La preziosa biga di Monteleone ceduta per poche tegole

La zona di Colle del Capitano, in cui fu ritrovata la biga di Monteleone
La zona di Colle del Capitano, in cui fu ritrovata la biga di Monteleone

La storia della preziosa biga di Monteleone di Spoleto è nota: fu ritrovata agli inizi del ‘900 a Colle del Capitano, una frazione non molto lontana dal capoluogo. Un contadino che lì stava costruendo una casa, andò a svellere quelle pietre squadrate che emergevano da una specie di collinetta. Era in realtà una tomba a tumulo. Quando la volta della tomba crollò, venne alla luce un tesoro: una biga rivestita con panelli dorati su cui un artista di più di duemila anni prima aveva scolpito il mito di Achille. Vendette tutto in cambio dei soldi che gli servivano per acquistare le tegole per la nuova casa. Gli sembrò forse di aver fatto un affare, ma l’affare lo fecero quei commercianti che riuscirono a far espatriare a pezzi tutta la biga d’oro la quale, un anno dopo, ricomparve, riassemblata, al Metropolitan Museum di New York.
Una tomba a tumulo, di tipo etrusco. L’unica a Colle del Capitano, dove, qualche anno più tardi furono scoperte altre 44 tombe, ma di epoca proto villanoviana e quindi precedenti come datazione a quella della biga o “del Carro”. Etrusco è considerato pure quell’artista che scolpì i pannelli “di bronzo dorato lavorato a sbalzo”. Anche se i dubbi non mancano giacché, dicono alcuni studiosi, la mano sembra piuttosto quella di un artista greco-jonico. Ma la tomba è del tipo etrusco ed etruschi, perciò, dovrebbero essere quell’uomo e quella donna che vi furono sepolti insieme alla biga e alcuni vasi dipinti. La biga, secondo altre teorie scientifiche, sarebbe in qualche modo entrata in possesso di un notabile sabino che con gli etruschi ovviamente non c’entrava. Ma come spiegare allora la sepoltura a tumulo alla maniera etrusca?
La segnalazione turistica che si trova lungo la strada che porta da Poggiodomo a Monteleone di Spoleto, non si pone problemi. L’indicazione è chiara: “Colle del Capitano – è scritto – luogo di ritrovamento della biga etrusca”.
E la domanda – come diceva quello – sorge spontanea. Che c’entrano gli etruschi con i monti della Valnerina, al confine sud-orientale dell’Umbria con il Lazio? E’ questo il mistero. Che ci stavano a fare un etrusco, e quanto meno la moglie, in quel luogo distante decine e decine di chilometri dal confine orientale dell’area abitata dal suo popolo? Com’è che è andato a morire proprio lì? Era di passaggio? E se fosse, perché lo avrebbero sepolto così lontano dalla sua terra?
Lo sanno anche i sassi che il Tevere era il confine tra l’Etruria e l’Umbria. Nel senso che gli Etruschi si sono espansi al di là della sponda destra del Tevere. A sud puntando, più che altro, verso le coste tirreniche del Lazio fino ad arrivare in Campania; a ovest occupando tutta la Toscana e verso l’isola d’Elba, e poi fino in Sardegna. A nord si diressero più che altro a nord-est, verso l’Emilia e la Romagna.
Unico era il motore dell’espansione: la ricerca di minerale ferroso. Grazie alla grande competenza acquisita nella lavorazione del ferro, collegata alla perizia nei trasportrasporti via mare e nel commercio, gli Etruschi assistettero al fiorire della loro economia. L’VIII, VII e VI secolo avanti Cristo furono un’epoca di vero e proprio boom economico. La produzione di ferro cresceva a ritmi vertiginosi per l’epoca e c’era necessità di trovare sempre nuovi giacimenti, costruire nuove carbonaie e strutture per l’estrazione del ferro dal minerale.
Ed eccola, allora, una possibile risposta al mistero. Monteleone era luogo di uno dei giacimenti di ferro più importanti dell’Italia centrale. Che gli etruschi abbiano impiantato a Monteleone una specie di succursale? Che, in sostanza, non fosse del tutto sporadica la loro presenza di etruschi in Valnerina nel VI secolo a.C. (la tomba è stata datata 530) quando l’industria del ferro era ancora fiorente? Volendo si può collegare un altro elemento: il passaggio della Balza Tagliata, la strada scavata nella roccia lungo il fiume Corno, lo stesso che bagna l’area dei giacimenti ferrosi di Monteleone. Ebbene, quella strada è identica alle tipiche “tagliate etrusche”, corridoi scavati nel tufo _ materiale certo più malleabile della roccia dell’Appennino _ per superare ostacoli naturali che rendevano impossibile il passaggio.
Elucubrazioni, certo. Ma fascinose.

La preziosa biga di Monteleone ceduta per poche tegole

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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