Wassili D’Angiò, l’ultimo castellano della Rocca di Narni

La Rocca di Narni in un'antica stampa. Nel riquadro Wassili D'Angiò
La Rocca di Narni in un’antica stampa. Nel riquadro Wassili D’Angiò

Fosse ancora vivo, sarebbe garantito: al Comune di Narni una bella causa non gliela eviterebbe nessuno. Wassili d’Angiò, duca di Durazzo, conte di Gravina e di Alba, ex capitano dell’esercito zarista, ultimo discendente del re di Napoli, di Sicilia e d’Albania Carlo D’Angiò, non si è mai preoccupato di niente quando c’era da portare qualcuno davanti al giudice. Anzi, ogni occasione era buona per lui.
Perché il duca Wassili farebbe causa al Comune di Narni? Perché, ultimo proprietario della Rocca Albornoz, lasciò scritto che la sua volontà era che lì, nell’antico maniero che s’affaccia sopra la città, nascesse un museo che illustrasse la storia della famiglia d’Angiò, e non – com’è poi successo – una struttura turistico-ricettiva.
Wassili d’Angiò ecc. ecc. morì nei primi giorni del 1971, a 84 anni, nella sua casa di via Montevideo a Roma, dove s’era ritirato da qualche tempo. Ma alla Rocca di Narni ci visse per decenni, raccogliendo cimeli e testimonianze sulla famiglia. Li viveva nel 1936, quando intorno al castello si recarono in campeggio gli avanguardisti della Gioventù Italiana del Littorio. «Si sono accampati senza il mio permesso – tuonò l’ex ufficiale zarista – Protestai ma non ottenni niente, nemmeno che evitassero di danneggiare la mia residenza». E si rivolse al giudice per i danni: il Tribunale li quantificò in nove milioni di lire, che, in appello divennero tre e poi due. Finì che Wassili si mise in tasca un milione, oltretutto nel 1956, vent’anni dopo. In pratica ci aveva rimesso.
Ma non c’era problema. Nel frattempo aveva promosso altre cause. Una a difesa dell’onorabilità della memoria dello zar e contro una signora residente in Germania la quale sosteneva di essere Anastasia Romanoff, ultima figlia dello zar Nicola II. «E’ una contadina nata vicino Brema, che va cercando!», tagliò corto il duca. Wassili ci teneva: russo di Pietroburgo, aveva servito in armi lo zar e gli era rimasto fedele, anche quando, per questo motivo, i bolscevichi lo carcerarono. Fuggì dalla galera, corrompendo qualche carceriere e riparò in Francia. A Parigi intraprese la carriera di tombeur de femmes. E con successo. Fece scalpore la relazione con Lina Cavalieri, soprano ed attrice cinematografica, allora definita la donna più bella del mondo. Si narra di un tappeto di rose rosse fatto mettere a ricoprire la strada dalla stazione ferroviaria fino all’albergo in cui le aveva dato appuntamento.
Roba da film, si dirà. Ebbene, manco questo si fece mancare il duca di Durazzo. Trasferitosi in Italia nel 1922 e acquistato il castello di Narni (le mezze misure non erano cosa per lui), dopo la seconda guerra mondiale si lanciò nel jet set romano e nel 1950 esordì come attore. Scelse un nome d’arte che faceva snob, tanto era “anonimo”: Carlo Bianco. E non fu esordio da poco: interpretò la parte di un pianista russo in “Luci del Varietà”, un film che annovera una sequela di grossi nomi: soggetto di Federico Fellini, regia di Alberto Lattuada, interpreti principali Giulietta Masina e Peppino De Filippo. Alla grande!
Nel 1954 di nuovo sul set: fu un miliardario in un film oggi ritenuto tra i più importanti del cinema italiano anni Cinquanta: “La Spiaggia”. Ancora con Lattuada, regista ed autore del soggetto, mentre gli interpreti principali erano Martine Carol e Raf Vallone.
A quel punto considerò che alla cinematografia italiana aveva già dato abbastanza, e quindi si ritirò a fare il castellano a Narni. Tornò agli studi di araldica, di cui era considerato uno dei massimi esperti, e non mancò di intentare un’altra causa, davanti al Tribunale di Parigi, denunciando uno sconosciuto francese che si “spacciava” – sostenne Wassili – per discendente dei D’Angiò. In aula esibì un decreto reale di Alfonso XIII di Spagna che stabiliva la verità, ed ovviamente vinse la causa.
La sua verve letteraria, esibitasui fogli di carta bollata, trovò alla fine sfogo in un trattato sulla “Religione scientifica” ed in un libro autobiografico che, modestamente, intitolò: “Come si conquistano le donne”. D’altra parte quando scomparve fu ricordato solo per questo: «E’ morto il principe amato da Lina Cavalieri», titolarono i giornali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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