La basilica

Rubata la testa di San Valentino, ritrovata dai Carabinieri dopo 25 anni

Era la notte tra il 14 ed il 15 febbraio del 1979 quando qualcuno si fece chiudere dentro la chiesa, alla fine della giornata di festa di San Valentino protettore di Terni, prima che degli innamorati. Ad attirare l’attenzione dei ladri sacrileghi e vandali fu lo sbrilluccichìo della mitria, il cappello vescovile: oro e pietre preziose. Almeno così sembrava; e comunque i ladri ci credettero. L’ingordigia, evidentemente, oscura ogni altro sentimento, e spinge non solo al sacrilegio, ma fino a rompere un cristallo, accostarsi alle spoglie del santo, prendere ciò che si ritiene prezioso senza preoccuparsi troppo che all’interno dell’oggetto dorato sia rimasta, appunto, la testa.
I ladri rimasero però con un palmo di naso, perché la mitria, sul mercato non valeva un granché. Non era d’oro, infatti, ma d’argento: una sfoglia sottilissima, ricoperta appena da un velo del metallo più prezioso. «Se l’hanno fusa ci avranno ricavato qualche anellino, non di più» spiegò il parroco. E le pietre preziose che l’ornavano? «Ma quali pietre preziose! Sembravano, sì, diamanti e rubini, ma si tratta di pietre vitree che costano poche lire».
Il valore, quello sì inestimabile, lo aveva semmai la reliquia asportata insieme alla mitria, ma si trattava di un valore spirituale, non materiale. Eppure i ladri qualche soldo lo ricavarono, commerciando anche quella.
Passarono quasi 25 anni senza che si trovasse traccia del “bottino”. La mitria dorata e “impreziosita” da pietre vitree, intanto, fu rifatta, uguale uguale a quella rubata, e fu rimessa al suo posto nella teca. A vederle le spoglie del santo erano identiche a qualche centinaio di anni prima, ma i frati carmelitani sapevano che mancava un qualcosa di essenziale. Passati gli anni ed ormai rassegnatisi a rinunciare alla reliquia, sobbalzarono sulla sedia quandò, nel 2002, arrivò una telefonata: «Abbiamo trovato la testa di San Valentino». Erano i carabinieri del nucleo speciale per la difesa del patrimonio culturale. Vicino Bari, avevano individuato un garage (di proprietà – sembra – di un pregiudicato perugino) in cui erano state, ammassate alla bell’e meglio centinaia di reliquie. E tra esse c’era un teschio, su cui, con un pennarello nero, qualcuno aveva scritto: “San Valentino”.
Un “magazzino” ben fornito, con le reliquie rubate in mezza Italia, classificate – sia pure in maniera alquanto rozza – e conservate in buon ordine sulle scaffalature.Umbria sud
Passato il primo momento di euforia, ai frati carmelitani venne un dubbio, Eh già: “San Valentino” c’era scritto su quei resti, ma quale San Valentino era? Perché in Italia ce ne sono parecchi. Test col carbonio C14 e del Dna permisero di stabilire che sì, era lui, il ternano. E così i fedeli, il 14 febbraio 2003, potettero festeggiare la riconsegna della reliquia al vescovo Vincenzo Paglia, avvenuta prima della messa solenne del 14 febbraio. La portarono in basilica, protetta in una teca di vetro, i carabinieri in grande uniforme.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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