Il Comune di Terni non paga: pignorati gli autobus e le autoblù

La burocrazia? Lenta, sì, ma inesorabile. E siccome chi di spada ferisce di spada perisce, a Terni è toccata anche al Comune che si trovò pignorato l’intero autoparco. Il motivo? Non aver fatto fronte agli obblighi derivanti da un accordo stipulato col Demanio ben cinquantasei anni prima: nel 1913. Fu proprio perché era passato mezzo secolo che il provvedimento arrivò all’improvviso. Siccome nessuno ne sapeva più niente, quando fu comunicato la reazione unanime fu: bocca spalancata, labbro pendulo, espressione da pugile suonato. Tutto l’autoparco bloccato, significava non tanto l’impossibilità di utilizzare le due o tre “Fiat 1300” blu (allora ci si andava cauti) di sindaco e assessori, ma anche tutti i mezzi per la raccolta dei rifiuti e tutti gli autobus per i trasporti urbani. Nel 1969, infatti, era ancora il Comune a gestire direttamente entrambi i servizi. Causa di tutto, il mancato pagamento all’erario di un’imposta di registro di 13 milioni di lire, cui si aggiungevano gli interessi: sette milioni.
Che era successo? Nel 1913 l’amministrazione comunale di Terni, alla ricerca di opportunità per la crescita economica cittadina, chiese all’Esercito di diventare sede di un reggimento. Per rendere appetibile la proposta s’impegnò a concedere gratis al Demanio militare alcune aree e alcuni fabbricati. Si trattava in sostanza della Caserma Brignone, già “operativa” nella seconda metà dell’Ottocento, e zona adiacente, compresa tra Via Mazzini, Piazza Valnerina, Via Curio Dentato e Piazza Tre Monumenti. Con una postilla: tutto sarebbe tornato di proprietà del Comune nel caso di “trasloco” del reggimento in altra città. L’Esercito, così, scelse Terni quale sede del 33. reggimento di artiglieria di campagna. Lì alla Caserma Brignone il “33” rimase per trent’anni, poi però, finita la seconda guerra mondiale, fu trasferito a l’Aquila, e il presidio militare ternano fu abolito.
Il Demanio, dimentico dell’accordo del 1913, non solo non riconsegnò le aree al Comune, ma le usò per allocarvi uffici statali. Risale quindi all’immediato dopoguerra la seconda puntata della vicenda, col Comune che ricorse contro il Demanio. Un’altra quindicina di anni e, nel 1960, si trovò un compromesso: quel che era fatto era fatto, lo Stato si teneva gli uffici, ma tutto il resto delle aree tornava alla municipalità ternana. Beni restituiti alla disponibilità del legittimo proprietario, quindi niente tassa di registro. Così la pensavano in municipio. Ed invece no: non di restituzione, si trattava, ma di cessione di beni dallo Stato al Comune che quindi la tassa di registro doveva pagarla: «Fa 13 milioni», disse il fisco. Ricorso del Comune e… campa cavallo. Chissà quanto tempo sarebbe passato prima che la commissione provinciale delle imposte si pronunciasse. Nove anni, passarono. Ma poi l’Intendenza di Finanza mangiò la foglia e accompagnò la richiesta dei soldi con l’atto di pignoramento immediato degli automezzi.
Veemente l’opposizione del sindaco Ezio Ottaviani che non poteva consentire il blocco del servizio trasporti e della raccolta dei rifiuti. Ennesimo ricorso, quindi, e pignoramento sospeso.
Com’è finita? Non ci sono notizie, probabilmente la faccenda s’è risolta con la firma di qualche funzionario in fondo ad un accordo. Ma… i 56 anni da allora non sono ancora passati. Chi può escludere sorprese per il sindaco di oggi?
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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