Il Trasimeno? Cancelliamolo

Lago Trasimeno
Alla fine la Provincia dell’Umbria tagliò la testa al toro e decise di comprarselo, il lago Trasimeno. Così nessuno avrebbe più proposto di succhiarne tutta l’acqua e prosciugarlo, «tanto – diceva chi aveva avuto l’idea – sta diventando una palude».
Nel 1880 un’impresa del nord Italia annunciò la volontà di realizzare un canale navigabile per collegare il mar Tirreno all’Adriatico, proponendo, nel contempo, la “desertificazione” dell’Italia centrale mediante il prosciugamento del Trasimeno e dei laghi di Bolsena, Chiusi e Montepulciano.
Roba da matti? Invece c’è mancato poco che la minaccia di far sparire il Trasimeno diventasse realtà. Il consiglio provinciale dell’Umbria, allarmato, scese in campo deciso e, nel 1883, chiese allo Stato italiano di comprarsi il Trasimeno, costituì un consorzio per la salvaguardia del lago, per preservare – spiegò – il clima temperato, i ricordi e la storia, da Annibale in qua, oltre alla bellezza dei luoghi. E poi – aggiunse – «con la costruzione della nuova ferrovia questo diventa un luogo delizioso per il passatempo dei paesani e dei forestieri che intendono godere di un allegro giorno in campagna».
Non era la prima volta che qualcuno faceva la pensata di eliminare uno dei più estesi laghi italiani. Già ci avevano provato alla metà del 1700, e poi nel 1830 e nel 1840. Furono tentativi presto naufragati. Più consistente era stato invece il pericolo, nel 1861, quando un imprenditore mezzo romano e mezzo torinese a nome Camillo Bonfigli presentò al Governo dell’appena nato regno d’Italia un progetto, cui il governo sabaudo sembrò dare una certa credibilità. A Bonfigli, infatti, invece che sguinzagliare appresso i cani da caccia del re Vittorio Emanuele, rilasciò la concessione “privilegiata” perché compisse studi mirati per “l’essiccamento” del lago.
Poi scaricò la grana incaricando della decisione definitiva l’amministrazione provinciale dell’Umbria, anch’essa appena costituita, ed alle prese con le polemiche legate alla sua estensione e diverse rivendicazioni di campanile. Il progetto Bonfigli veniva presentato come fortemente conveniente: con una spesa di 14 milioni di lire, si sarebbe ottenuta la disponibilità di ben dodicimila ettari di terreno fertile, il cui valore – calcolavano i proponenti – avrebbe largamente superato le mille lire l’ettaro. C’era da guadagnarci, insomma. E di che tinta! Fu questa l’argomentazione usata per “sensibilizzare” le popolazioni interessate. Lo stesso Bonfigli, presentandosi come emissario di grandi banche internazionali, batteva a tappeto i paesi rivieraschi promettendo a tutti ricchezze fino ad allora nemmeno ipotizzabili. E per dare credibilità al tutto, faceva mostra di grande disponibilità economica conducendo una vita da nababbo.
Il consiglio provinciale dell’Umbria, respinse unanimemente il tentativo. Il progetto Bonfigli ed il suo sagace ideatore finirono nell’oblio.
Quando vent’anni dopo qualcuno tornò alla carica, l’amministrazione provinciale umbra decise che, a scanso equivoci, era meglio che il lago diventasse di sua proprietà.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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