Castelvecchio, la saggezza sulla porta di casa

Castelvecchio, in italiano volgare una massima scolpita su un architrave
Castelvecchio, una massima in italiano volgare scolpita sull’architrave della porta di una casa

Case antiche. Piccole, povere case quando furono costruite, probabilmente tutte insieme, più di 300 anni fa sopra un “montarozzo” a sbalzo sull’alta Valnerina e sulla vallata del torrente Campiano. Castelvecchio, frazione di Preci, nel 2001, ultimo dato ufficiale, aveva 32 abitanti. Poco è cambiata la situazione più di dieci anni dopo. «Io presempio so’ vvenuta ad abbitare qui da quando so’ ‘ndata in penzione», dice una signora, una delle poche persone incontrate nello spazio di una breve visita di domenica mattina. «Abbitavo a Roma…». Eh, qui c’è più tranquillità. «Anche troppa, me creda».
Castelvecchio è frazione di Preci. E, pure se sta sul cocuzzolo di un monte, vi si svolge ogni anno la sagra del gambero di fiume. Ma non è un’incongruenza, visto che il Nera e il torrente Campriano stanno proprio lì sotto: a piedi, lungo i vecchi percorsi ci vogliono pochi minuti per raggiungerli. Magari, ormai, i gamberi che una volta erano numerosi non ci sono più. «Li gamberi de fiume so’ delicatissimi _ spiega un signore di una certa età, sorseggiando un caffè al bar di Corone, altra frazione di Preci, che si incontra per strada andando verso Castelvecchio _ Basta un niente che sporca l’acqua e addio gamberi: loro vojono acqua pura».
Da Corone verso Preci, poi svolta a sinistra per prendere una salita che va su, dritto per dritto. Appena s’arriva a Castelvecchio c’è uno slargo, un parcheggio. Un signore sta aspettando in auto ed ecco arrivare la moglie, una mora in carne, tutta ancheggiante. Come si va al centro, signora? «Eh, il centro mo’…», risponde con accento napoletano. La piazza, allora: dov’è la piazza? «Niente piazza, il centro come dice lei è dove sta quel campanile», dice con un sorriso. E’ il campanile della chiesa di San Giovanni Battista.
La signora romana pensionata, sta armeggiando con una grossa chiave per aprire la chiesa: «S’accomodi; vede quant’è bella! Ce so’ diverse opere d’arte, anche se il terremoto ha rovinato parecchia robba». Dietro l’altare una tela di cui si parla nelle guide turistiche c’è ancora: “una tela di pittore locale del 1589. Rappresenta una Madonna in trono e santi”. Dirimpetto all’altar maggiore un organo. Un reperto di grande valore, sembra. Tanto è vero che l’associazione “Amici di Castelvecchio” (quella che organizza la sagra del gambero) si è data e si sta dando da fare per restaurarlo. “L’organo è da attribuirsi a Domenico Antonio Fedeli, appartenente alla nota famiglia di organari marchigiani originari della Rocchetta di Camerino. Paternità e datazione _ 1760 _ dello strumento non sono documentate ma confermate dalla fattura di molti elementi decorativi caratteristici…». Lo spiega sul suo sito internet l’associazione, il cui presidente è Giandomenico Piermarini, primo organista nell’Arcibasilica papale di San Giovanni in Laterano a Roma, ed insegnante al conservatorio dell’Aquila. Uno che ovviamente ne capisce. Ma è usciti dalla chiesa che si hanno le più belle sorprese. La viuzza antistante è un fiorire di singolari testimonianze che si trovano sugli architravi delle porte.
Quanti anni ha questo posto, signora? «Je l’ho ddetto. So’ romana, non conosco la storia di qui, però so che prima il paese stava llàggiù, vede sull’altro monte dove c’è quella specola? Si chiamava Monte San Martino, ma fu distrutto da un terremoto e l’abbitanti so’ ‘ndati via». E costituirono i tre agglomerati di Castelvecchio (ma il castello non c’è più e bisogna fare a fidarsi), Corone e Saccovescio.
Uno degli architrave, porta incisa la data 1700. Un altro ha raffigurato un pesce, il segno dei cristiani ed altri tratti non facilmente decifrabili. Più avanti eccone un’altra di pietra incisa: una Madonna. Poi, fatti alcuni passi, un vero e proprio “capolavoro”: due pietre architrave completamente “ricamate” con simboli religiosi e i disegni degli attrezzi da lavoro dei mastri muratori. E quindi una scritta, tutta in maiuscolo e su più righe: “Così me piace/ Hongi Homo more/ et tutto il mondo lasa/chi a ofeso a Idio con granne paura passa/1634”

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