Terni, l’ing. Arvedi assassinato sul treno per Foligno

Quando il treno si fermò alla stazione di Foligno, qualcuno che passava lungo il corridoio lo vide: in uno scompartimento della prima classe c’era un uomo riverso a terra, nella spazio tra i due sedili. Quando si avvicinò vide che aveva la lama di un coltello infilzata in un occhio. Era morto. Un uomo elegante, tra i 40 e i 50 anni di età, biondo brizzolato, baffi e pizzo. Fu dato l’allarme ed intervennero i carabinieri. Non aveva il portafogli: gli era stato rubato insieme, si accertò in seguito, ad un orologio d’oro con catena ed un bastone d’avorio e argento. Non c’erano né una valigia né un cappotto. Eppure un soprabito avrebbe dovuto averlo visto che era la notte tra il 20 ed il 21 dicembre, venerdì e sabato, del 1907.
L’indagine fu frettolosa. Il treno rimase fermo giusto per un’ora, poi ripartì alla volta di Ancona. Nessun viaggiatore fu interrogato. L’omicidio di Foligno divenne subito un giallo che appassionò per alcuni anni l’opinione pubblica. Un “fattaccio” cominciato a Terni, stabilirono, alla fine le indagini.
Ci volle un giorno per accertare l’identità della vittima: un nome importante. Era l’ingegner Ottavio Arvedi, uomo d’affari veronese, deputato provinciale, membro del consiglio di amministrazione di varie società industriali. Un uomo agiato, sposato ad una donna “gentile e milionaria”, si diceva.
Chi l’aveva ucciso? E perché?
L’assassinio fu commesso non appena il treno era uscito dalla stazione di Terni. L’omicida era poi sceso mentre il convoglio percorreva a bassa velocità una galleria in salita. Due giorni dopo due ragazzi che pascolavano i porci a vocabolo Toano, poco lontano da quella galleria, trovarono il cappello e il cappotto dell’ingegner Arvedi. Roba di lusso che portarono a casa. Il padre, ad evitare guai, andò a denunciare il ritrovamento degli abiti sporchi di sangue, e di alcuni documenti. Non parlò né dell’orologio, né del portafogli e del bastone d’avorio e argento.
Gli inquirenti, basandosi sulla personalità della vittima, battevano diverse piste: dall’intrigo finanziario, alla vendetta personale, fino al delitto passionale. Si vociferava di sicari e mandanti. Mentre era necessario stare in guardia sulla fondatezza di “clamorose rivelazioni” riferite da gente che provava a vendicarsi di qualche torto subito: amanti tradite o abbandonate, debitori che volevano far fuori i creditori. Uno dopo l’altro finirono, per questo motivo, in carcere o nel novero dei sospettati: un giovane toscano che aveva abitato a Toano; un mendicante spoletino; un ambulante di Muccia; un tuderte espatriato in Svizzera; un vagabondo tedesco; un prete di Osimo.
Quest’ultimo, in verità, fu condannato a trent’anni di reclusione, ma per un altro fatto: assassinò a Roma il suo vecchio parroco per derubarlo e scappare con una donna di cui s’era perdutamente innamorato. Il vecchio prete lo ammazzò infilandogli nell’occhio sinistro il manico di ferro di una pinza: da qui i sospetti che avesse ucciso pure Arvedi. E pure la famiglia dei due ragazzi che avevano trovato gli abiti passò i guai suoi. Il contadino di Toano spese una banconota da cento lire macchiata di sangue. “Era tra le carte dell’ingegnere e pensammo di tenercela”, dissero.
Come spesso accade, la soluzione del “giallo Arvedi” si trovò quasi per caso, nel luglio del 1908: dopo una furibonda lite una donna di Montefalco denunciò il marito e disse che era lui l’assassino. Un giovane di 27 anni, Luigi Ceccaroni, soprannominato Fringuello per via del fisico minuto. Operaio delle acciaierie a Terni, nel 1908 si licenziò ed aprì una bottega di generi alimentari a Montefalco.
Poteva essere la vendetta di una moglie maltrattata? Dopo un primo arresto Fringuello fu scagionato. Poi di nuovo accusato ed arrestato. Ci vollero tre anni prima di accertare le sue responsabilità. Era salito sul treno a Terni per derubare i viaggiatori addormentati, ma l’ingegnere si svegliò firmando la propria condanna a morte.
Fringuello fu condannato, dalla Corte di Assise di Spoleto, a trent’anni per omicidio premeditato, insieme a Cesare Pazzaglia, un bracciante ternano di 41 anni, ritenuto suo complice. Assolto un pregiudicato di 40 anni, conosciuto come Pietraccio, che in carriera aveva collezionato qualcosa come 24 processi. Ma stavolta non c’entrava. I componenti della famiglia di Toano (che si scoprì erano conoscenti di Fringuello) furono condannati per favoreggiamento e ricettazione. Era il 31 luglio del 1912. Dopo cinque anni delitto risolto: fu una volgare, feroce e sanguinaria rapina.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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