sono finite le elezioni, in particolare a Montone, è facile arguirlo, anche se le cronache del tempo non riportano i risultati dei Comuni sotto i diecimila abitanti, (Montone è rimasto sempre sotto i duemila): la sinistra, in tutta l’Umbria, vinse a man bassa. A Montone, poi, c’era una tradizione di sinistra radicata. Insomma la maggior parte dei parrocchiani di don Mario sicuramente ha disubbidito pure quella volta. Forse nella speranza che, casomai, prima di essere chiamati a fare i conti col padreterno ci sarebbe stato di mezzo del tempo. Chi invece i conti dovette farli subito fu il parroco. Davanti ai giudici del Tribunale di Perugia.
La denuncia presentata da quella “pecorella rossa trinariciuta” aveva seguito il suo corso. Don Mario non si nascose dietro un dito ed ammise che sì, la lettera l’aveva scritta lui e l’aveva inviata a tutte le famiglie del paese. Ma non immaginava – aggiunse – che l’iniziativa violasse la legge. E comunque, lui, aveva avuto il permesso dal vescovo di Città di Castello, il quale però non poté confermare, perché era nel frattempo deceduto. D’altra parte – disse ad ulteriore scusante l’arciprete – la stessa lettera l’aveva inviata per le elezioni del 1948 e nessuno lo aveva denunciato; come nessuno gli aveva mai creato guai per le “tirate” con cui dal pulpito aveva inviato anatemi contro i comunisti, «secondo gli insegnamenti dell’alto clero», specificò. Esibì anche le pezze d’appoggio: il decreto del Santo Uffizio con cui si scomunicarono i comunisti, le disposizioni impartite dall’episcopato umbro nel 1950 in materia di elezioni, alcune pastorali del vescovo.
Niente da fare. I giudici del Tribunale di Perugia stabilirono che don Mario, abusando della sue funzioni, aveva violato gli articoli 20 e 43 del Concordato. Gli articoli che impegnavano il clero a mantenere la fedeltà allo stato italiano e a rispettarne le leggi, nella fattispecie quella elettorale. Quattro mesi di reclusione e duemila lire di multa: tanto costò a don Mario il suo impegno per salvare un po’ di parrocchiani. Vai a far del bene!
©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

“Chi vota Pci va all’inferno”: all’arciprete 4 mesi

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