La Saffat, nata fonderia è diventata una banca

La Fonderia di Terni Saffat
La Fonderia Saffat in viale della Stazione a Terni

La riunione iniziò alle due di pomeriggio. Tre ore e mezza dopo, Ulisse Contessa notaio in Stroncone, sigillava l’atto, cinque fogli di carta bollata. Alle 17,30 del 10 marzo 1884, nasceva la società anonima per azioni Saffat, Società degli
Alti Forni e Fonderie di Terni, quella che diventerà la “Terni”. Quel 10 marzo, in effetti, si procedeva alla trasformazione radicale di una società nata cinque anni prima, nel 1879, una società in accomandita, il cui nome, per intero, era “Saffat–Cassian Bon e Compagni”.
Trasformandola in società per azioni la si rendeva più adatta a compiere, sul piano finanziario, operazioni di tutt’altra portata rispetto a quel che aveva fatto fino ad allora. Si voleva dare una spinta vigorosa verso l’alto alla fonderia di viale della Stazione, mettendola nelle condizioni di gestire attività con grossi movimenti di capitale.
Il sito siderurgico ternano, il più importante d’Italia nei programmi dei suoi promotori, nacque in quel momento, con un capitale di tre milioni di lire che fu sottoscritto da “Cassian Bon & Compagni”, dove per “compagni” va letto un manipolo di banchieri e imprenditori veneti. Tre milioni di lire di capitale, costituito per la gran parte (due milioni e 400mila lire) col trasferimento delle quote della vecchia società. Tre milioni divisi in seimila azioni da 500 lire cadauna. La maggioranza era nelle mani di Vincenzo Stefano Breda: 3612 azioni attraverso la Società Veneta per Imprese e costruzioni Pubbliche della quale era presidente; 900 a titolo a personale. Cassian Bon, con le sue 1035 azioni, era il principale tra i soci di minoranza. Le azioni restanti (poco meno di 1500) erano sparpagliate, appunto, tra gli altri “Compagni”.
La Saffat diventò “Terni Società per l’Industria e l’elettricità”, nel 1922, quando inglobò la Società del Carburo, che gestiva lo stabilimento di Papigno. L’assetto societario, nonostante nel frattempo s’erano perse tutte le attività legate alla produzione di energia elettrica, fu nella sostanza mantenuto fino al 1964. Certo, lo statuto certificato a suo tempo dal notaio Contessa aveva subito molti cambiamenti e aggiustamenti, cosicché nel 1964 fu necessario riscriverlo completamente, se non altro per mettere ordine a quel testo vecchio di ottant’anni, ormai pieno di correzioni, aggiunte, cancellature, rimandi ed asterischi. Ma non solo: c’era in vista il passaggio della Terni alla Finsider, e per compiere l’operazione, anzi, la “Terni Società per l’industria e l’elettricità” subì una ristrutturazione profonda. Nacquero due controllate, la Terni Industrie Chimiche (Nera Montoro) e la Terni Cementeria di Spoleto, che s’aggiungevano alla compartecipata Terninoss. La società madre fu conferita alla Sinsid (Società cointeressenze siderurgiche) che da quel momento cambiò denominazione divenendo “Terni Industrie Siderurgiche spa”. Solo per un breve periodo, perché poi si ritornò al vecchio nome di “Terni società per l’Industria e l’elettricità”. Un’alchimia, un tourbillon di nomi, ma la vecchia Saffat, si perpetuava. Nel 1965 la “Terni ecc. ecc.” entra nella Finsider. Ossia nell’orbita delle partecipazioni statali.
L’assetto societario resta immutato fino al 1987, quando si decise di cancellare la Finsider. Cosa sarebbe accaduto della Terni? Fu uno dei tanti momenti difficili, con il nascere di interrogativi e timori sul futuro della “fabbrica” ternana. In molti chiesero che tornasse ad essere autonoma, pur nell’ambito della galassia delle imprese di Stato. Non fu così.
La Terni restò in sospeso, in seno all’Iri. Intanto cambiò l’assetto societario. Fu inglobata la Terninoss (acquisendo le quote societarie del partner US Steel) e si scinde in tre società: la Tas (Terni Acciai Speciali) che raggruppa gli stabilimenti di Terni, Torino, Lovere, Trieste, e poi, due anni dopo, finì con tutte le altre attività siderurgiche di Stato nel calderone Ilva.
Ma non c’era pace per il comparto mondiale dell’acciaio. Mentre altri siti siderurgici furono via via dismessi, l’Ilva si divise in due: l’ Ilp di Taranto e l’Ast di Terni, che – era deciso – andavano vendute ai privati. Si sa com’è andata a finire, con Taranto ai Riva e Terni ai tedeschi.
E la Saffat, quella che è stata da sempre, seppur cambiando tanti nomi, la radice delle varie società che hanno gestito la siderurgia ternana? Beh, ha avuto una fine di carriera non onorevole. Nel 1987, quando nacque la Tas, quel seme originario della Saffat diventò “Terni Società di servizi Immobiliari”, una società scatola che doveva tenersi i debiti della “vecchia Terni” e venderne i beni immobili. Poi fu incorporata nel Banco di Santo Spirito, a sua volta finito prima nella Banca di Roma poi in Unicredit.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
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